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LA REALTA'

Aggressione ad Avellino, denunciati otto ultras

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di Valentina Testa

 

– L’aggressione

Nel pomeriggio di sabato 11 febbraio, alcune ore prima dell’inizio della partita tra Avellino e Hellas Verona, il presidente Setti e i dirigenti del Verona sono stati aggrediti da un gruppo di ultras. Stavano raggiungendo lo stadio Partenio-Lombardi di Avellino per seguire la loro squadra nella 25a giornata di Serie B. Setti, subito dopo l’aggressione, è andato in questura per denunciare il fatto, Luca Toni, uno dei dirigenti ed ex centroavanti, ne ha parlato ai microfoni. Ha raccontato l’accaduto, descrivendo i dettagli e ha aggiunto che a poca distanza dalla macchina vi erano degli agenti della polizia, che però non sono intervenuti: il presidente e i dirigenti pensavano invece di essere protetti.

 

La condanna da parte dell’Avellino

La squadra biancoverde ha immediatamente condannato l’aggressione e dichiarato fermamente che tutto ciò che è accaduto va contro ogni valore di sportività, lealtà e fedeltà che i suoi tifosi hanno sempre dimostrato. Prende le distanze da questa azione considerandola compiuta soltanto da teppisti.

 

La denuncia di 8 ultras

Otto capi ultras della squadra di Avellino sono stati dichiarati colpevoli dell’aggressione. È stato stabilito così dalle indagini della Digos della Questura di Avellino, che però non è riuscita a trovare il colpevole del lancio della bottiglia che avrebbe procurato la rottura del vetro di una portiera. Sembrerebbe, infatti, che i tifosi biancoverdi si siano messi d’accordo per nascondere il vero colpevole e gettare su di lui tutta la responsabilità. Si parla quindi, come tante altre volte, di omertà.

 

La domanda sorge spontanea

Questo è soltanto uno dei tanti avvenimenti che succedono nell’ambito del calcio italiano. Sorge quindi spontanea una domanda: perché comportarsi così, aggredire semplici persone che seguono la loro squadra del cuore in trasferta per sostenerla sempre e comunque?

 

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NIGERIA/Quando lo sport si trasforma in guerra

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Un anno come questo, autore di catastrofi impensabili, non si lascia sfuggire proprio niente: la rabbia spesso è causa di tremendi mali. In un clima dove vittime e perdite non mancano a causa della guerra, ne sopraggiungono altre per tragedie sempre più strazianti. Nigeria, 29 Marzo 2022, con l’eliminazione dai mondiali della squadra nigeriana, in campo scendono i tifosi: infuriati per il pareggio (fatale per l’esclusione dal campionato) gli spettatori hanno trasformato lo stadio in un campo di battaglia. Una partita pareggiata 1-1 con il Ghana ha portato al fallimento della qualificazone al Mondiale in Qatar. Tragedie come questa non dovrebbero nemmeno esistere, eppure sono più attuali di quanto crediamo.

In un clima di scompiglio, rabbia e ribellione da parte dei tifosi, un medico addetto ai controlli antidoping dei giocatori è stato aggredito e ucciso. Non si conosce ancora con certezza la dimanica, ma una cosa si sa per certo: allo stadio nazionale di Abuja è scopppiato il caos. Una rabbia confusa, priva di fondamenti, sfogata su persone e oggetti, ha portato anche a questo: una luce in meno nel mondo dello sport. Anche i tentativi di rianimare la vittima, dopo essere stata percossa e calpestata violentemente dalla folla, sono stati inutili.

Così scompare un uomo, così si distrugge una famiglia: nello scompiglio di una semplice partita di calcio, un risultato sfavorevole ha portato alla morte di un innocente. L’uomo era stato numrose volte chiamato come medico in altri campionati e occasioni negli anni precedenti, ma a causa di persone così spregevoli non potrà prenderne più parte in futuro. Adesso il vuoto non è solo più in quello stadio, su quegli spalti e sul terreno da gioco devastato, ma anche nei cuori di chi lo conosceva.

Perde la vita Joseph Kabungo, che lascia un silenzio così profondo e triste da far riflettere anche i cuori più meschini. E’ bastata questa dimostrazione, qualche zolla di terreno strappata e panchine rovesciate, a insegnare che la guerra non esiste solo all’interno di determinati confini. Nessuno è salvo fuori dalle frontiere, perché a determinare la guerra è l’uomo stesso e i suoi istinti ingiusti, non  soldati e missili. La vera guerra è dentro l’uomo e per quanta paura possa fare, siamo i primi a ostinarci a combatterla contro gli altri. Questa tragica vicenda, per quanto brutale, è solo l’ennesima prova che la violenza è sempre causa e mai soluzione.

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