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L'EDITORIALE

Dialogo tra Primo Levi e Dante

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Vedo due figure davanti a me, in lontananza; sono rivolte l’una verso l’altra e sono quasi sicura del fatto che essi indossino degli abiti che appartengono a due epoche storiche diverse. Decido di avvicinarmi per cercare di comprendere chi sono e di che cosa stanno parlando.

Sulla destra c’è un uomo con gli occhiali, la barba bianca che indossa un completo grigio molto elegante con sotto una semplice camicia bianca ed una cravatta; a prima vista posso supporre che egli abbia circa settant’anni, il suo viso emana serenità, suoi occhi sono sinceri e sconfitti e il suo sguardo cerca di nascondere una un turbamento profondo.

Mi avvicino alle due figure e rimango senza parole: uno dei due interlocutori è Dante Alighieri, l’illustre poeta, il padre della lingua italiana, l’autore della “Divina Commedia”, l’uomo politico e uno tra i più famosi e mai dimenticati scrittori italiani.

Riconosco Dante grazie ai suoi abiti del Trecento; egli indossa una tunica rossa, porta sulla testa una corona di alloro e quest’ultima poggia su una cuffia bianca.

Ora che distolgo lo sguardo dai due uomini, noto che ci troviamo in una collina incontaminata, senza edifici, case, macchine e fabbriche, ci siamo solo noi e la natura che sembra che si stia risvegliando dopo l’inverno.

Non ho ancora capito, dove sono? Cosa ci faccio qui? C’è qualcosa, forse un istinto, che mi spinge a voler conoscere, a tutti i costi, l’argomento del dibattito tra Dante e l’altro uomo, che non ho ancora riconosciuto.

Mossa dalla curiosità mi avvicino a Dante e all’altro individuo e un particolare attira la mia attenzione; sul braccio dell’interlocutore del sommo poeta è presente un numero tatuato, il 174517. All’improvviso tutto mi risulta chiaro, colui che conversa con lo scrittore fiorentino è Primo Levi.

Primo Levi fu un parigiano antifascista, visse sulla sua pelle gli orrori dei campi di concentramento, in seguito divenne un testimone dell’Olocausto e uno scrittore; egli ha scritto “Se questo è un uomo” ed è stato uno dei libri più commoventi e profondi che io abbia mai letto.

Improvvisamente tutto ha un senso, o forse l’esperienza che sto vivendo non ha nulla di sensato, ma non voglio che tutto ciò finisca, di qualsiasi cosa si tratti, voglio conoscere il contenuto della loro conversazione; così mi avvicino cercando di non farmi vedere, ma ho la sensazione che loro sentano la mia presenza.

Sento distintamente che Primo Levi dice: “L’Inferno esiste davvero, io l’ho visto con i miei occhi, l’Inferno si trova in Polonia e non è in un luogo solo ma è stato costruito in diversi posti in Germania, in Italia e in Polonia.”

Allora Dante non riesce a trattenere la sua curiosità ed esordisce dicendo: “Cosa stai insinuando? Che è l’uomo ad aver creato l’Inferno? È Dio che ha creato l’Inferno, il Paradiso e il Purgatorio, l’essere umano non ha alcun potere, tutto ciò che esiste è voluto da Dio. Germania? Italia? Polonia? Impossibile, l’Inferno si trova sotto Gerusalemme ed è una profonda cavità a forma di imbuto che raggiunge il centro della Terra.”

Primo Levi si mette a sorridere e riprende il discorso così: “Mi perdoni se non sono riuscito a trattenere il sorriso, non è mia intenzione mancarvi di rispetto; io rispetto il suo Credo religioso, rispetto la sua visione religiosa dell’Inferno, ma io ho conosciuto un Inferno slegato da ogni legame con la religione, l’Inferno a cui mi riferisco non è abitato da anime che hanno terminato la loro esistenza terrena in quanto sono ancora vive; nel “mio” Inferno non c’è il fuoco che scalda ogni cosa e non è sotto terra, ma avviene tutto a contatto con la luce del sole.

Forse è meglio chiamare “l’Inferno”, che ho conosciuto, con il suo vero nome, ossia campo di concentramento di Auschwitz.”

Dante: “Il tono deciso e sofferente della sua voce e il suo sguardo mi fanno comprendere l’importanza degli eventi che lei sta iniziando a raccontare, metterò da parte la religione e il potere spirituale poiché, a quanto pare, i fatti che narrerà verranno inseriti all’interno del contesto del potere temporale. Iniziate il vostro racconto, sento che avete la necessità di iniziare.”

Dopo aver respirato profondamente Primo Levi risponde: “ In Germania e in Italia, dopo la pubblicazione delle leggi razziali, gli ebrei iniziarono ad essere perseguitati, essi non potevano più avere un lavoro, non potevano più entrare nei negozi e i bambini non potevano andare a scuola; gli Ebrei vennero esclusi ed emarginati dalla società soltanto perché si era diffusa la credenza secondo la quale la razza ariana era superiore a quella ebrea; inoltre si pensava che gli ebrei volessero rubare le  ricchezze allo stato al fine di trarne un vantaggio economico personale. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale i tedeschi, come gli italiani, iniziarono a deportare gli Ebrei nei Lager, perseguendo un unico obbiettivo: la completa eliminazione degli Ebrei”

Dante è turbato dalle parole appena udite, quindi resta in silenzio.

Così Primo Levi continua il suo discorso: “Io sono ebreo e mi schierai contro i fascisti, ossia contro coloro che volevano distruggere un intero popolo, mi scoprirono e venni deportato nel capo di concentramento di Auschwitz, qui ho visto le peggiori cose che un uomo possa vedere; ho perso la mia umanità, ho perso il mio spirito e la mia coscienza, ho perso la dignità e ho trascurato i miei valori.

Auschwitz era una macchina creata per uccidere uomini, per ucciderli nei modi più crudeli possibili: nelle camere a gas, nei forni crematori, nelle finte docce, mediante fucilazioni, riducendo le persone a scheletri per poi farle morire di fame, facendoli morire per gli sforzi oppure a causa di malattie, usando i bambini come cavie da laboratorio e in molti altri modi atroci.

Non eravamo uomini; eravamo un numero, non eravamo più esseri umani, non avevamo affetti personali, nessun contatto con il mondo esterno, solo sofferenza e dolore. L’istinto di sopravvivenza era l’unica cosa che ci apparteneva e grazie a questo cercavamo di sopravvivere in qualunque modo possibile. Anche se quella non era vita, ci aggrappavamo ad ogni piccola briciola di normalità per tirare avanti e per non fare vincere la macchina assassina. Questa macchina venne distrutta, io mi salvai, ma persi molte persone a me care e la mia vita e quella dei miei compagni rimase per sempre segnata, come la mia pelle, da ciò che ho vissuto e visto.

Molti, se pur sopravvissuti ai campi di concentramento, non ce l’hanno fatta e si sono suicidati, ma io ho sentito il bisogno di testimoniare per fare in modo che nella storia dell’umanità non accada mai più una cosa simile.”

Dante è sconvolto, ma risponde: “Nella mia vita ho criticato la situazione politica e sociale dell’Italia e di Firenze che era caratterizzata da continue lotte e scontri, ho sempre trovato le parole giuste e adeguate per descrivere il mio punto di vista, ma non trovo le parole per commentare ciò che ho appena sentito; l’esilio è stato il più grande dolore che ho provato, ma nonostante ciò la mia dignità di essere umano non mi ha mai abbandonato; io non riuscirò mai a comprendere fino in fondo ciò che tu hai passato, ma posso solo affermare con assoluta certezza che la tua opera e le tue testimonianze sono un tesoro prezioso per chi verrà in futuro e per fare in modo che questi orrori non avvengano mai più.”

Primo Levi resta in silenzio, mentre Dante aggiunge: “Ora ho bisogno del tuo aiuto per aggiungere alla Divina Commedia questi eventi storici, perché voglio contribuire affinché essi non vengano dimenticati.”

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L'EDITORIALE

Quando finirà la guerra?

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Non è facile stimare il giorno in cui cesserà il fuoco tra l’Ucraina e la Russia, ci sono molti fattori che potrebbero influenzare e variare la situazione, in meglio o in peggio, anche in un solo giorno.

Vi è però un avvenimento che ha suggerito a un’ipotetica data. I soldati Russi sono stati informati di recente che la guerra avrà una fine e il giorno sarà il 9 maggio 2022. La notizia è giunta da Sky News. Si pensa che questa data non sia stata scelta per pura casualità, ma che lo scopo sia prettamente propagandistico. Infatti il 9 maggio è il giorno in cui in Russia viene celebrata la “Giornata della vittoria”, in memoria della capitolazione della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale.

I motivi per cui la fine della guerra è desiderata sono molteplici, gran parte di questi riguardano i danni subiti dal punto di vista economico date le spese militari.

Oleksiy Arestovich, consigliere della presidenza ucraina, ha affermato in proposito “siamo a un bivio ora: o ci sarà un accordo di pace molto rapidamente, entro una o due settimane, con il ritiro delle truppe e tutto il resto, o ci sarà un tentativo di mettere insieme alcuni siriani per un secondo tentativo e, quando respingeremo anche loro, ci sarà un accordo entro metà aprile o fine aprile”. Infine, “uno scenario completamente folle potrebbe spingere la Russia ad inviare nuovi coscritti dopo un mese di addestramento”.

Detto ciò gli interrogativi rimangono molti, ma c’è una risposta? Esiste una fine? Sarà oggi, domani o tra un decennio?

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L'EDITORIALE

Perché nella storia ciclicamente emerge la figura di un uomo che vuole imporsi sul mondo intero?

A scuola, al lavoro, nella vita.

A comando di un popolo.

È comune oggi nel mondo, ma quelli che controllano le nazioni e tiranneggiano sui popoli, cosa hanno in comune con le persone normali? E perché ciclicamente emergono delle figure che si impongono sugli altri, o che hanno intenzione di farlo?

Nascono nelle più disparate condizioni sociali, che li influenzano nella crescita, e poi, di botto, rinascono con nuovi ideali, fissati con la conquista e il potere.

 

Purtroppo, anche nel contesto scolastico, capita che si presenti un clima di competizione. Una competizione che, se portata all’estremo, rischia di spingere gli individui a voler emergere a tutti i costi.
Il desiderio di voler essere per forza superiore agli altri è ormai molto comune ai giorni nostri. Anche l’ambiente lavorativo,come detto in precedenza, è talvolta molto competitivo, e i bambini tendono ad adattarsi ai comportamenti dei genitori prendendone spunto e replicandoli con i coetanei.
Sarebbe intelligente se si iniziasse a pensare ad un tipo di organizzazione in cui primeggi la collaborazione e il lavoro comune. Questo affinché ognuno trovi il proprio posto nel mondo e si senta ascoltato e coinvolto, senza che si estremizzi  il livello di competizione.

 

C’é un uomo. Un uomo che negli ultimi mesi si è fatto riconoscere per la sua brama continua di potere. L’Ucraina deve difendersi da un aggressore, Putin. Un aggressore fuori tempo, che risveglia nelle nostre memorie le terribili guerre mondiali passate.
Putin, presto o tardi, si renderà conto di quello che ha fatto e sta facendo, e ricorderà l’attimo in cui ha dato il via all’attacco, distruggendo migliaia di famiglie. Il potere è tutto incentrato in lui, ed aspettava solo di esplodere. Il continuo desiderio di potenza, la voglia di ottenere sempre di più, il non essere mai soddisfatti. E questo è proprio quello che caratterizza un dittatore. Che caratterizza Putin. La sua ricerca di potere sembra non avere mai una fine.

 

A differenza della lunga storia di numerosi  tiranni che hanno preso il potere con la forza e senza elezioni regolari, spesso, lottando contro i loro predecessori con colpi di stato, sulla carta, in verità, non esistono veri dittatori. 

Nel corso dei secoli, tuttavia, ci sono state molte regine o presidenti che hanno acquisito il potere per eredità o per elezione, esercitando la loro carica in modo totalitario, rivelandosi spietati tiranni. Quasi sempre hanno succeduto i loro mariti, hanno preso le redini dello stato, e hanno commesso crudeltà, persecuzioni, ed esecuzioni.
Un esempio concreto è Wu Zetian che,nel settimo secolo,  governò da sola un impero grande quanto la Cina per più di 50 anni, passando da concubina a imperatrice, dopo aver abbattuto l’imperatore. Si può citare anche Maria Tudor, che ha licenziato l’erede di nome Jane Grey e ha preso la sua corona dopo soli nove giorni sul trono, sostenendo i diritti dinastici. 

 

Il potere attiva meccanismi nel nostro cervello che ci regalano piacere e contentezza.

Quando però il potere è troppo o troppo poco, gli effetti sul nostro umore e sul nostro comportamento si estremizzano e diventano incontrollati. I dittatori, per esempio, hanno un atteggiamento così simile tra loro, che è possibile identificarli su una base di atteggiamenti comuni.Ma anche chi non cerca la supremazia, non può fare altro che sentirsi soddisfatto quando acquisisce un potere sugli altri. È genetico, è nella nostra natura, e di per sé non è affatto un male, sempre che questo non diventi un’ossessione.

 Basta una piccola quantità di potere per cambiarci dal punto di vista mentale ed emotivo.L’aumento sconsiderato del potere causa psicologicamente problemi nel giudizio e nell’empatia, e porta alla perdita della consapevolezza dei propri limiti. Arriviamo a trattare gli altri come oggetti perché non ci rendiamo conto di far loro del male; anzi, il più delle volte, non ci interessano neppure le conseguenze che si riverseranno su di essi.

Se ci pensiamo quindi, i grandi “potenti” del nostro pianeta non sono nati dittatori, ma lo sono diventati attraverso un meccanismo di accrescimento del potere.

Ciascuno di noi, sotto questo punto di vista, può quindi diventarlo.

 

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L'EDITORIALE

Quando l’educazione incontra l’affezione: dove porre dei limiti?

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L’importanza di preservare il proprio spazio

Ad accompagnare l’uomo nel corso della sua evoluzione sono proprio i tanto oggi discussi confini. Questi valgono di molteplici significati, applicabili in varie situazioni e contesti differenti; ma è importante denotare come essi non siano delle barriere poste tra noi e gli altri, quanto invece mezzi per salvaguardare la nostra sicurezza. Infatti, grazie a questi, delimitiamo lo spazio personale, che permette di dettare un limite invisibile e inviolabile sulla nostra persona.  Tuttavia, nonostante i confini siano fonte di perseveranza e stabilità emotiva, è fin troppo frequente la loro violazione, spesso causa di gravi ripercussioni su di noi.

Come precedentemente affermato, i confini cambiano il loro valore in base al contesto in cui si applicano, fattore determinante per definire la loro stessa natura. Per esempio, nell’ambito educativo, possiamo riconoscere dei “confini professionali” e morali.

 

I confini educativi

Crediamo che la figura dell’insegnate abbia una grande responsabilità nei confronti degli alunni. Infatti, oltre a trasmettere loro la conoscenza su una determinata materia, dovrebbe anche rappresentare un esempio positivo, sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista morale e civico, per gli alunni che si addentrano nella vita sociale.

Naturalmente, definire i confini di questa responsabilità non è facile, in una società complessa come la nostra. Lo dimostra anche il caso della presunta relazione amorosa tra la preside del Liceo Montale di Roma e un alunno appena maggiorenne. La vicenda ha destato grande scalpore e si è tramutata in un caso nazionale dibattuto in televisione. L’ufficio scolastico regionale ha fatto intervenire gli ispettori ed è iniziata un’indagine. Essendo entrambi maggiorenni, non hanno infranto nessuna legge; nonostante ciò, la vicenda fa riflettere famiglie, insegnanti e anche noi riguardo al ruolo di un docente all’interno della scuola in cui lavora.

 

Vita privata o professionale?

Qual è il limite per un insegnante che si innamora di un suo alunno? Data la differenza di ruolo, in che modo un adulto professionista è chiamato a gestire una situazione come questa?

È ipotizzabile che, se il rapporto non ha effetti negativi sul rendimento scolastico dell’alunno e sulle prestazioni professionali dell’insegnante, questo ricada semplicemente nella loro sfera personale. Ma è proprio in questo caso che l’educazione deve riconoscere dei limiti. Nel momento in cui la vita professionale di un individuo entra in contrasto con quella privata, è necessario definire delle barriere e avere la capacità di distinguere le due circostanze.

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