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MATURITÀ 2021/Come il Covid ha cambiato il mondo della scuola

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Ogni maturando lo sa, e probabilmente ha fatto anche qualche incubo a riguardo: il giorno dell’esame orale si avvicina. 

Quando il nostro percorso liceale è cominciato, non avremmo sicuramente immaginato che si sarebbe concluso in questo modo. I tanto temuti “scritti” non si svolgeranno, sostituiti da un maxi-orale che comprenderà quasi tutte le materie. In molti hanno tirato un sospiro di sollievo (compresa io), ma a quale prezzo? 

Si cade sicuramente nel ripetitivo, a parlare sempre di Covid. Non ricordo l’ultima volta in cui ho aperto il computer e cominciato a scrivere un articolo che non contenesse la parola “pandemia”. Ho provato a buttarla sul ridere, a parlare del mondo delle donne, della situazione economica: niente da fare, si casca sempre lì. Questa volta, poi, mi tocca nel vivo: come abbiamo affrontato noi maturandi l’emergenza Covid? Come immaginerete, non troppo bene.

Ovviamente ognuno ha vissuto questo anno e mezzo in modo differente, ma i problemi riscontrati sono stati piuttosto simili. Che si tratti di studenti di licei classici, linguistici o di istituti tecnici, i problemi riscontrati sono pressapoco gli stessi.

Ora, leggere un po’ di lamentele sentite e risentite non interessa sicuramente a nessuno, ma le voci degli studenti non portano solo questo: nonostante la prima impressione che possiamo dare, abbiamo anche tanta speranza in un futuro diverso e in anni che ci permettano di recuperare le esperienze perse. 

Maxi-orale: c’è poco da festeggiare

Per tirare le somme, ho avuto l’occasione di chiacchierare con alcuni maturandi. Il clima di stress pre-esame è percepito da tutti, ma questa nuova modalità di valutazione sembra una buona occasione per valutare i propri punti di forza e di debolezza. 

Fare a meno degli scritti sembra forse l’unico lato positivo di questo anno in didattica a distanza: l’idea di tradurre un testo dal greco dopo un anno senza aver fatto una vera versione in classe mette i brividi alla maggior parte degli studenti del Classico, per non parlare di chi avrebbe dovuto sostenere uno scritto di informatica ed economia insieme. Senza ombra di dubbio, un’interrogazione orale permette una maggiore libertà nella scelta dei contenuti da esporre ed evita la necessità di approfondire in dettaglio ogni argomento trattato. 

Ho perso il conto di quante persone mi abbiano detto che l’esame di quest’anno non è nulla in confronto a quello che si sosteneva gli anni scorsi”, afferma Davide, studente di Sistemi Formativi Aziendali. “Comunque, mi sembra importante ricordare che questa nuova organizzazione non è un piacere che ci viene fatto: il percorso che abbiamo svolto negli ultimi mesi è stato estremamente difficile e ci ha messi in condizioni mai viste prima. 

Effettivamente, la DAD (Didattica A Distanza, per i non addetti ai lavori) non può essere intesa come uno strumento sostitutivo alle lezioni in presenza: “Tra giorni persi a causa di pessima connessione internet e problemi dei professori, che spesso non sono troppo pratici di computer, la qualità delle lezioni è diminuita notevolmente. Ovviamente tutti abbiamo provato a fare del nostro meglio con gli strumenti che avevamo a disposizione, ma trovo più che giusto cambiare le modalità dell’Esame di Stato”. 

Anche due studentesse del liceo linguistico si trovano d’accordo: “Certo, sapere di essere valutate su un unico orale di circa un’ora un po’ mi spaventa, però so anche che fare un esame tradizionale sarebbe stato impossibile: troppa poca preparazione durante l’anno”. 

Per noi niente Gran Finale

Quello che emerge è che l’esame ridotto a un semplice orale non sia tanto una vittoria, quanto una sconfitta: “i miei voti sono stati ottimi quest’anno, ma so anche che se fossimo stati in presenza il risultato sarebbe stato sicuramente peggiore. La DAD dà qualche soddisfazione sul momento, ma la nostra preparazione ne ha risentito tantissimo”, afferma Cecilia.

Insomma, una conclusione sicuramente non all’altezza delle aspettative: “sono felice di aver scelto di studiare lingue, non credevo le avrei amate così tanto. Anche il percorso con i miei compagni di classe è stato splendido: condividere così tanto in questi cinque anni ci ha uniti molto, ed averci privato di un finale come si deve è stato davvero triste”, aggiunge la studentessa. Niente viaggio di maturità (e neanche di quarta superiore, per essere precisi), niente serate in compagnia, niente lezioni dal vivo per mesi. Essere tornati in aula nell’ultimo mese e mezzo ha sicuramente permesso di tirare una boccata d’aria fresca, ma le esperienze più belle della vita liceale sono sicuramente andate perse. 

Ovviamente questi anni non sono stati rose e fiori per tutti: Davide racconta di non aver davvero apprezzato il suo percorso. “Certo, ho imparato molto, ma se tornassi indietro probabilmente sceglierei una strada diversa. Forse quello che più di ha deluso di questi anni è stato questo ultimo periodo: abbiamo avuto poco supporto e invece che renderci il cambiamento più facile, sembra che molti professori abbiano preferito renderci le cose ancora più difficili. Ovviamente sarebbe stato diverso se avessi trovato la strada adatta a me fin da subito, ma so che con l’università avrò modo di fare la scelta giusta”. 

E’ il momento di pensare al futuro

Effettivamente è vero: nostalgia e rimpianti a parte, gli anni del liceo non sono certo  gli ultimi della nostra vita. Il percorso è ancora lungo e che si decida di cominciare a lavorare o continuare gli studi, sono ancora tante le soddisfazioni che ci aspettano. 

Il mercato del lavoro italiano non è conosciuto per offrire grandi possibilità ai giovani, soprattutto nei settori meno richiesti come quello umanistico. Sarà pure un dato di fatto, ma provate voi a convincere ragazzi pieni di voglia di scoprire a scegliere la propria carriera universitaria in base al futuro stipendio! Da studentessa del Classico – ricordo ancora zii e cugini che mi hanno ripetuto fino allo sfinimento frasi come: “ma a cosa ti serve imparare le lingue morte? Così al colloquio di lavoro li saluti in latino?” – posso confermare che non è certo lo stipendio che percepiremo a dettare cosa vogliamo fare del nostro futuro.

Quello che conta, dice giustamente Giulia, è metterci impegno e passione: “Non so cosa mi riserverà il futuro, ma ho fiducia nelle mie capacità. Bisogna essere ottimisti: il percorso che ho scelto (quello della laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche) è indubbiamente lungo, ma mi appassiona davvero. Non vedo l’ora di potermi dedicare completamente a quello che amo e di dare il mio meglio. So che il mondo del lavoro è quello che è, ma partire già con una mentalità negativa non serve a niente. Sono fiduciosa che tutto ciò che farò, se fatto bene e con impegno, mi ripagherà in futuro”. 

 Che ormai la scelta universitaria sia la più gettonata, poi, è confermato dai fatti: nessuna delle persone con cui ho parlato ha deciso di intraprendere un corso professionale o di cercare subito lavoro. Dice Davide: “per me l’università è un passaggio obbligato. So che continuerò gli studi, anche perché non vedo strada diversa per me:  ormai tutti hanno una laurea e mi sentirei penalizzato se non ne avessi una. Non so ancora esattamente cosa farò, ma per quello c’è tempo”.

Non si smette mai di imparare

Simile è la storia di Cecilia, che sa per certo di voler intraprendere un percorso umanistico. “Ancora non so decidermi tra Psicologia e Beni Culturali, ma il fattore che mi ha portata a queste due opzioni è stato uno: la voglia di saperne di più. L’università non è un percorso facile e se manca la determinazione e la passione per quello che si studia è difficile andare avanti. So che le prospettive future non sono le più rosee, ma mai dire mai: il futuro potrebbe rivelarsi pieno di opportunità”.

Quello che è certo è che avere una buona base culturale è ancora ritenuto essenziale: per quanto si parli di saper mettere in pratica le proprie capacità, è anche vero che un’ampia conoscenza è fondamentale. “E’ proprio vero che non si smette mai di imparare, e io sono sicura di non essere pronta a smettere adesso”, conclude Giulia.

Rendersi indipendenti è indubbiamente una grande soddisfazione, ma la cultura si piazza ancora una volta vincitrice. L’Italia, paese immerso nella storia, nella letteratura e nell’arte, non può fare a meno di cittadini che sappiano apprezzarne i tesori e la tradizione. La scelta più gettonata, quindi, sembra essere quella di prendersi del tempo per imparare a conoscersi e approfondire i propri interessi. E come darci torto? Chi non si è mai sentito dire che alla fine del liceo avremmo trovato la nostra passione, capito cosa voler fare della nostra vita? A quanto pare, la risposta non è così semplice. Sono in pochi ad aver già chiaro il proprio percorso futuro, come è normale che sia. Imparare a conoscersi non è affatto facile, e ognuno ha bisogno dei suoi tempi. Questo anno e mezzo ci ha sicuramente permesso di stare più soli con noi stessi e capirci un po’ meglio, ma non basta qualche mese in solitudine per trovare tutte le risposte.

Dubbi sul domani a parte, il percorso delle scuole superiori è stato sicuramente pieno di difficoltà e per fortuna c’è sempre tempo per recuperare le esperienze perse. Il futuro riserva ancora tante sorprese; dopo questa pandemia, forse, saremo un po’ più pronti ad affrontarle.

Studio al liceo classico. Nel poco tempo libero che mi resta mi dedico alla pasticceria (con scarso successo) e alla lettura.

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IRAN/Il regime sull’orlo del collasso

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Il regime di Teheran non avrebbe più il pieno controllo dell’Iran: sono ancora frammentarie le informazioni che arrivano dal paese mediorientale dove da settimane non si placa l’ondata di proteste che ha investito il regime teocratico dopo la morte di Masha Amini, una giovane curda morta mentre era nelle mani della polizia morale per non aver indossato correttamente il velo. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano ha detto che il rappresentante speciale Usa per l’Iran si trova a Parigi per consultarsi funzionari francesi, tedeschi e italiani mentre la situazione sembra sfuggire di mano.

 

UNA PROTESTA DI MASSA

Ogni giorno si registrano scioperi, cortei e proteste in diverse città. Queste sono giornate non casuali per la repubblica teocratica: si commemorano i morti delle proteste del 2019 schiacciate dalle forze di sicurezza nella più sanguinosa repressione nella storia della Repubblica islamica. All’epoca fonti indipendenti citavano 1.500 morti in quell’ondata di disordini innescata con l’aumento dei prezzi del carburante.

 

LA PROTESTA E’ DEI GIOVANI

Gli scioperi ieri hanno coinvolto anche le raffinerie nella regione curda e arriva al termine di due mesi durissimi per il regime degli ayatollah, il clero sciita a capo della repubblica islamica, che contrasta le proteste innescate dalla morte della 22enne Mahsa Amini. In piazza soprattutto giovani che prendono di mira il regime oscurantista. L’agenzia di stampa per i diritti umani HRANA ha affermato che 344 persone sono state uccise negli ultimi due mesi, tra cui 52 minorenni. Mentre oltre a 15.820 persone sarebbero state arrestate.

 

LA REPRESSIONE CONTINUA

Proprio di queste ore è la notizia della seconda sentenza di condanna a morte in tre giorni per quelle che Teheran chiama “le rivolte”. La pena capitale è stata inflitta a una persona accusata di “aver terrorizzato le persone per strada usando un coltello, dato fuoco alla moto di un cittadino e aggredito un individuo con un coltello”. Un tribunale di Teheran aveva già condannato a morte una persona domenica; e in quel caso era stata condannata per “aver bruciato un edificio governativo e disturbato l’ordine pubblico” oltreché per “assembramento e cospirazione con un crimine contro la sicurezza nazionale, essere un nemico di Dio e propagare la corruzione sulla Terra”. Ma sarebbero già 19 le condanne a morte già comminate ai manifestanti arrestati in queste settimane.

 

QUESTA VOLTA SI FA SUL SERIO

Tanta spietatezza contro i manifestanti è giustificata da Teheran come una lotta per la stessa sopravvivenza del regime: le manifestazioni si sono infatti trasformate in una crisi di legittimità per l’establishment clericale che prese il potere dopo che la rivoluzione del 1979 aveva rovesciato Shah Mohammad Reza Pahlavi, il monarca laico alleato con l’Occidente. I video condivisi sui social media hanno mostrato scioperi e raduni in diverse città e paesi. Barricate in strada anche nella capitale a Teheran, mentre ogni gesto di umanità sembra essere diventato oggi un gesto di ribellione.

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FRANCIA ITALIA/Uno scontro sulla pelle dei più deboli

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La Francia sul tema delle migrazioni ne sa qualcosa;  infatti la potenza europea aveva già avuto degli aspri riscontri con altri paesi limitrofi, prima tra tutte l’Inghilterra; basti ricordare, infatti, la strage, post-Brexit, che si è consumata proprio nel bel mezzo del canale che collega i due paesi: la Manica; qui morirono 28 persone di queste tre bambini e una donna incinta; la strage fu documentata da una delle vittime, la ventiquattrenne, Maryam Nuri Mohamed Amin; questa infatti, prima di annegare nel gelido stretto, aveva scritto, via Snapchat, al fidanzato; avvertendolo con parole che, in quel momento più che mai, lasciavano trasparire il dolore e la pressione provati da Maryam : “Il gommone si sta sgonfiando e stiamo cercando di togliere l’acqua: qualcuno verrà a salvarci?”.

 

L’ITALIA

L’Italia, d’altro canto, con i suoi diversi porti e centri d’accoglienza, tra cui Lampedusa, situati soprattutto nel sud della penisola, accoglie ogni anno migliaia, se non decine di migliaia, di rifugiati.

 

L’ACCADUTO

In seguito alla decisione italiana in merito alla chiusura dei porti (che impedisce così l’approdo dell’Ocean Viking), definita dal ministro Macron incomprensibile e disumana, la Francia promette una ritorsione inflessibile e durissima; sceglie dunque di sospendere l’accoglienza di ben 3.500 migranti dall’Italia, posizionando, inoltre, più di cinquecento agenti sul confine con Ventimiglia.

Roma giudica l’intervento francese come anch’esso incomprensibile e sproporzionato; giustifica infatti la sua azione, chiarendo: “L’Italia ha accolto decine di migliaia di migranti, loro appena alcune centinaia”.

Dall’altra parte il ministro dell’interno francese, Gérald Darmanin, spiega che L’Italia, in quanto paese più prossimo all’ Ocean Viking, aveva il dovere di aprire i suoi porti, aggiungendo successivamente che, la penisola è il primo beneficiario del meccanismo di solidarietà europeo per i ricollocamenti.

 

IL PIANO DEL GOVERNO

il 25 ottobre 2022 la neopresidente del governo, Giorgia Meloni dichiarava di voler rendere la sicurezza un tratto distintivo del nuovo governo. A oggi le sue intenzioni non sembrano essere cambiate.

Giorgia Meloni, supportata Matteo Salvini e Matteo Piantedosi entrambi, ministri del nuovo governo, intende infatti adottare delle contromisure a sfavore di tutte le organizzazioni non riconosciute dalla centrale di soccorso marino di Roma.

Inoltre verrà instaurato un meccanismo di “selezione” nella gestione degli sbarchi, i soggetti che avranno la precedenza nello sbarco saranno le donne in gravidanza, i bambini, i malati e gli anziani.

Intanto il ministro degli interni  Matteo Piantedosi, e i ministri degli interni di Malta, Cipro e Grecia hanno stipulato una dichiarazione congiunta nella quale si chiede all’Unione Europea maggior sostegno  e dove si evidenzia come il il meccanismo di ricollocamento temporaneo e volontario non abbia dato i risultati sperati.

 

NUMERI O PERSONE

Al momento le due potenze europee, Italia e Francia  sono impegnate a discutere sul futuro dell’immigrazione all’interno dei propri confini, ma già da molto tempo centinaia di uomini, donne e bambini perdono la propria vita nel tentativo di fuggire dal proprio paese in cerca di una vita migliore.

Per la precisione, secondo L’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) la stima di persone che hanno perso la vita nel 2021 è di circa 3000,il doppio rispetto all’anno precedente.

Le domande che sorgono spontanee in questi casi sono diverse: Quando e perché questi migranti  sono percepiti da noi come esseri umani, con una propria storia personale e un destino di cui ci importa? Quando e perché invece sembrano diventare solo numeri, frammenti di una notizia come le altre e diventiamo indifferenti.

Quando arriverà il giorno in cui invece di 3000 morti avremo 3000 persone perfettamente integrate all’interno della nostra società? Ma soprattutto quanto tempo ci vorrà perché esse vengano riconosciute cittadine del luogo in cui vivono,senza che loro e i loro figli subiscano discriminazioni?

 

LA RISPOSTA DELLA FRANCIA

Dopo aver accolto, nella città di Tolone, la nave Ocean Viking, il governo francese ammonisce l’Italia ancora una volta motivando:” Per il governo francese, questo rifiuto di Roma è un rifiuto degli accordi europei sull’accoglienza dei migranti, e va sanzionato.”.

Forte è, inoltre, il commento del portavoce francese: Olivier Véran, questi infatti punta il dito al governo italiano, accusando: “l’Italia è perdente, siccome dispone normalmente di un meccanismo di solidarietà europeo, infatti un gran numero di paesi, in particolare Germania e Francia, si impegnano per recuperare dal territorio italiano gli stranieri che vi sbarcano.”.

Importante è anche la sorveglianza militare, posta sul confine con l’Italia, dalla Francia; dapprima, come abbiamo già visto in precedenza, formata da cinquecento poliziotti francesi, per poi ora minacciare di accrescere ulteriormente.

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SEUL/Prima che sia la morte a tracciare il confine

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Manca un giorno a Halloween. Anche se hai appena staccato al lavoro vuoi portare la tua bambina in piazza, è qualche giorno che il costumino da streghetta gira per casa in attesa di questa sera: nel distretto di Itaewon iniziano i festeggiamenti in preparazione del 31.

L’hai fatta vestire e siete pronte a trascorrere una buona serata, imboccata la via fuori casa è impossibile non notare che in molti hanno avuto la stessa idea, i sorrisi sui volti non coperti dalle maschere sono dello stampo di quello sul visino di tua figlia.

La piazza è gremita di persone in festa, il chiasso in sottofondo diventa in fretta rumore bianco, quando piano piano ti fai strada attraverso la folla con la piccola, che si guarda intorno con occhi sognanti.

Il momento beato lo interrompe un urlo: risalta in mezzo agli schiamazzi per la peculiarità del timbro di voce, è un grido di aiuto, forse una rissa, no, qualcuno urla al mancamento, per altri c’è uno schiacciato, i signori vicino a te stanno cercando di allontanarsi, qualsiasi sia il problema è utile lasciare spazio alle autorità. Facile a dirsi dato che non riesci a fare un passo senza sentirti male. Realizzi: il problema siete voi, l’inesorabile afflusso di persone riversate senza senso in una piazza ora stracolma, che si spintonano inutilmente in un crescendo di pianti e grida. Ti chiedi perché proprio stasera, perché in questa stramaledetta piazza non c’è l’ordine che tanto serve. La presa che avevi sulla manina di tua figlia si allenta, allarmata ti guardi intorno ma non c’è verso di trovarla e ti stanno trascinando senza meta, sicuramente lontano dalla bambina.

Non demordi e finalmente scorgi la sue scarpette arancio viola, aveva insistito tanto perché gliele comprassi così da abbinarle oggi al completo, ora sporco a causa della numerose impronte di scarpe che lo hanno brutalmente calpestato, insieme al corpicino senza vita.

Lei è una delle vittime di quel 29 ottobre, quando arrivano i soccorsi sono già in centocinquanta ad aver perso la vita.

Dopo un avvenimento drammatico come la strage di Seul, non è fuori luogo porsi delle domande: così, tra memoriali e ferite ancora aperte, sono arrivate le polemiche del pubblico. Com’è possibile che a Seul, in uno dei distretti più rinomati in ambito di feste notturne, durante il primo grande festeggiamento senza le mascherine, si siano riversate liberamente 100.000 persone?

E in Italia?

Il contenimento delle folle, in un certo senso, è tematica molto calda anche qui da noi. Infatti il neonato governo Meloni ha varato un decreto con l’intento di contrastare i rave party.

In realtà nel testo dell’articolo 434-bis del codice penale non si parla esplicitamente di feste, né sono presenti accenni alle loro caratteristiche (come musica ad alto volume), ma vengono perseguite generalmente tutte le invasioni di terreni o edifici pubblici o privati, che comportano la possibilità di un pericolo per ordine, incolumità o salute pubblica. Inoltre il numero dei partecipanti non deve essere superiore a 50.

Il pugno di ferro (la pena prevista per gli organizzatori di tali riunioni varia dai 3 ai 6 anni di reclusione) è calato spietatamente, ma forse un po’ alla cieca. Non avendo specificato il tipo di raduno punito, ma solamente la presenza di un possibile pericolo, il “decreto rave party” divide l’opinione pubblica, tra il sollievo di chi da tempo aspettava norme al riguardo, e chi grida al nuovo giogo fascista alle libere manifestazioni.

Tra Seul e Roma forse andrebbe solo trovata una via di mezzo, una soluzione per domare la calca, pur sempre permettendo il raduno, un modo come un altro per sentirsi meno soli.

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