Connect with us

DALL'EUROPA

Carola Rackete / Une femme engagée

Cesarina Remiz

Pubblicato

il

Au cours des derniers jours, nous avons beaucoup entendu parler du navire humanitaire “Sea Watch 3” et, surtout, de la tension qui monte en Italie entre le ministre de l’Intérieur, Matteo Salvini, et l’ONG allemande, dont l’un des navires a recueilli une cinquantaine de migrants.
En effet, en Italie, la problématique migratoire s’impose plus que jamais au centre de l’actualité.

«J’ai décidé d’entrer dans le port de Lampedusa. Je sais ce que je risque, mais les 42 naufragés à bord sont épuisés. Je les emmène en lieu sûr» a déclaré la capitaine allemande du navire “Sea Watch 3”.

D’ailleurs, après deux semaines bloqué dans le canal de Sicile, le bateau a décidé de prendre la direction du port de Lampedusa en forçant le blocus des eaux italiennes.
Cette action n’a pas apprécié par le ministre italian, qui a affirmé sur Facebook:

« Nous ferons usage de tous les moyens démocratiquement permis pour bloquer cette insulte au droit et aux lois »

En outre, il a dénoncé l’indifférence montrée par les Pays-Bas, dont le Sea Watch 3 bat le pavillon, et aussi l’Allemagne:

« L’Union européenne veut résoudre le problème “Sea-Watch” ? C’est facile. Bateau néerlandais, ONG allemande, la moitié des migrants à Amsterdam, l’autre moitié à Berlin. »

De plus, l’archevêque de Turin avait proposé une sortie de crise en se disant disposé à accueillir les naufragés du Sea-Watch 3, « sans que cela ne coûte rien à l’Etat », mais la réponse de notre ministre a été:

« Cher évêque, vous pourrez destiner l’argent du diocèse à 42 Italiens en difficulté. Les ports sont fermés pour qui ne respecte pas la loi. »

Toutefois, la protagoniste de cette situation est, certainement, la commandante de 31 ans, Carola Rackete.

Mais qui est Carola Rackete? 

Tout d’abord, elle est née à Kiel, au bord de la Baltique dans le nord de l’Allemagne.
Elle a fait ses études en sciences nautiques en Allemagne et puis elle les a continués en Angleterre. Elle parcourt les mers avec l’ONG depuis 2016, avant, elle a essentiellement navigué pour la recherche polaire en Arctique et en Antarctique. En effet, de 2011 à 2013 elle a travaillé pour “Alfred Wegener” le long des eaux du Pôle Nord.
Ensuite, en 2015, elle est montée sur le navire “Arctic Sunrise” de Greenpeace, un bateau employée par l’organisation environnementale dans ses initiatives pour la protection des mers et des pôles.

Mais, maintenant, son engagement humanitaire a pris une tournure presque politique, et elle s’est prise la propre responsabilité en déclarant:

«Nous les Européens avons permis à nos gouvernements de construire un mur en mer. Il y a une société civile qui se bat contre cela et j’en fais partie».

Les risques encourus par Carola et les responsables de l’ONG sont beaucoup, en effet, ils risquent une amende de 50 000 euros, la saisie de bateau et aussi quelques années de prison, naturellement si elle sera reconnue coupable d’avoir favorisé l’immigration clandestine.

Cependant, elle n’a pas peur des conséquences:

«Je suis prête à aller en prison pour cela et à me défendre devant les tribunaux s’il le faut parce que ce que nous faisons est juste».

 

ATTUALITA'

Una patria sincera: il mondo

Avatar

Pubblicato

il

Che prospettive per il futuro dell’Italia, dell’europa tutta si presentano all’immaginazione che considera l’immigrazione crescente e inarrestabile che scavalca in piú punti le frontiere dell’Unione?

Negli ultimi dieci anni uno dei temi caldi ed il discorso piú affrontato dalla maggior parte dei politici europei è stato quello dell’ immigrazione. Ed il cruccio che piú fa disperare il fragile governo italiano è proprio la mancanza di una prospettiva che soddisfi tutti.

Le richieste di coloro che approdano coincidono con i diritti che gli sono riconosciuti alla nascita in qualità di esseri umani: sognano vitto, alloggio, asilo politico, ricongiungimento familiare, libertà. Spesso un’occupazione. Giunti in Italia, i loro desideri si infrangono presto nella mancanza di lavoro, una necessità per il futuro dei giovani, in pericolosa caduta verso la totale disoccupazione.

Chi fugge disperatamente da fame, guerra, povertà, persecuzione, chi da uno stato indifferente alle sorti del singolo, uno stato nel quale non vale la pena di restare; tutti loro corrono il sempre piú realistico rischio di ricevere nient’altro che una porta in faccia alla fine del loro viaggio. Una causa di tutto questo è l’omissione dei doveri da parte dei 26 stati europei aventi firmato il trattato di Schengen nel 1985. Il patto sancisce la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione, rompendo le frontiere ed evitando la paralisi dei migranti in un unico stato. Dal 2006, tuttavia, il trattato è stato – secondo i dati della Commissione europea- temporaneamente sospeso più di cento volte, impedendo così il superamento dei confini e ostacolando la viabilità delle risorse umane. Il sistema Schengen ha infatti, nel corso degli anni, sollevato numerose polemiche da parte delle minoranze ancora scettiche nei confonti dell’Unione europea e soprattutto dalle masse che malvedono i flussi migratori. Infatti, l’arrivo di molti immigrati, i recenti attentati terroristici dell’ISIS, le diversità culturali, la crisi economica e i partiti politici -che cavalcano l’onda dell’odio e della paura- hanno creato un clima di incertezza e di confusione, in cui il tema dell’immigrazione è spesso definito secondo clichè, pregiudizi e false informazioni.

Per spiegare l’incremento degli immigrati negli ultimi dieci anni bisogna innanzitutto fare una distinzione tra rifugiato, profugo e migrante.

Si definisce rifugiato colui che nella giustificata paura di essere perseguitato per razza, religione, cittadinanza, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per personale opinione politica, si trova al di fuori dello stato di cui possiede la cittadinanza e non puó, per tale timore, rientrare nel suddetto stato.

Con il termine migrante si intende invece un individuo che si sposta da un Paese all’altro allo scopo di migliorare le sue condizioni economiche e sociali, le sue aspettative future o la prospettiva per la sua famiglia.

Un profugo, come il rifugiato, è colui che si trova costretto a lasciare il proprio paese per diverse ragioni quali la fame, la povertà o le calamità naturali, oltre che la guerra.

La conoscenza di queste differenze è fondamentale per comprendere che gli stati DEVONO accogliere chi fugge da conflitti o persecuzioni, in base al diritto internazionale. Quest’ultimo si riferisce alla convenzione di Ginevra del 1951 che ha definito la condizione di rifugiato, il suo diritto di richiedere asilo e il dovere di un Paese di accettarlo e proteggerlo. L’incremento del tasso d’immigrazione è direttamente proporzionale all’aumento di guerre negli ultimi cinque anni: sono sorti conflitti in Africa, ad esempio in Costa D’Avorio, in Libia, in Nigeria e in altri Paesi; in medio Oriente, soprattutto in Siria ma anche in Yemen e in Iraq; in Asia, come in Pakistan ed altre zone e infine anche in Europa, in Ucraina.

Al di sopra dei confini geografici e politici, siamo tutti cittadini del mondo e, in quanto tali, abbiamo diritto a scegliere dove piantare le nostre radici e far germogliare le nostre vite. Sulla base di questa mia opinione, i governi tutti dovrebbero accettare il flusso migratorio ormai irreversibile, non paragonandolo ad un’ invasione ma associandolo invece ad un’ opportunità di accrescimento sociale, civile e culturale. La nostra società si sta inevitabilmente avviando verso una gigantesca comunità multietnica -simile al melting pot anglo-americano- che necessita una presa di coscienza da parte dei governatori affinché vengano emanate delle concrete leggi di integrazione sociale.

In conclusione, la miglior prospettiva possibile per l’Italia,l’Europa e l’umanità tutta che vedono l’immigrazione crescente e inarrestabile è quella di anteporre agli interessi politici ed economici i diritti umani e la visione del mondo stesso come unico luogo di appartenenza dell’uomo.

Continua a leggere

DALL'EUROPA

Edimburgo: l’alternanza scuola-lavoro all’estero

Avatar

Pubblicato

il

-Di Arturo Barone

Si dice sempre che gli anni delle superiori, in un modo o nell’altro, si ricordano per tutta la vita e io posso dire di avere un motivo in più per farlo.

Quest’anno infatti sono stato selezionato, attraverso varie peripezie e colpi di fortuna, per partecipare allo stage di alternanza scuola-lavoro, finanziato dall’unione europea e organizzato dal nostro istituto, che si è tenuto ad Edimburgo, in Scozia, dove io e altri 14 studenti siamo stati guidati da 3 professori nella nostra prima esperienza lavorativa all’estero.

Quest’esperienza di 21 giorni infatti mi ha dato la possibilità di affacciarmi per la prima volta sul mondo del lavoro. A ogni studente è stato assegnato un lavoro, siamo stati divisi prevalentemente in coppie, ma 3 studenti hanno lavorato da soli e io sono stato assegnato a un gruppo con altri 3 ragazzi.

La mia esperienza lavorativa in particolare è stata abbastanza atipica, io e la mia compagine abbiamo svolto il nostro stage presso un’agenzia turistica spagnola a Edimburgo, di conseguenza viene da se che il mio approccio con la lingua non è stato molto proficuo, anche se al ritorno a scuola avrei potuto puntare a un A2 di spagnolo piuttosto che a un certificazione C2 di inglese che invece avrei dovuto ottenere se tutto fosse andato secondo I piani.
Il mio lavoro è consistito in due semplici e talvolta ripetitive mansioni, fatta eccezione per due tour gratis in bus a spasso per la Scozia, le possibilità a lavoro erano quindi due: o si rimaneva in ufficio (che di fatto era un container nel quartiere portuale di Granton Harbour) a scrivere articoli sui miti scozzesi e su altre attrazioni turistiche oppure si andava nella strada principale di Edimburgo, la Royale Mile, a fare volantinaggio e provando a vendere qualche biglietto per i tour offerti dall’agenzia, una formula che in Italia non si usa molto, ma che in Scozia ha praticamente il monopolio del turismo.

Nonostante a me per certi versi non sia andata benissimo lavorativamente parlando, questo viaggio è stato un’esperienza indimenticabile.
Dal punto di vista umano è stato fondamentale perchè sono stato costretto ad approfondire rapporti con persone che prima conoscevo solo superficialmente e mi sono adattato a sopravvivere in un luogo ostile dove non esiste un caffè espresso decente e dove a pranzo gli autoctoni mangiano solo cibo precotto del supermercato. Tralasciando le usanze poco sane degli scozzesi mi è stata data la possibilitá di visitare a spese dell’Unione Europea un paese meraviglioso sia dal punto di vista culturale che paesaggistico, il passato della Scozia è infatti incredibilmente radicato nei territori, nell’architettura e nei cuori di questa nazione che sprizza europeismo e odio verso l’Inghilterra da tutti i pori.

Sembrerà banale, ma grazie a questo stage ho costruito e rafforzato amicizie con persone che conoscevo poco o che addirittura probabilmente non avrei mai conosciuto. Vivendo in un Ibis Hotel, che per chi non lo conoscesse ha stanze minuscole che evidentemente non sono state progettate per 3 persone (ma a nessuno importa a quanto pare), i momenti di condivisione occupavano gran parte della giornata e della sera, siamo arrivati a un punto in cui piuttosto che uno stage scolastico sembrava un campo scout, sia per come ci siamo accampati nell’ostello a Inverness sia per i giochi che tiravamo fuori per combattere la noia.

21 giorni che hanno cambiato qualcosa che mi sto portando ancora dietro, che alla fine hanno sicuramente lasciato un vuoto, ma che hanno soprattutto riempito altro.

Continua a leggere

DALL'EUROPA

EUROPE/La montée de l’euroscepticisme en France

Matilde Tienni

Pubblicato

il

Qu’est-ce que l’Euroscepticisme

Par le terme euroscepticisme on indique une opposition à l’intégration européenne et à l’Union Européenne basée notamment sur un doute quant à sa viabilité ou son utilité. Les eurosceptiques ne constituent pas un bloc homogène mais comprennent « plusieurs mouvements d’opposition à la construction européenne » (on peut parler également d’europhobie ou d’anti européanisme).

Le mot euroscepticisme est issu du néologisme britannique euroscepticism, désignant ceux opposés à la construction européenne au sein du Parti Conservateur (Conservative Party). Aleks Szczerbiak et Paul A. Taggart, auteurs du livre Opposing Europe ? : The Comparative Party Politics of Euroscepticism : Volume 1: Case Studies and Country Surveys, ont distingué hard euroscepticism et soft euroscepticism.

Pour eux, la notion de hard euroscepticism est définie comme « un principe d’opposition à l’Union européenne et à l’intégration européenne visible dans les partis qui considèrent que leurs pays devraient se retirer de l’Union, ou dont les politiques envers l’UE équivalent à être opposé à l’ensemble du projet d’intégration européenne telle que conçu actuellement ». La notion peut se traduire par l’expression « euroscepticisme dur » et inclure des éléments tels que l ‘ « europhobie » ou la « xénophobie ».

La notion de soft euroscepticism est, quant à elle, définie comme « un principe qui ne s’oppose pas à l’intégration européenne ou à l’adhésion à l’Union européenne mais dans lequel les doutes liés à certaines politiques conduisent à l’expression d’une opposition nuancée à l’Union, ou dans lequel l ‘ « intérêt national » est ressenti comme étant pour le moment en désaccord avec la trajectoire de l’Union ». On peut la traduire par l’expression « euroscepticisme modéré ».

Les Français de plus en plus eurosceptiques

En juin 2016, à deux semaines du referendum britannique sur une sortie de l’UE, le Pew Research Center américain a conduit une étude en s’intéressant au sentiment antieuropéen parmi dix Pays membres: France, Allemagne, Royaume-Uni, Suède, Grèce, Hongrie, Italie, Pays-Bas, Pologne et Espagne.

Selon la recherche, seuls 38% des Français ont un avis positif sur l’UE, ce qui place la France en deuxième position des pays les plus eurosceptiques (la Grèce occupe la première position). En un an, le taux de confiance des Français a baissé de 17 points et, depuis 2004, le nombre de ceux qui le soutenaient est passé de 69% à 38%. Un signe qui ne peut pas être ignoré et qui révèle une tendance croissante d’euroscepticisme.

Peut-on parler de frexit ?

L’Europe est contestée en France par une dizaine de listes (gauche radicale, droite nationaliste et extrême droite), qui dénoncent la mauvaise gestion du phénomène immigration, dont la faute serait à attribuer à Bruxelles, le système capitaliste et une perte de souveraineté du peuple français. En s’appuyant sur leur programme et sur leurs déclarations publiques, on remarque qu’elles présentent des critiques et des solutions divergentes.

Un affaiblissement de l’europhobie

Parmi les listes qui on fait un pas en arrière par rapport à la volonté de sortir de l’UE on trouve La France Insoumise (LFI). Lors des élections présidentielles de 2017,  son leader Jean-Luc Mélenchon avait répondu à la « lettre aux européens »  d’Emmanuel Macron par un texte intitulé « Sortez des traités européens, stupides! ». Il cherche ainsi d’y résumer le programme de son mouvement.  Cette pensée prévoit deux plans: le Plan A et le Plan B.

Le Plan A se constitue de la « sortie concertée des traités européens » et des « négociations d’autres règles ». Par contre, en cas d’échec de cette première proposition, le Plan B demande la « sortie des traités européens unilatérale par la France ».  Tout cela a ensuite été résumé en une formule assez choquante : « L’UE, on la change ou on la quitte ».  Selon le LFI alors, il serait nécessaire de changer l’UE de l’intérieur.

Marine Le Pen (Rassemblement National) , de son côté, avait proposé un programme dont le 70% environ de contenu n’était pas applicable sans sortir de l’euro. Néanmoins, deux ans plus tard (2019) elle ne parle plus de Frexit ni d’abandon de l’euro car «les Français ont montré qu’ils restent attachés à la monnaie unique».

Une sortie de l’UE est exclue aussi par les communistes de Ian Brossat qui, tout en se déclarant opposés aux traités de Maastricht (1992) et Lisbonne (2007), affirment que la sortie de l’UE ne serait pas une solution au capitalisme.

Les partisans d’une possible Frexit

Contrairement aux listes précédentes, en France il y a des partis qui gardent une position favorable à la sortie de l’UE.

Les Patriotes de Florian Philippot ont fait du Frexit leur mantra. Philippot estime qu’il n’est pas possible de changer l’Union Européenne de l’intérieur.

De la même opinion est le président de l’UPR (Union Populaire Républicaine), apprécié par les gilets jaunes, et qui fait appel à une triple sortie : de l’UE, de l’euro et de l’OTAN. Selon le leader François Asselineau, la France serait soumise à une tutelle juridique, monétaire et géopolitique qui « l’empêche de mener une politique indépendante qui serve les intérêts du peuple français ». Comme l’UPR, aussi Dissidence française (ultra droite)  prône pour cette triple sortie.

Quelles mesures adopter alors?

En conclusion, s’il est vrai que les Français n’ont pas un problème avec l’UE mais avec ses traités, il est aussi vrai qu’il est impossible d’en sortir sans sortir au même temps de l’Union et de l’euro.

Il semble n’y avoir d’autres alternatives, vu qu’il n’y a pas des clauses d’expulsion dans les traités et que ne pas les respecter placerait la France dans une situation de désobéissance.

La situation reste délicate et compliquée.. il nous reste qu’attendre des évolutions!

 

 

 

Continua a leggere

Trending