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ATTUALITA'

Economia e Sviluppo/C’è ancora spazio per il progresso?

Alberto Zali

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di Alberto Zali

– Martedì 5 giugno – ore 20: 52 – Giuseppe Conte ottiene la fiducia in Senato. Bufera nei giorni precedenti circa chi dovesse ricoprire la carica di Ministro dell’Economia. Il ruolo, a sostituzione del no-euro Paolo Savona, verrà ricoperto da Giovanni Tria, professore di economia ed ex consulente economico di Forza Italia. Ma chi è Tria? E soprattutto quale sarà la sua linea politico – economica? Lega e 5 Stelle hanno ottenuto, tra slogan e promesse elettorali, un consenso senza precedenti: ora ci chiediamo se saranno in grado di mantenere tali promesse – flax tax e reddito di cittadinanza in primis – e se, soprattutto, l’Italia ne ricaverà giovamento.

Giovanni Tria: economista di sinistra, politico di destra

In ambito “Europa”, Tria raramente prende una posizione netta. Alla domanda “No euro?”, che ha dato peraltro titolo ad un suo convegno, risponde: “Penso che la domanda sia fuorviante, perché ritengo sbagliato rispondere sì, ma credo che non basti rispondere no”. Non si schiera quindi con quanti auspicano un’uscita immediata dall’euro – come il professor Savona – ma si dice pronto ad affrontare ogni evenienza, compresa una possibile implosione dell’euro. Poco ma sicuro, Tria assumerà una posizione di dialogo con i vertici europei, ma questa volta non sarà un dialogo unilaterale. L’Italia vuole tornare ad essere protagonista in Europa, e di questo desiderio il nuovo ministro sarà portavoce.

Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, si mostra scettico. La flax tax gli sembra invece una proposta “più interessante”. Bisogna però procedere coi piedi di piombo, attenuando quanto più possibile gli effetti negativi dati dalla riduzione del gettito garantito dalla imposizione fiscale. In cosa si concretizzerebbe questa cautela? Tria sembra proporre un aumento dell’Iva, a cui tuttavia nessun partito è favorevole.

Italia: un’economia a diverse velocità ma aperta al progresso


L’Italia nasce come un paese a due velocità. Il sud, a distanza di 150 anni dall’unità, soffre ancora per le conseguenze derivanti dal protrarsi di un anacronistico sistema feudale fino alla metà del XIX secolo. Se fino a pochi decenni fa il Nord vedeva il motore della propria economia nell’industria, a partire dal terzo millennio a farla da padrone è stato il terziario avanzato: telecomunicazioni, informatica o comunque attività basate sul “lavoro intellettuale”.

Lo stesso settore secondario è sempre più dipendente dal terziario avanzato: si parla di industria 4.0, un mondo in cui tecnologia e produzione vanno di pari passo potenziandosi a vicenda. L’attenzione è ora non tanto sul prodotto, quanto più sul servizio. L’Italia non vuole mancare all’appuntamento con la quarta rivoluzione industriale e, verosimilmente, non mancherà. Ma lo sviluppo tecnologico porterà benefici anche all’economia?

Lavoro: industria del prodotto o industria del servizio?

Il cliente va coccolato. Questo lo slogan di molte aziende che hanno raggiunto il successo. Non a caso, non è più la qualità del prodotto a far la differenza, bensì la qualità del servizio.

Ora, appurato che la maggior parte dei lavoratori italiani è impiegata proprio nel settore dei servizi, può l’industria 4.0 divenire il nuovo motore dell-economia? La risposta è chiaramente no: per fare impresa è necessario avere idee e prodotti di successo. Affiancare un servizio a quel prodotto può aumentare sensibilmente il fatturato. Un’impresa che si occupa di produrre automobili non necessiterà più soltanto di materiali e attrezzature, per la cui produzione saranno mobilitate le industrie dell’indotto, ma si servirà anche di un team di influencer che gestisca l’interfaccia della piattaforma IT, e ancora di analisti che si occupino di migliorarne le prestazioni o che prendano in esame le necessità dei clienti.

È chiaro come il futuro del nostro paese sia legato al sapere “fare impresa”. Vincente quindi agli occhi di non pochi economisti la flax tax: meno tasse sulle imprese equivarrebbe a dire imprese incentivate ad investire e giovani motivati a mettersi in proprio. La riduzione di gettito fiscale verrebbe presto compensata dal ricavato su una produzione di gran lunga più consistente. Il peso della pressione fiscale non ricadrebbe sulla popolazione, già impoverita da un’economia che ristagna, ma sulla maggior produzione e sui consumi. Parodossalmente, tassando un denaro che circola e crea mercato, lo stato vedrebbe aumentare non di poco le proprie entrate.

Da dove iniziare?

L’Italia, rispetto ad altri paesi europei, è senz’altro indietro per quanto riguarda infrastrutture e trasporti. Il car sharing, già sbarcato all’estero, potrebbe diventare “di moda” anche nel nostro paese. Un sistema di mobilità decisamente più economico rispetto all’utilizzo dei taxi, che ridurrebbe notevolmente la quantità di vetture private in circolazione. Inutile sottolineare l’impatto positivo che tutto ciò avrebbe sulla riduzione dell’inquinamento.

Per quanto riguarda le infrastrutture, il dibattito è tutto aperto: manca una rete ferroviaria che colleghi centri importanti quali Milano e Roma con le diverse capitali europee. Abbiamo pochi collegamenti ad alta velocità. La realizzazione di nuove linee ferroviarie si rivelerebbe senza ombra di dubbio linfa vitale per l’economia del nostro paese: immaginate i posti di lavoro che si creerebbero direttamente e indirettamente! E ne trarrebbe beneficio anche il PIL. Bisogna tuttavia fare i conti con il nostro paesaggio. Siamo disposti a sacrificare, ovviamente in stretta misura, le bellezze naturali del nostro paese a favore del progresso?

Una sfida non facile, ma neppure impossibile!

Il futuro è alle porte. Nonostante le critiche il nuovo governo è deciso nell’intraprendere il difficile percorso del cambiamento. È un governo giovane, un governo che probabilmente correrà dei rischi. Eppure, non possiamo che essere fiduciosi: talvolta è necessario correre dei rischi. Altrimenti lo Stivale d’Europa continuerà ad affondare, non imparerà mai a nuotare da solo. E uno stivale che affonda è una palla al piede per un’Europa che vuole nuotare. Non c’è da stupirsi se spesso la nostra voce non viene ascoltata. Ci auguriamo quindi cinque anni all’insegna del progresso, cinque anni in cui l’economia italiana possa fuoriuscire dallo stato di crisi, assicurando un effettivo benessere ai propri cittadini.

Il viaggio non richiede una spiegazione, solo passeggeri. E occhi vivi con cui guardarsi dentro, con cui guardarsi attorno. 16 - 09 - 2000 Liceo Classico

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SOCIETY/Is our world right?

Martina Grazioli

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All individuals are equal, and as equal everybody has the same rights. Or, at least, that is how it should be. In the past, people have fought and died to have their rights recognised and, at present, we are still fighting. Gender gaps, racism, homophobia, our world is filled with people who still believe that who is different, or weaker cannot have the same rights as other individuals.

As we hear everyday in the news, people die because of the different colour of their skin, or protest against the working system that doesn’t provide women with the same rights that nen have. That’s because gender inequalities in the field of work are still a serious matter in the 21St century. Women still have issues in being underpaid, or have problems in being employed because they are still seen as “inferior” to men. That’s because, even if men and women have changed over time, they have adapted themselves to live in a world where the strongest win and gain power over the poorest and the weakest. This issue was amplified when women became the victims of this discrepancy, which never ceased to widen. At present, women still find it hard to fight for their role in modern society and have themselves recognised as equals to men. Let us not forget the struggle in being a woman who comes from a different country. These problems are the same one that people tried to get rid of through the centuries. Somehow, they succeeded, because humans are not indifferent to these issues and, little by little, the gap is starting to narrow and now women can work and vote. But the prejudices are still there.

Not only women, but whoever is “different” has their rights denied: people with a different cultural background or religion are still not welcome when they migrate to other countries. People who are attracted to people of the same gender are still despised, even if in the past we fought for gay rights, and homeless people are still treated like scum. In the worst cases, even the right to life, the most important of all, has been denied because of all those prejudices.

Luckily, we are learning. Not as quickly as we would like, but we are learning to overcome the odds and defend what is far from our reality. We are beginning to build a society where everyone can be recognised as a human being, or at least we are trying to. We try to go beyond prejudices and not to fear what and who doesn’t conform to our ideal of a “human being”. This is due also to technological progress that allows even really young people to acknowledge the problems in our society. But what do young people think?

Nowadays , young people’s needs are different from the past. These changes lead teenagers and young adults to have a different perception of the world they live in. From a young age, teens have the possibility to get to know quickly what happens world-wide, through the internet and cellphones. This does not, however, mean that everyone is interested in these problems. The gender gap for example, is a matter that nowadays has received countless criticisms, even from young people. As a matter of fact, in the present time, many teenagers and young adults have acknowledged this gap, but haven’t yet raised their voices or tried to change this situation for the better.

The only way to make people understand how important equality is, is to show them how better our society can be with a greater number of women in charge of public and political matters, and a greater diversity among people. Youngsters need to open their eyes to the fact that a society mainly led by men has a lot of leaks that could be avoided with more women in control, and that people would be happier if they could express their love freely, regardless of their sexuality. That is not an accusation against our government. However, a society where many people live, needs to be composed by different people.

That’s because we, as people, are equal, and we are aware of it and even young people have enough information about the world to make the difference. Yet, they lack the motivation and the awareness of what they should fight for.

However, we, as a society, are not ignoring the problem anymore, even if progress is not fast, we know that is happening. It might not be possible to get rid of all the disparities and the violations of rights, but there’s a little hope. And while there’s hope, our world is bound to get better.

 

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Safety First- Emergency

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Il 1^ aprile 2017 io e la mia classe, ci siamo recati a Milano, per il progetto di alternanza scuola-lavoro “diritti al centro”. Non siamo stati informati in modo preciso prima di partire infatti ho lasciato spazio all’immaginazione e ho preferito pazientare per una sorpresa. Dopo due ore di pullman siamo finalmente arrivati a destinazione, faceva freddo per essere un giorno primaverile. Non avevo idea di dove mi trovassi, se fosse il centro di Milano, la periferia o la parte storica. Guardandomi intorno ho notato um piccolo mercato di alimenti da dove provenivano urla e insulti. Accanto alle bancarelle ho notato una piccola ambulanza di colore rosso e bianco. In quel momento i miei pensieri sono stati interrotti dalla voce della prof che ci ha chiamato in ordine alfabetico per raggrupparci intorno a lei e controllare che fossimo tutti presente. In seguito ci siamo diretti lentamente verso il mercatino. Ci siamo fermati davanti all’ambulanza e una signora, piuttosto anziana è uscita e si è presentata come la nostra guida della mattinata. Ha voluto che ci dividessimo in tre gruppi e ad ognuno di essi è stata attribuita una persona dell’associazione. Marco, la nostra guida, ci ha chiarito i nostri dubbi, dove fossimo, chi fossero loro e di cosa si trattasse l’intero progetto della giornata.
L’associazione lì presente, ma conosciuta mondialmente, è Amnesty International. Emergency è un’associazione italiana indipendente e neutrale, nata nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà. L‘organizzazione promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Mi è interessata molto la spiegazione di Marco e ascoltando mi chiedevo come potessero aiutare veramente a rispettare i diritti umani e aiutare chi ne è privato, perché a parlare siamo buoni tutti ma quando si tratta di fare e agire le voci diventano d’un tratto silenziose.
Il mio desiderio si è avverato e dopo un oretta di “teoria”, se così si può chiamare, siamo passati al lato pratico.
A gruppetti di cinque siamo entrati all’interno dell’ambulatorio, dove ci ha accolto una ragazza che indossava una tunica da infermiera. La sala era piccolina, essendo un’ambulanza su quattro ruote, ma c’era tutto il necessario per visitare un paziente, un lettino, un lavandino, diversi armadietti, una bilancia è tutto quello che possiamo trovare dal dottore. La ragazza ci ha parlato prima di lei e in seguito del suo compito. Era una medico, sposata con dei figli, e lavorava da parecchi anni a Milano. Prima di stabilirsi a Milano, aveva partecipato a parecchie missioni mediche all’estero, in particolare nei paesi di guerra.
Oggi ha scelto di creare una famiglia e non ha più il tempo di partire e rischiare la vita ogni giorno. Lavora a tempo pieno in un ospedale importante di Milano. Ora potremmo chiederci, cosa fa questa donna in quest’ambulanza ambigua?
Lei ha deciso di dedicare il suo tempo libero, ovvero dopo 8 ore di lavoro, alla visita di pazienti senza tetto, spesso privi di documenti, inseguiti dalla polizia o immigrati da paesi di guerra. L’associazione infatti si sposta nelle parti più povere e precarie e della città per aiutare chi ha bisogno, cercando i pazienti e convincendo loro di non avere paura, perché Amnesty cura chiunque, che tu abbia o no i documenti in regola.
Amnesty è un associazione volontaria, infatti il medico non è pagata durante le ore di visita che fa, come non è pagato nessuno dei volontari in quell’ambulanza. Ci sono eccezioni, per esempio i medici che hanno un posto stabile all’interno dell’associazione, ricevono uno stipendio mensile.
Alla fine della visita all’interno dell’ambulatorio, una mia compagna ha chiesto alla ragazza perché avesse scelto di fare questo, di dedicare il suo tempo libero a persona malate, senza ricevere niente in cambio, e lei ha risposto “chi ha visto, chi ha visto quello che ho visto, non può tacere, deve agire.”
Da quel giorno ho ancor anche in testa le sue parole.

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Il Risveglio della coscienza ecologica

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Buongiorno, sconosciuto lettore. Se anche tu stai leggendo questo articolo, significa che vivi e sei cittadino del mondo che ci appartiene. Significa che ne respiri l’aria, che apprezzi i panorami che ti offre, che ti bagni nelle sue acque e scegli di piantare le tue radici in qualche punto della sua superficie. E non ti senti, dunque, minimamente in dovere di proteggerlo?
La nostra unica e grande casa, il nostro pianeta, sta soffocando, non gli restano che una manciata di respiri affaticati, viene strangolato ogni giorno da tonnellate di plastica, dai rifiuti che finiscono nel suo mare, da decisioni sbagliate. E i suoi assassini sono proprio i suoi più folli innamorati: gli esseri umani. Solo in Italia ogni anno compriamo 9 miliardi di bottiglie di plastica e nel Mar Mediterraneo -che costituisce appena l’1% delle acqua mondiali- si concentra ben il 7% della plastica globale.

Nello stesso mare dove trascorriamo le nostre vacanze estive, in quel bel mare davanti cui ci emozioniamo guardando un tramonto mano nella mano con la nostra o il nostro partner, in quel mare che immortaliamo nelle nostre foto artistiche fieramente pubblicate sui social network, finiscono ogni giorno più di 700 tonnellate di plastica.
Chiaramente, si presuppone che la conoscenza di questi scioccanti dati svegli repentinamente le masse e le spinga a lottare per la tutela della loro casa stessa. E tuttavia, la cosa più allarmante, è proprio che la responsabilità non venga sentita da tutti i cittadini allo stesso modo. Giovani, Anziani, ricchi, poveri, uomini e donne si fanno scivolare questo problema di dosso, lo scansano come se non fosse un dilemma che li coinvolga personalmente, lo evitano come se non riguardasse chiunque su questo pianeta.
Forse nemmeno tu, lettore, sai che il nostro è un mondo quasi interamente danneggiato. Che l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e dove ci immergiamo e i cibi che mangiamo (nella maggior parte dei casi) sono inquinati e anche i vestiti che indossiamo possiedono microplastiche. Come puoi, razza umana, allora, non interessarti al tuo stesso futuro? Come fa a non allarmare ogni persona che nasce, cresce, invecchia, vive e si muove in questo mondo?
Nei mari abitano pesci deformati, i cui corpi crescono e si sviluppano intorno a lacci per pacchi, reti e sacchetti di plastica. Le tartarughe inghiottono le buste di plastica scambiandole per meduse; dentro gli stomaci di molti uccelli vengono trovati residui di diossina.
Ma la disattenzione è l’egoismo umano si allargano anche alla vegetazione continentale, non solo alla zona oceanica. Basti pensare alla deforestazione, all’intervento ingrato dell’uomo sui paesaggi naturali, su zone rurali oramai trasformate in zone industriali attive.
Senza contare, in più, le indelebili polveri sottili dello “smog” che respiriamo ogni giorno semplicemente camminando per strada o rilassandosi su una panchina al parco.

Ma quanto è efficace la sensibilizzazione al giorno d’oggi e, sopratutto, esiste?
Abbiamo ormai tutti sentito parlare almeno una volta, approfonditamente o di sfuggita, del buco dell’ozono, dell’effetto serra, delle fitte cappe grigie e torbide che sovrastano gli spazi urbani, della plastica come materiale avvelenante per eccellenza, ma quanti hanno concretamente preso delle contromisure? Quanti si sono informati e documentati e hanno agito di conseguenza cambiando le proprie abitudini o tentando di raggiungere un pubblico più vasto?

Numerose iniziativa governative sicuramente conducono verso una giusta direzione: la raccolta differenziata, il blocco della circolazione nei centri urbani e le zone a traffico limitato, le domeniche ecologiche, il compostaggio, le energie rinnovabili (pale eoliche, pannelli elettrovoltaici)… È nel nostro piccolo, tuttavia, che possiamo fare la differenza. Giocano un ruolo fondamentale anche i miseri gesti quotidiani che, se prese in considerazione da tutti, possono cambiare le cose o che, perlomeno, possono tentare di arginare il gravoso problema: limitare l’acquisto e l’utilizzo delle bottigliette di plastica, per esempio (o ricorrere a bottiglie di vetro), evitare di buttare gli scheletri delle sigarette per terra, spegnere la luce quando si esce da una stanza o quando il suo consumo non è strettamente necessario, scegliere la bicicletta all’automobile quando possibile.
Ciò che più mi stupisce, è che in questa atmosfera di indifferenza e negazione, sia stata un’adolescente avente soltanto ereditato un pianeta già guastato dalla generazione precedente a elevarsi contro questa violenza ambientale.
Greta Thunberg, ragazza svedese di appena sedici anni, candidata al premio Nobel si è stancata di aspettare e di crogiolarsi in una chiaramente falsa illusione perfetta. Greta ha creato un suo slogan che ha fatto il giro del mondo: “Skolstrejk för klimatet” (sciopero della scuola per il clima). Il 15 marzo 2019, così, è stato programmato il primo sciopero scolastico mondiale per il clima nella storia dell’umanità.
Dall’agosto del 2018, Greta combatte una battaglia importante, quella che ha una sola vittoria possibile, forse un po’ utopica: rispettare le leggi morali, rispettare l’ambiente, rispettare i diritti dell’uomo.
Come disse il Capo indiano Seattle già nel 1852, “La Terra su cui viviamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”: solo con la prospettiva del futuro, si può garantire un presente a chi verrà dopo di noi.

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