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MONDI

ANNO ALL’ESTERO/Come vivere una nuova vita

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“Ho bisogno di conoscere nuove persone, cambiare aria, entrare in contatto con una cultura diversa, visitare nuovi paesi…”, se hai pensato spesso almeno una di queste frasi, potresti aver bisogno di fare un’esperienza di studio all’estero.

Gli studenti delle scuole superiori, generalmente durante il quarto anno, possono godere di un’esperienza unica e indimenticabile.

Vi è la possibilità di passare un bimestre, un trimestre, un semestre o un anno in un paese diverso dall’Italia. Durante questo periodo, gli alunni frequentano la scuola del loro paese ospitante, vivono in una famiglia (programma “Host Family”) oppure restano nell’istituto nei giorni scolastici e stanno con la famiglia solo nel weekend (programma “Boarding school”).

La scelta della durata del programma dev’essere fatta in base alle proprie esigenze. Generalmente gli studenti preferiscono fare l’anno, ma questo non significa che una durata minore valga meno. Vi sono molte persone che hanno scelto di vivere quest’esperienza per soli due mesi e nonostante il periodo breve sono riusciti ad apprendere la lingua, farsi degli amici e divertirsi.

I paesi più gettonati sono sicuramente quelli anglofoni, come l’America e il Canada. Si ha però la possibilità di avere un’esperienza  in stati altrettanto magnifici e poco considerati, come per esempio la Lettonia e il Perù.

Tutte le esperienze sono diverse tra loro, ognuno vive una propria avventura, unica e magica.

Durante questo periodo, si ha la possibilità di vivere avventure uniche e immergersi in una cultura completamente differente; si avrà la possibilità di migliorare una delle lingua studiate a scuola, o di conoscerne una completamente nuova.

Sicuramente non si tratta di un’esperienza economica, ma ci sono diverse agenzie e associazioni che permettono di ottenere una borsa di studio in modo da dare a tutti la possibilità di fare quest’esperienza.

È molto importante riuscire a capire quale agenzia sia più adatta alle proprie esigenze e contattarne diverse per capire al meglio le differenze.

Alcune associazioni permettono di vincere delle borse di studio e vi è anche la possibilità di riceverne una in grado di ricoprire la quota totale.

Questo difficile periodo ha sicuramente ostacolato gli studenti dal poter vivere quest’esperienza indimenticabile, ma non li ha certo fermati. Difatti i collaboratori e i volontari delle diverse agenzie si sono dati da fare per permettere agli alunni di poter partire ugualmente, in totale sicurezza.

Alcuni ragazzi sono riusciti a partire già a settembre, mentre altri dovranno aspettare ancora fino a febbraio. Non si può nascondere il fatto che fare quest’esperienza durante questo periodo sia tutt’altro che semplice: vi è il rischio di fare didattica a distanza anche nel proprio paese ospitante e visitare alcune città potrebbe risultare più complesso. Nonostante questo si tratterebbe comunque di un’esperienza unica.

In poche parole questa è l’occasione perfetta per ripartire da zero, per vivere una vita diversa. 

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BASKET/La nazionale trionfa ma pochi applaudono

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Il 2021 è stato l’anno dell’Italia; dopo due anni di emergenza sanitaria finalmente il nostro paese si è riscattato. Dopo oltre trent’anni i Maneskin hanno portato l’Italia a vincere l’EuroVision, che nel 2022 si terrà nel Bel Paese. Donnarumma con la sua storica parata ci ha condotti sulla vetta d’Europa, mentre Berrettini è passato alla storia per essere il nostro primo connazionale a partecipare a una finale a Wimbledon.

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THE HANDMAID’S TALE/Una storia vera in un mondo immaginario

Sara Avallato

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Per i fan delle serie televisive, questo non è stato un anno di grandi soddisfazioni. Le restrizioni legate alla pandemia hanno inevitabilmente fermato la produzione della maggior parte dei programmi tv. Così l’appuntamento di settembre che normalmente vede l’uscita delle attesissime “nuove stagioni” è stato rimandato, lasciandoci in attesa ancora per qualche mese. 

L’inizio dell’estate, però, ha visto la ripresa di alcuni dei maggiori successi di Netflix, come Lucifer ed Elite, che si concentrano su temi leggeri e mirano a intrattenere più che a far riflettere. Di tutt’altro genere è The Handmaid’s Tale, serie tv di Hulu che ha fatto il suo debutto sugli schermi del 2017. Tra le decine di nuovi programmi che vengono proposti ogni anno, sono pochi quelli che davvero lasciano il segno, e questa serie è riuscita senza dubbio in questo intento. 

La serie

Il programma, vincitore di una lunga lista di Emmy e Golden Globes, è stato un enorme successo fin dai primi episodi. È una sorta di moderno 1984: un romanzo di denuncia sociale che sfrutta un immaginario futuro distopico per mettere luce su questioni attuali. Effettivamente, la serie sembra portare agli estremi le conseguenze di un governo con idee misogine e intolleranti. Che poi abbia debuttato a pochi mesi dall’elezione del presidente Donald Trump, non sembra essere esattamente una coincidenza.

La storia è ambientata in un futuro non ben definito a Gilead: ciò che resta degli Stati Uniti d’America a seguito di un violento conflitto mondiale. La popolazione umana sembra essere destinata a estinguersi a seguito di un drastico aumento dell’infertilità. La soluzione che il governo del nuovo Stato propone è una via autoritaria che prevede lo sfruttamento di quelle poche donne che ancora possono avere figli, in nome della sopravvivenza della specie umana. June è una di queste donne, le cosiddette “ancelle”.

Le prime tre stagioni della serie hanno raccontato i soprusi ai quali il governo patriarcale di Gilead ha costretto la sua popolazione. Le donne non possono leggere, non possono dire la loro, chi è ancora fertile è soggetta a brutali violenze. Sono molte le scene di estrema violenza che vengono raccontate, e man mano che gli episodi si susseguono si comprende che il supporto per il regime è estesissimo. Per ogni violenza c’è qualcuno pronto a giustificarla in nome di un bene superiore. La fede ha accecato quasi tutti: sia chi detiene il potere, sia chi è vittima di irripetibili soprusi. 

La quarta stagione

Dopo una lunga lista di episodi che vedono susseguirsi solo dolore, speranze infrante e tentativi di fuggire falliti, era giunto il momento di un cambiamento radicale, e la quarta stagione tiene fede a tutte le sue promesse.

Ciò che ha reso The Handmaid’s Tale una serie di straordinario successo è stata la sua capacità di raccontare storie vere e sentite, pur basandosi su un universo totalmente diverso dal nostro. Il rapporto col regime è complesso: c’è chi diffida di tutti, chi si convince che sia giusto fare la propria parte, chi combatte con le unghie e con i denti per mantenere quel briciolo di libertà che sa di meritare. Se negli anni passati si è vista ogni sfumatura del dolore provato dai protagonisti, il 2021 ha presentato un lato diverso dei personaggi: la rabbia.

Una serie psicologica

La protagonista è finalmente fuggita da Gilead e si è riunita con la sua famiglia in Canada. Ora è libera e senza un nemico contro cui combattere. Dall’altra parte del confine, però, il governo continua ad agire indisturbato. June e le altre donne che si sono salvate con lei sono poste davanti a un bivio: vivere la loro nuova vita serenamente, oppure continuare a combattere. Il trauma del loro passato, poi, sembra non lasciare alcuno scampo. 

I personaggi principali sono stati lodati per la loro complessità: gli eroi non sono più personaggi perfetti, capaci di rialzarsi dopo ogni sconfitta, di perdonare sempre e comunque. Poste davanti alla richiesta di perdono dei loro oppressori, le protagoniste decidono di dire no. Di non accettare qualche lacrima e un minimo senso di colpa come redenzione per crimini atroci, che hanno rovinato le vite di migliaia di persone. 

Elisabeth Moss, attrice interprete della protagonista, offre una delle migliori performance degli ultimi anni, portando sullo schermo un personaggio pieno di sfaccettature, che non si limita al ruolo di madre. Se il finale della terza stagione aveva visto June rinunciare alla possibilità di salvarsi per continuare a stare accanto alla sua prima figlia, ancora prigioniera di Gilead, ora la situazione è cambiata. L’amore di madre non può bastare a colmare il desiderio di vendetta e di giustizia.

Uno dei grandi meriti della serie è quello di essere riuscita a dare alle donne protagoniste una struttura tridimensionale: non solo vittime, non solo personaggi passivi in un mondo che si basa sul loro sfruttamento. Perdonare – sembra voler comunicare la serie – non è sempre liberatorio. June, pur vivendo in una dimensione irrealistica, soffre dello stesso dolore di chi oggi, nel nostro mondo, è vittima di violenze ed è ridotta a oggetto sessuale. Superare il trauma di una violenza non è facile, soprattutto quando ci si sente soli in questo percorso.

La vendetta

Quando June si rende conto che neanche il governo democratico canadese è in grado o ha intenzione di proteggerla, non le resta altro che il rancore.

Una giusta pena non è sempre una condanna in carcere, a volte la massima “occhio per occhio, dente per dente” è semplicemente giusta. Ci sono crimini per i quali non esiste una punizione comparabile al dolore causato, crimini che non avranno mai giusto compenso. A volte la giustizia va fatta con le unghie e con i denti, senza pietà. Così nelle scene sconvolgenti dell’ultimo episodio, che si concentrano sulla vendetta delle ancelle, chi guarda non può che empatizzare con chi da vittima diventa carnefice.

Le donne rincorrono e uccidono con furia animale Fred Waterford, l’ideatore di tutte le teorie sulle quali si basa Gilead. Non proprio una furia animale, però, quanto una rabbia profondamente umana: quella di chi ha subito l’inimmaginabile e non ha visto negli occhi dei propri persecutori nessuna pietà, nessun momento di esitazione. Ed è anche la rabbia di chi, dopo aver sofferto l’inferno, si rende conto che nessuno desidera portare giustizia alle sue sofferenze. Allora si è costretti a farsi giustizia da soli, a prendersi l’onere – e anche la soddisfazione – di vedere il dolore subìto negli occhi di chi lo ha inflitto per primo.

L’influenza sull’attualità

The Handmaid’s Tale si è posta come obiettivo qualcosa che nessun altro aveva fatto negli ultimi anni: servirsi di un mondo irreale per far riflettere il lettore su ciò che potrebbe essere il suo futuro. Gilead non è altro che le nostre più grandi paure fatte realtà.

È per questo che in più proteste per i diritti delle donne i partecipanti hanno simbolicamente indossato la divisa delle “ancelle” di Gilead, per denunciare un governo che si arroga il diritto di decidere cosa fare del corpo delle donne. L’impatto che un semplice programma televisivo può avere è immenso, e forse non avevamo ancora avuto modo di accorgercene. 

Certo, qualcuno ha accusato la serie di essere ripetitiva, a tratti lenta e poco emozionante. In effetti le prime stagioni seguono una lotta infinita tra June e il mondo in cui si trova ad abitare: per mille volte cercherà di riaffermare la sua identità e la sua umanità, mentre per altre mille volte riceverà in risposta soltanto torture fisiche e psicologiche. Non è però semplice gusto per il macabro, quanto una vicenda umana che potrebbe essere quella di ognuno di noi. Nella realtà non  ci si arrende al primo tentativo e neanche un tentativo è sufficiente ad aggiustare un mondo sottosopra.

Il futuro della serie

Il finale di stagione ha raccontato il culmine dell’ira delle ancelle, che hanno finalmente avuto la loro vendetta. Le conseguenze, però, non tarderanno ad arrivare. La quinta stagione in arrivo nel 2022 rivelerà la loro sorte. Che siano punite per l’omicidio commesso o meno, viene da chiedersi: ora che hanno ottenuto la loro vendetta, potranno davvero andare avanti? Saranno capaci di lasciarsi Gilead alle spalle e ricominciare da zero?

Probabilmente no. Se questi quattro anni di programmazione ci hanno insegnato qualcosa, è che le spiegazioni semplici non trovano spazio all’interno della serie. L’ispirazione a vicende di reali violenze è palese: non è la vendetta la soluzione, e nemmeno il perdono. Forse solo il tempo potrà guarire. Intanto, la lotta contro Gilead continua.

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ARTE

COSMO/Musica come manifesto politico

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<<Un corpo erotico sbattuto in faccia al gelo di morte del capitalismo e della burocrazia, un ballo sulla carcassa di una società incapace di godere e di organizzarsi per essere felice. Una società che preferisce riempirsi di regole, leggi e divieti. Una società che mette il profitto davanti al coraggio e alla libertà e che ci vuole sempre più inoffensivi.>> così definisce Marco Jacopo Bianchi, in arte “Cosmo”, il suo nuovo album “La terza estate dell’amore”. Un disco che, già dal manifesto, si percepisce essere fuori dalle righe. 

L’autore concepisce l’arte come denuncia e rivoluzione nei confronti degli schemi prefissati e della mercificazione della musica, inneggiando ad una libertà della quale sembriamo quasi aver timore. Rapito da un incipit così suggestivo, ho deciso di analizzare l’album nella sua completezza.

Genere ed impronta dell’autore

L’immagine di copertina è una giusta raffigurazione dell’album: uno scorcio di natura condito di figure umane viene deformato da una cornice quasi psichedelica. Difatti Cosmo non si limita ad osservare la realtà come ci appare, vuole invece approfondire le sovrastrutture e l’idealismo che vi sono dietro alle cose. Per sviscerare le verità dietro alle apparenze decide di utilizzare un stile piuttosto ricercato, che in qualche modo richiama gli echi della poetica futurista di inizio XX secolo.

La metrica dei testi è slegata da ogni classicismo, il linguaggio è prevalentemente analogico, i versi si susseguono in un flusso di coscienza in divenire e solamente il brano “La musica illegale” presenta un vero e proprio ritornello.

“La terza estate dell’amore” si focalizza su sonorità fortemente elettroniche, synth pop, techno con note di glitch. Si tratta di un agglomerato di suoni che trasportano l’ascoltatore in un dimensione di confusione, definibile quasi claustrofobica. L’acustica nuova, più spinta, della prima canzone “Dum Dum” segue poi nei pezzi successivi, rendendo il disco portavoce di una musica pienamente sperimentale. 

La scelta stilistica ed i numeri ottenuti

Nell’intervista prodotta da “Rockol”, egli dichiara di volersi allontanare dai precedenti pezzi semi-pop. Afferma che per seguire il successo sarebbe stato necessario che il suo creato seguisse dei binari, ma ciò provocava in lui senso di costrizione, di assoluto adeguamento agli standard. E’ quindi partendo da questo sentimento che egli concepisce uno stile dove non vi sono regole e non esistono parametri. “Ho lasciato che fossero le canzoni stesse a guidarmi”, “Mi sono sentito come un artigiano al servizio del pezzo, che dovevo aiutare a far venir fuori, a svilupparsi in maniera naturale”.

Il rischio derivante da una scelta così coraggiosa è che il pubblico non apprezzi. Cosmo lo sa, e se ne infischia. Non è più interessato al pubblico che ascolta tormentoni usa e getta, vuole essere libero di mettersi alla prova, sperimentando forme nuove. Ciononostante spera comunque di essere compreso e che il suo messaggio si diffonda, ma la popolarità non è l’obbiettivo. 

I numeri infatti non sono entusiasmanti: una media di circa 150.000 ascolti a canzone, ad eccezione de “La musica illegale” con più di mezzo milione, è una cifra relativamente bassa rispetto agli album precedenti. L’impressione è che il disco debba ancora essere ben “digerito” e che il numero di ascoltatori possa salire considerevolmente una volta superato il primo impatto con questa nuova wave.

 

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La tracklist è la seguente:

1. Dum Dum (3:43)
2. Antipop (4:22)
3. La musica illegale (3:44)
4. Fresca (4:55)
5. Mango (5:13)
6. La cattedrale (4:38)
7. Puccy Bom (4:37)
8. Fuori (feat. Silvia Konstance) (5:30)
9. Gundala (5:01)
10. Io ballo (6:12)
11. Vele al vento (8:06)
12. Noi (4:31)

Dopo aver osservato il quadro generale dell’album, ho deciso di addentrarmi nella poetica di Cosmo analizzando il disco traccia dopo traccia, cercando di carpire i significati ed i concetti ai quali l’autore fa riferimento. 

Dum Dum

La traccia è preceduta da 1 minuto di bassi e batteria, il giusto tempo per immergersi nel film. Ogni verso è alternato dall’onomatopea “Dum dum”, che richiama il frastuono della guerra . “E l’amore risale da sottoterra, e ogni vicolo è già un campo di battaglia”. L’amore è stato calpestato, il sentimento dell’uomo è stato nascosto sotto i nostri piedi, è tempo di riprenderci tutto, di ballare, di “fare festa davanti alla polizia”.

Il finale presenta una scena catastrofica: “Piante rampicanti riprendono la città, sventolano bandiere sulle macerie di quest’epoca stupida, e io ci godo un po’”. L’uomo si è distrutto da solo. Il desiderio di soccombere sull’altro ci ha portati ad annullarci vicendevolmente. Ora solo le piante abitano i centri urbani. 

Antipop

Paradossalmente la più “pop” della lista, ma allo stesso tempo bando della sua critica alla musica commerciale. Tu fai la hit, io torno vergine, fai la hit, è già in vendita, in classifica”. Mentre l’icona pop di turno si preoccupa di aggiudicarsi il primo posto sul podio, Cosmo fa un passo indietro, si distacca dall’ossessione per la fama e torna ad uno stato primordiale, alla ricerca dei valori puri della musica. “Scava, raschia ed esplora al di sotto del livello del mare” mentre la maggioranza è occupata a risalire in superficie per cavalcare l’onda. “È musica, no fabbrica” risuona per tutta la seconda parte della canzone, avanzando una critica cinica ed esplicita.

La musica illegale

Cosmo ed il suo manager hanno pensato ad un modo abbastanza particolare per presentare il disco. Dopo aver annunciato sui social che sarebbe successo qualcosa, il 12 maggio, al circolo Magnolia di Milano ed al Monk di Roma sono stati allestiti impianti acustici che trasmettessero in anteprima la tracklist. L’esperimento portato in scena ha condotto allo stesso risultato dei seguenti versi della canzone: “Dice: “Scusa, cosa fai? Spegni quell’impianto” , al quale l’artista prontamente risponde “Chi si incazza per la musica là fuori, poi si spara tutti i giorni il rombo dei motori”.

Cosmo vuole quindi portare una riflessione sul fatto che la musica nei luoghi pubblici generalmente crei fastidio, mentre il trambusto prodotto dal traffico urbano, al quale siamo abituati, non susciti alcun tipo di disturbo. “La musica è illegale” è anche un richiamo al periodo pandemico appena passato, nel quale ogni forma d’arte che necessitasse di un pubblico dal vivo era bandita. 

Fresca

Finalmente una canzone d’amore. Non è di certo la lirica che dedicherei ad una ragazza, ma che sua moglie, decisamente più abituata a queste dichiarazioni inusuali, deve aver apprezzato.

I versi narrati creano un quadretto familiare di libera interpretazione. Io immagino che L’ex Drink to Me sia solito osservare sua moglie, magari durante i caldi pomeriggi d’estate, e mentre lei dorme immacolata sul divano, lui cerchi di “camminarle incontro” cercando di risolvere i suoi “segreti”.

Che tempi, sì, tutti pazzi. Ma tu ci salvi, sì, tu sei fresca”. Come Clizia per Montale, anche Antonietta per Cosmo è una figura salvifica. L’autore non ricorre ad aggettivi ricercati, ella è semplicemente “fresca”. Cosa vuol dire? Boh. 

Mango

Il non sense è portato all’estremo. Il ritornello ruota intorno alla parola“badabango”, inventata dal figlio. Il bambino è anche la voce di una piccola parte del refrain dove lo si sente farfugliare un motivetto. Piccola nota: si tratta dell’unico “featuring” oltre a quello fatto con Silvia Konstance in “Fuori”. Per quanto assurda, la canzone è orecchiabile ed entra in testa facilmente.

La cattedrale

Non l’ho ancora capita.

Puccy Bom

Esperienza allucinogena. “Forma, smonta, pimpa, pimpa. La macchina, odio la macchina. La grande macchina ci serve, rubiamola”. Il costrutto sociale va smantellato per edificarne uno totalmente nuovo. La “macchina” è causa di guerre tra uomini, di malcontento e fallimenti. E’ il momento di riprendersi le strade, di ballare, di godere dei piaceri alla base degli istinti animali dell’uomo. “Godi, godi, godi un po’ di più. È questa la via, ‘na mezza utopia” è il motivo che incarna la concezione edonista del cantante.

Ti hanno rinchiuso qui. Gatto randagio, ma in gabbia chic”. L’uomo per natura è un essere libero, svincolato da ogni prassi, ma contrariamente a ciò, si lascia imprigionare dalle leggi della “trappola sociale”, preoccupandosi solamente di avere un’apparenza, una “gabbia”, chic. Gli ultimi due versi concludono la critica al sistema con “Come finirà, manco Dio lo sa. Ma il capitalismo, bla, bla, bla”.

Fuori

E’ un dialogo tra conformismo e anarchia. L’uomo ligio alle convenzioni accusa il rivoluzionario di essere fuori di testa. “Mi guardi e pensi “Questo è fuori”. Nonostante ciò, l’uomo non conformato non si lascia scalfire dai giudizi. Ne rimane indifferente. Osserva dall’alto e trae le sue conclusioni, scagliando il medesimo giudizio ricevuto “Vi guardo e penso “Madonna quanto siеte fuori”. Domanda a loro “Che fate? Vivete?” che suggerisce un “O vi preoccupate solamente dell’opinione altrui?”

Gundala

Con “Gundala” Cosmo vuole attraversare tutte le possibilità timbriche, sussurrando versi che vengono storpiati da un effetto “autotune” volutamente errato. Al minuto 1:50 un piano fa da spartiacque alla seconda parte del pezzo, che potrebbe essere considerata una canzone a sé, dove il tono e la base mutano radicalmente.

Gundala è l’unica traccia che non esplora le sonorità techno. La frenesia dei testi precedenti rallenta, si rilassa, in questa canzone che pian piano prende il via con una base relativamente leggera. Lo spazio trascende la realtà e l’autore sembra lasciarci addentrare nel profondo dei suoi pensieri. L’Outro affida al lettore due quesiti esistenziali: “Dove siamo? Dove stiamo andando?”

Io ballo

Esseri umani con la dignità di un animale che non sa cosa siano confini, che non conosce il nome dei luoghi, ma sеnte gli odori, sì, segue lе piste”. Cosmo valorizza ulteriormente l’indole animalesca dell’uomo, cogliendone il dualismo interiore. L’animo è infatti diviso tra la parte buona, borghese e la parte istintiva, viscerale, che siamo propensi a nascondere. Per quanto le istituzioni propongano un’immagine morale ed impeccabile, l’uomo è portato naturalmente a liberare le sue passioni più antiche, “Perché il sacro, la magia, i rituali, le celebrazioni collettive non le sostituiremo mai con il lavoro, la carriera, il successo, la sicurezza, l’igiene”. Allora non ci resta altro che “ballare per cambiare realtà, per tornare bambini”.

Vele al vento

8 minuti di suoni che crescono progressivamente, stratificandosi e sovrapponendosi l’un l’altro. Il cantautore piemontese invoca un “dio del mare”, chiedendogli di “Farci perdere l’idea che abbiamo di noi, lontano dalle leggi degli uomini, senza mappe né padroni”. Si riferisce al lavoro di liberazione da automatismi, logiche e schemi di pensiero che l’autore ha assorbito in questi anni. Egli vuole deformare le concezioni classiche di musica con le quali è stato cresciuto.

Il passato, ancora una volta, è visto come simbolo di purità e portavoce del vero animo umano. “Facci scoprire che abbiamo fatto per duecentomila anni”, “Che cosa abbiamo fatto per tutto questo tempo, come ballavamo, come parlavamo, come scopavamo, cosa inseguivamo”.

Noi

Traccia finale. Assume una direzione più soft, non presentando alcun tipo di glitch e allontanandosi quindi dai suoni forti e turbolenti a cui ci eravamo abituati precedentemente. I rumori disturbanti si risolvono in questa melodia finale, che diventa quindi una sorta di soluzione all’intero album. E’ una fase spirituale in cui l’autore, attraverso un sentimento panico, si riconosce in tutto ciò che lo circonda. “Mi rotolo nel fango, piango, rido, attendo. Appoggio il palmo della mano sul mondo, Sono l’alba, sono un ramo, la radice che sprofonda, Sono donna, sono l’onda”.

Per concludere, dopo aver criticato aspramente il sistema capitalistico e l’ipocrisia della massa, si immedesima nel gregge umano, si riconosce come parte di esso. Suggerisce che le colpe non vadano attribuite agli uomini, perché per quanto liberi di agire, rimangono pur sempre “vittime di questo mondo”. 

La terza estate dell’amore è un viaggio a cui ritengo sia produttivo prendere parte. Si tratta di un manifesto politico cantato. L’evidente utopia comunista su cui poggia questo album non è narrata come una facile meta da raggiungere, viene anzi placata dall’ultimo brano, nel quale l’autore assume un atteggiamento disilluso. 

Lodi e critiche

Per quanto io non sia un assiduo ascoltatore di musica, posso affermare che questo album abbia pochissimi difetti. Quando questi nei sono però scelte stilistiche dell’artista, allora ogni forma di critica diventa fine a se stessa.

L’ostinazione con cui Cosmo ha scritto il disco ha fatto sì che per la prima volta in vita mia io abbia ascoltato musica con l’intento di capire, e non di essere capito. Una volta superata la difficoltà nella decifrazione dei testi, la sequenza corre liscia nelle cuffiette e ci si può immergere in una piacevole escursione tra suoni, idee ed immagini.

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