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Da Vigo

ALTERNANZA/Un’ esperienza per cambiare prospettiva

Matilde Tienni

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Durante il terzo anno qui al Da Vigo, a me ed ai miei compagni, è stato presentato,tra gli altri, un progetto individuale di Alternanza scuola-lavoro che fin da subito ha suscitato la mia curiosità: Il Francese alla primaria, et voilà!, in collaborazione con l’Institut Français Italie et l’Alliance Française di Genova.

In particolare, questa iniziativa è stata proposta a noi alunni delle classi Esabac, coinvolgendone dieci in tutto, con l’obiettivo di formare specifiche competenze linguistiche e disciplinari.

La nostra formazione

La formazione prevista dalla scuola per poter iniziare il corso comprendeva 10 ore di lezioni da svolgere al liceo, tenute dalla responsabile dell’Alliance Française Claire, in cui ci sono stati spiegate le diverse modalità di insegnamento affinché potessimo affrontare con serenità le successive 10 ore presso una delle scuole elementari a cui ci avrebbero assegnati.

Ogni martedì Claire spiegava una lezione, portando e consegnandoci il materiale che noi avremmo in seguito utilizzato con i bambini (schede da completare, disegni, canzoni ecc.) . Ogni volta chiedeva a noi di proporre idee a riguardo, stimolando così la nostra inventiva e fantasia, e mettendoci anche a confronto con quelle che sono le difficoltà di trovare sempre qualcosa di nuovo e mai noioso da fare. Una sfida divertente quindi, perché ha fatto riemergere un po’ la nostra infanzia, i giochi di quando eravamo piccoli, ciò che ci piaceva imparare, e quell’ immaginazione che crescendo si tende a perdere.

Le lezioni con i bambini

Benché il progetto ci era stato presentato come individuale, le ore di insegnamento furono svolte in coppia, dandoci la possibilità di scegliere un compagno di avventura che avrebbe reso l’esperienza sicuramente più unica. Io ero insieme alla mia compagna di classe Greta.

Fummo assegnate ad una classe di trenta alunni presso la scuola elementare Nido San Girolamo qui a Rapallo.

Ricordo ancora l’ansia ed al contempo l’entusiasmo del primo giorno, per la paura di non essere in grado di gestire i bambini ma, soprattutto, di non saper trasmettere loro le nostre conoscenze.

Il materiale necessario alle lezioni veniva preparato precedentemente da me e Greta, dividendoci le mansioni, in modo da arrivare in classe preparate (si spera!) e pronte ad iniziare.

Ogni ora incominciava con la presentazione del tema del giorno e, tranne per il primo, un piccolo riepilogo della lezione precedente, per testare quanto i bambini avevano appreso e si ricordavano e per chiarire eventuali dubbi. In seguito procedevamo consegnando eventuali fotocopie o presentando loro dei piccoli lavori preparati a casa, come ad esempio la coniugazione dei verbi être e avoir sotto forma di nuvolette da appendere in classe, per rendere il tutto più stimolante e creativo.

Da subito abbiamo potuto riscontrare una curiosità ed un’esaltazione inaspettate: i bimbi erano sempre molto collaborativi e disposti ad imparare, con tante curiosità da soddisfare e domande affatto scontate.

Cosa mi ha lasciato questa esperienza

Ripensare a quest’ esperienza due anni dopo mi ha fatto capire quanto mi sia divertita e quanto io stessa abbia imparato. Il mestiere dell’ insegnante è senza dubbio, a mio parere, uno dei più difficili, perché ci si trova di fronte ad una classe di cui (all’ inizio) non ci conosce niente, a partire dalla storia di ogni singolo alunno. Si è posti davanti a bambini che magari vorrebbero essere dovunque tranne che seduti ad un banco ad ascoltarti mentre spieghi. Ciò nonostante l’insegnante deve essere in grado di capire inizialmente fino a che punto può spingersi, scegliendo il metodo che ritiene più adatto per la classe in cui si trova.

Insegnare non è mai solo spiegare ed illustrare immagini. Si tratta di saper ascoltare, capire quelle che sono le esigenze di ognuno e cercare di soddisfarle; è imparare a mettersi dall’ altra parte quando un bimbo non capisce, anche quello che a noi sembra il più semplice degli argomenti.

Insegnare (per quanto poco io l’abbia fatto) mi ha reso anche cosciente di ciò che vorrei venisse migliorato nel sistema scolastico italiano. A partire dalle elementari, proseguendo per la scuola media fino al liceo. Credo che i professori (parlo di una attitudine diffusa, non della regola, le eccezioni ci sono) si limitino troppo sovente al mero insegnamento frontale, senza trasmettere nulla in più rispetto al paragrafo letto o alla formula enunciata. Poi, quante volte si viene ripresi perché non si è sufficientemente attenti o partecipativi? Se non fosse solo una questione di attenzione, di coinvolgimento, di “voglia”? Potremmo avere altri pensieri in testa non riguardanti la scuola, no? Eppure si tende sempre a dare per scontato che nella vita di ogni adolescente tutto vada bene e che non sia altro al di fuori delle ore scolastiche. Sappiamo benissimo che non è così. Allora perché non lavorare anche sul dialogo, sulla comprensione (no, non di un testo) reciproca tra alunno e alunno, tra alunno e professore, su come rendere una classe partecipe – ma senza note, che tanto non attingono mai al risultato sperato.

Finisco la mia esperienza liceale con la speranza che si possa arrivare a questo cambiamento, che renderebbe la scuola un posto più sereno per entrambe le parti- professori e alunni.

Per chi, gli anni prossimi, volesse intraprendere un progetto di alternanza diverso dal solito, che permette di mettersi alla prova, mi sento di consigliarvi Il Francese alla primaria, et voilà!. Non solo perché in linea con l’indirizzo di studi (sempre che uno voglia seguirlo), bensì proprio per l’insegnamento umano che ne ho potuto trarre e che, sono sicura, farà riflettere anche voi.

 

 

 

Da Vigo

DIARIO SCOZZESE/ Due mesi dopo

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Sono passati due mesi ormai dal nostro ritorno da Edimburgo, sembrerebbe che abbiamo voltato pagina eppure mancano ad ognuno di noi il tempo “moody” di Edimburgo, i pranzi a base di polletti e Domino’s pizza, le cene piccanti, la pizza pepperoni dell’hotel, le palestre gratis, la casa dello studente e il minigolf. Sicuramente, tra le mancanze più grandi, la più sentita è la convivenza. Noi ragazzi avevamo  infatti stabilito un certo feeling, arrivando a creare una sorta di famiglia, tant’è che Riccardo chiama ancora “figlia mia” Sara. Per questo motivo non mancano le rimpatriate. Il 15 giugno infatti ci siamo incontrati tutti in quel di Riva Trigoso ed è stato a dir poco commovente ritrovarsi tutti insieme riuniti su un tavolo – anche se questa volta davanti a del vero cibo.

Però quant’era bello svegliarsi e fare colazione con i conigli che saltellavano avanti e indietro tra un cespuglio e l’altro nel giardino dell’hotel, con le uova bollite rubate, gli utilissimi consigli di Lucia e i tram in cui i controllori, persino quelli italiani, chiedevano il biglietto appena saliti – Stefano ti pensiamo. Quant’era bello arrivare a lavoro e stirare 200 capi da portare nel negozio e vendere. Quant’erano magnifiche quelle passeggiate in cui Prof. Timossi si improvvisava stambecco, Caterina esperta di discese mediante una tecnica avanzata di rotolamento e Emanuele ed Alberto organizzavano un incontro di wrestling sul momento. Ma poi quanto erano interessanti gli studi pomeridiani alla casa dello studente in cui Gaia ed Emanuele hanno preso la laurea in cinematografia, Andrea in scienze culinarie di Reese’s, Alberto in filosofia e Riccardo e Arturo in neurofisiologia del sonno. Quanto erano belli i viaggi in treno alla scoperta del nord, in cui non ci stancavamo mai di fare partite a lupus e a scala 40 mentre scorrevano dal finestrino paesaggi scozzesi sbalorditivi e heilan coos. E quanto invece erano brutte quelle giornate  in cui mancavano i Nessie Hunters o i discepoli del mitico John, Federico e Davide – che erano dispersi nelle Highlands. Ci scusiamo in ritardo per aver divorato  inconsapevolmente la vostra cena. E invece quanto erano mozzafiato i tramonti! Specialmente l’ultimo tramonto che abbiamo visto, quello sulla collina da cui si vedeva tutta Edimburgo, dove abbiamo parlato, scherzato, riso, pianto e fatto dei video memorabili ma imbarazzanti.

È stato proprio un bel viaggio che a distanza di mesi ancora ricordiamo con il cuore che batte forte, tanto quanto Edimburgo ci è rimasta impressa. Quanto vorremmo tornare indietro per rivivere un’altro paio di volte, e perché no, anche altre tre o quattro, questa magnifica avventura che ci ha portato ad essere più grandi,più responsabili, che ci ha dato un’energia frizzante,come se avessimo fatto il bagno in un fiume gelato ad Aprile.

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ARTE

Amore.

Luca Ruperto

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“Mamma, qual è l’argomento perfetto per un articolo, quello che può interessare chiunque?”

“L’amore.”

 

Su una sdraio, aspettando tra un bagno e l’altro, o in un momento di follia da maturando, che cerca di trovare spunti per l’esame orale, e ancora durante la pausa pranzo, per distrarsi dalla frustrazione di non essere anche noi al mare, potrebbe capitare di leggere questo articolo. Molti avranno cercato le notizie che vanno dalla politica, alla scienza fino alla cronaca, ma potrebbe essere che non vogliate i soliti tecnicismi o le frasi complicate e talvolta noiose, ma che vi serva rilassarvi. Forse, per una volta, può essere piacevole lasciarsi trascinare in un viaggio mentale, leggendo un articolo che di solito è invece il genere destinato ad una lettura veloce, facendosi accompagnare alla scoperta di noi uomini.

L’amore è la forza che ci spinge, l’energia che ci alimenta e il carburante che consumiamo: permette di andare avanti e superare i limiti. Noi forse non ce ne accorgiamo del tutto, ma è sempre presente.

 

AMORE SENTIMENTALE

Questo è l’amore a cui pensiamo tutti: quello tra Romeo e Giulietta, quello che comincia all’improvviso guardando qualcuno sul treno, quello che si dichiara di provare in eterno, quello che i genitori sentono verso i figli, nel bene e nel male. Potrei cimentarmi nel cercare di descriverlo ancora, per ore, ma verrei criticato, visto che la letteratura ci ha già donato frasi insuperabili: penso a

“Uno spettacolo per gli dèi è la vista di due innamorati” di Goethe,

o immagino a come Saffo possa essersi sentita quando scrisse

“Eros ha sconvolto il mio cuore, come un vento che si abbatte sulle querce sulla montagna”;

è un momento inspiegabile se non lo si sperimenta: ineffabile dice Dante alla vista di Dio che è amore per eccellenza; è tanto intenso da non essere razionale o scientificamente spiegabile

“Capì che non solo ella gli era vicina, ma che ora non sapeva dove finiva lei e cominciava lui.” (“Anna Karenina”)

È la prima accezione che gli diamo. Non dobbiamo credere però che sia l’unica…

AMORE NELL’ARTE

Forse ho risvegliato in voi un po’ di interesse per la letteratura con le citazioni di prima, ma vi siete mai chiesti cosa abbia dato la prima spinta a scrittori, scultori e artisti? È una domanda retorica, perché sicuramente non sono il primo teorico di questa idea, ma la risposta è di nuovo l’amore. Sono innumerevoli i tentativi di raffigurare un bacio: dalla celebre opera di Klimt, alla significativa fotografia di Eisenstaed del 1945, fino all’intensissima statua di Canova… è mozzafiato. Anche noi abbiamo in parte amato le donne che i cantautori ci hanno descritto nei loro album, personalmente in questo periodo piuttosto che sudare la “notte prima degli esami” andrei io a consolare “Sara” e a prendermi cura di suo figlio. Walter Gropius dice che l’architetto inizia dove finisce l’ingegnere, perché è ovvio che non basti la tecnica senza gusto estetico e sentimento. L’amore è sempre stato il centro di tutto, tanto che non ci basta viverlo nella quotidianità, ma ci serve rappresentarlo, infatti un qualunque film romantico ci fa avvertire le sensazioni provate dai protagonisti della storia.

La seconda tappa è conclusa, abbiamo capito che l’amore è il sentimento che sentiamo la necessità di ricreare.

AMORE PER IL PROGRESSO

Se vi ho convinti con l’amore per l’arte, ora cercherò di sciogliere i cuori anche dei più razionali e meno sentimentali (o meglio, quelli considerati tali): gli uomini di scienza. Anche loro (o se posso permettermi, noi) non possono fare a meno di relazionarsi con questa forza, questa accelerazione della massa umana.

“Dopamina, norepinefrina, serotonina… quando ci innamoriamo siamo una fabbrica di droghe naturali”

scrive Helen Fisher, ma anche solo cercando di dargli una definizione, o una spiegazione logica, non fa altro che esprimere il proprio amore per l’antropologia, la sua passione. Altri scienziati credono di non comprenderlo, come il chimico protagonista della canzone di Fabrizio de André che dice:

“Ma gli uomini mai mi riuscì di capire perché si combinassero attraverso l’amore”;

questa incomprensione è ciò che li spinge a cercare, sperimentare e scoprire tutto quello che hanno da offrire al mondo. E se quello che provano per la loro più grande scoperta non è amore, allora ditemi voi che cos’è. Infine, i più geniali, perché altro modo non c’è di definire Albert Einstein, si esprimono al riguardo in maniera più consapevole, dicendo:

“Io non pretendo di sapere cosa sia l’amore per tutti, ma posso dirvi che cosa è per me

[…]” e ancora

“Vi è una forza estremamente potente per la quale la scienza finora non ha trovato una spiegazione formale. […] Questa forza universale è l’amore”.

AMORE NELLE DIFFICOLTÁ

Non sono gli scienziati gli unici a sentirsi abbandonati e senza amore. La storia ci ha permesso di conoscere i più grandi pensatori pessimisti, ma questo ci permette di non sentirci soli quando anche noi ci sentiamo come loro. L’amore, quando manca, origina la tristezza.

“Non si ama finché non si soffre” (Etienne Rey)

Giacomo Leopardi, che dalla sua infinita cultura ha saputo trarre conclusioni incontestabili, è forse stata la persona più consapevole che la mancanza di amore della natura nei nostri confronti è più terribile di qualunque catastrofe. Dice:

“I migliori momenti dell’amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia, dove tu piangi e non sai di che […]”.

La tristezza che ti fa gelare il sangue leggendo le sue opere è di una verità sconcertante. Lui però non si è tirato indietro, ci ha donato degli scritti magnifici, perché forse, in fondo, l’unico modo per non pensare alla mancanza di amore è concentrarsi su qualcosa e amarlo. Tutte le volte che ho letto la parola “pessimismo” studiando Leopardi, senza accorgermene, ho bilanciato la tristezza che mi suscitava con l’amore per questo autore, così tanto ammirevole.

AMORE FILOSOFICAMENTE

L’amore come mancanza nel “Fedro” e nel “Simposio”, a cui si contrappone l’erotismo come nostalgia del tempo passato per Aristofane; l’amore per Dio e da Dio di cui ci parlano Aristotele, Agostino e Spinoza; l’amore di sé dei narcisisti e dell’ego inconsapevole, analizzato dalla psicoanalisi; l’amore per la natura concreta o per l’astratto e l’inanimato; l’amore come errore, secondo Shopenhauer, contro l’amore come strumento per superare i limiti, secondo Hegel; l’amore innaturale e sbagliato di Edipo verso la madre, ma anche quello che aiuta Ettore ad abbandonare Ecuba, morendo per la sua patria. Sono troppe le definizioni che sono state date dell’amore in filosofia, e questo dimostra la natura molteplice di questo sentimento che si ritrova sotto ogni forma, modo ed espressione.

 

 

Mamma: “Ti è servito il mio consiglio, sei riuscito a produrre qualcosa di nuovo o utile per gli altri?”

“Non credo, ma ho amato provarci.”

 

 

di Luca Ruperto

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ATTUALITA'

Insieme per cambiare e migliorare – Medicina e Ingegneria

Luca Ruperto

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FLG10 è una leonessa del Gujarat (India), che ha trovato un modo ingegnoso per difendere i propri cuccioli. Quando un maschio adulto incontra un cucciolo, che non ritiene essere suo, lo uccide. La leonessa si è strategicamente accoppiata con leoni di diversi gruppi, per evitare l’infanticidio deliberato dei suoi piccoli.

Salvare vite è di vitale importanza, per qualunque animale, per preservare la propria specie dall’estinzione. L’uomo non fa eccezione, ma, come in ogni altra attività, noi ci spingiamo oltre: noi abbiamo la medicina.

A scuola come progetto PCTO sono stati presentati i corsi di Basic Life Support – Early Defibrillation, che insegnano a soccorrere chi viene colpito da un attacco cardiaco. Così chiunque voglia salvare una vita, anche senza avere nessuna conoscenza medica, può imparare. Dopo una parte teorica, dove vengono illustrati gli elementi funzionali del cuore, le precauzioni da prendere e le manovre da eseguire, si passa alla parte pratica: mani sul manichino e, al ritmo di “Staying Alive”, via al massaggio cardiaco.

Le nozioni fornite salvano vite: solo qualche mese fa, alla Fiumara, un bimbo di un mese, in arresto cardiovascolare, è stato tenuto in vita dalla madre. Un caso veramente fortunato visto che Gabriele De Tonelli, medico rianimatore, si trovava lì, fuori servizio, e ha aiutato i volontari della pubblica assistenza. Il dipendente del Gaslini afferma che è stata determinante la presenza del DAE.

Il defibrillatore semiautomatico riconosce e interrompe le aritmie maligne, che portano a un arresto cardiaco, tramite una forte scarica elettrica. Un dispositivo tanto utile quanto pericoloso, se non si prendono le giuste precauzioni: proprio per questo i corsi BLSD sono importanti.

Il software dell’apparecchio analizza automaticamente l’attività elettrica del cuore, comunicando ai soccorritori i vari passaggi da seguire, permette di non sbagliare anche sotto la tensione dell’emergenza.

Ciò che ci rende veramente diversi dagli altri animali è difficile definirlo: filosofi, scienziati e addirittura avvocati hanno provato a dare una risposta. Chi dice che è l’intelligenza la nostra arma più affilata, forse, non conosce animali come FLG10, che ha dimostrato di averne più di molti di noi.

Forse, ciò che davvero ci pone un gradino più in alto è l’uso delle macchine. Il fuoco e le torce, l’invenzione della ruota e della scrittura sono state le tappe fondamentali, che hanno permesso di dare uno slancio alla nostra civiltà. Gli strumenti ci hanno accompagnato durante tutta la storia e ci siamo evoluti di pari passo allo sviluppo tecnologico.

Al giorno d’oggi abbiamo creato cose eccezionali e impensabili, ma il progresso percorre una strada interminabile e abbiamo ancora tanto da inventare. Tutto si può migliorare.

In campo medico, per esempio, l’innovazione dovrebbe essere della forma mentis. Quello che serve è reinventare il modo di fare medicina. Non basta aspettare la malattia e poi curarla, bisogna inventare dei sistemi per prevenirla. Per questo l’invenzione più rivoluzionaria dell’800 è stata la vaccinazione, tanto da essere paragonata alla possibilità per la popolazione di accedere all’acqua potabile.

Per adesso il sistema sanitario si basa, principalmente, su un processo reattivo: aspettiamo che arrivi l’influenza, o l’infarto, o il cancro, o che i controlli occasionali risultino positivi a qualche malattia e, dove possiamo, forniamo medicine, regalando tempo al paziente, che però dovrà tornare a farsi curare al prossimo problema.

Questo sistema è anche il motivo per cui la sanità risulta più costosa ed inefficiente di quello che potrebbe essere: la gestione dei dati deve essere veloce e senza intoppi e questo spesso non accade.

È naturale che questo avvenga: ci sono molti pazienti e visitarli tutti insieme richiede tanto tempo. Altrettanti minuti vengono persi perché ancora oggi il sistema di comunicazione per i referti è il fax, visto che i database informatici non sono così intuitivi da usare: negli Stati Uniti stanno investendo molto in Medical Writer, ossia scribi per medici, infatti si trovano sempre più offerte di lavoro online. Inoltre, il paziente spesso non ricorda tutti i propri sintomi e al medico possono mancare alcuni pezzi del puzzle, che cerca di risolvere cambiando dosi o farmaci e fissando nuove visite.

La medicina, in questo secolo, ha fatto enormi progressi: pensate a quante nuove malattie ha saputo inventare.
(Enzo Jannacci)

Siamo nell’epoca in cui si parla di medicina genomica e tecnologie come il CRISPR o il robot “Da Vinci”, che però si perdono in un sistema che si basa su regole inventate qualche secolo fa.

Come si potrebbe innovare? Cambiando appunto forma mentis.

Il medico non dovrebbe essere l’unico a dirti come comportarti per risolvere i tuoi problemi, ma, in primis, noi dobbiamo fare un lavoro di prevenzione. Dobbiamo gestire il nostro corpo come siamo abituati ad organizzare l’agenda di lavoro.

Con nuovi sistemi di lettura di dati biometrici, più alla portata di tutti, si può dare al paziente la possibilità di tenere sempre traccia delle proprie condizioni fisiche e regolare la propria dieta, l’attività sportiva e il riposo di conseguenza. Per esempio, fitbit sempre più avanzati e applicazioni su smartphone per l’analisi di dati medici permetterebbero al paziente di avere un quadro di insieme giornaliero, ed essere sempre informato così che, qualora il problema sia al di là della sua comprensione, ognuno possa avere dati precisi da fornire al dottore, il cui lavoro risulterebbe facilitato, più veloce e meno dispendioso.

Bisogna reinventare il modo di fare medicina come abbiamo reinventato la lettura di libri, le funzionalità degli orologi, i mezzi di trasporto e le modalità di acquisto di beni.

Serve combinare tecnologie: dalle reti neurali, robotica, nanotecnologie e “app” moderne ad una sanità 2.0, anzi 3.0: facile, efficace e meno dispendiosa, sia in termini di tempo che di denaro. Sistemi come Trivago non hanno inventato il GPS, gli smartphone e i libri di recensioni, ma le hanno integrate in un complesso, unico e comodo.

Questa non è un’utopia lontana, la medicina basata su dati e analisi esiste già e si sta sviluppando sempre di più: dagli spazzolini smart, che tracciano il lavaggio e danno consigli, a peluche per bambini, che contengono circuiti con sensori per tenere tranquilli i genitori, fino a sistemi che studiano la qualità del sonno. Addirittura più innovativi sono i tatuaggi temporanei di Todd Coleman, che trasmettono dati corporei elettronicamente e in remoto e hanno permesso a Jane, donna incinta che non poteva uscire di casa, di venire controllata dal medico curante a distanza; pillole che contengono sensori minuscoli e telecamere possono ora essere ingerite, permettendo di evitare operazioni più invasive; uno speciale laser forse permetterà in futuro di separare le cellule infettate dall’HIV dalle cellule sane e di somministrare le medicine antiretrovirali solo alle cellule malate.

Le premesse sono promettenti e questo cambiamento avverrà se medici e ingegneri impareranno a comunicare, visto che ora i due linguaggi, tecnicamente specifici, non sono compatibili. Lo hanno capito gli istituti Humanitas e Politecnico di Milano, in Lombardia, che stanno creando una nuova classe di studenti. Questi otterranno una doppia laurea in medicina e ingegneria, che darà loro le conoscenze per collegare due mondi che fino ad ora non sono riusciti a parlarsi.

Come la leonessa indiana protegge i suoi cuccioli, i millennial si stanno formando in una società nuova, con conoscenze diverse da quelle del passato, basti pensare alla nascita del diritto dell’internet. Questa è la chiave del progresso.

“Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.”
(Sir Winston Churchill)

 

 

di Luca Ruperto

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