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L'EDITORIALE

Australia, quando la guerra mondiale è con la natura

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È probabilmente nota a tutti la terribile situazione in cui si trova l’Australia da diverso tempo ormai.

Infatti dall’inizio di settembre 2019, gran parte del territorio australiano è coperto da roghi, a causa dei quali sono stati registrati 26 morti e centinaia di dispersi, 100 mila sono invece gli sfollati, ed il numero di proprietà distrutte ammonta a 1.300.

 

Ma di questo grande disastro non sono soltanto gli umani a risentirne, moltissime specie animali sono a rischio di estinzione e la quota registrata di animali morti tra le fiamme fin’ora supera i 500.000.000.

 

Il 30% della popolazione dei koala si è già estinta e nonostante i continui tentativi dei Vigili del Fuoco australiani di salvarne il più possibile, è ormai remota la possibilità di produrre una nuova generazione in grado di garantire la vitalità della specie. Insieme al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco sono molti anche i volontari, i veterinari e gli scienziati che si stanno impegnando in questa causa, ed altrettante sono le associazioni che gestiscono raccolte fondi per lo stesso motivo.

 

Oltre ai koala, sono esposti a pericoli anche moltissimi uccelli, che nonostante possano volare e spostarsi non sempre riescono nell’intento di salvarsi dal calore e dai fumi dei roghi.
I cacatua, per esempio, sono una specie particolarmente colpiti dalla disgrazia.
A terra si ripercuote il problema anche sui wombati ed i canguri, a cui ormai rimane ben poco del loro habitat.

 

L’invito da parte nostra, ragazzi di 16 anni che si trovano dall’altra parte del mondo è di spargere la voce, utilizzare i social per comunicare, per far crescere l’informazione e la consapevolezza per le cose importanti come questa.
Siamo consapevoli che non tutti siano in grado di  donare somme di denaro alle associazioni, ma anche lo spargimento della voce è sufficiente.
Agire insieme è importante.

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L'EDITORIALE

Noi come Trump e l’Iran: quanto bene abbiamo perso per le nostre vendette

Federico Pichetto

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E’ sconcertante la storia dell’aereo ucraino con 176 passeggeri abbattuto, a questo punto certamente, dall’esercito iraniano, temendo che fosse un velivolo straniero in procinto di attaccare un obiettivo della repubblica islamica.

 

Vendetta

Sconcertante per diversi motivi: anzitutto c’è il tema della vendetta; se infatti gli Iraniani cercavano vendetta, ciecamente si sono lasciati guidare da un istinto di morte che li ha portati ad uccidere dei loro connazionali e dei civili di altre nazioni, ma non i responsabili di coloro che quel male lo avevano inflitto. E qui viene in mente un antico adagio: quando vuoi vendicarti prepara sempre due tombe, una per la tua vittima e una per te. La vendetta è una spirale che va fermata e il passaggio dalla vendetta alla giustizia è ciò che ha certificato uno dei più importanti salti nell’evoluzione culturale della nostra specie.

 

Clima di guerra

In secondo luogo c’è un altro tema che lascia sconcertati: il clima di guerra; è per quel clima di guerra e di sospetto ingenerato nei giorni dell’attacco di Trump all’Iran che quell’innocuo aereo è apparso come una minaccia. La paura e il terrore generano irrazionalità e scelte sconsiderate: a pagare quel clima non è mai chi lo genera ma sempre qualcuno di innocente, qualcuno che nella storia emerge come “danno collaterale”. Questa volta i danni collaterali sono stati 176, nel completo disprezzo della vita umana rispetto alle strategiche e ideologiche motivazioni dei due fronti. Sulla postazione che ha lanciato quel missile c’è la mano degli iraniani che cercavano vendetta, ma c’è pure la mano di Trump che ha generato il clima di guerra.

 

Strategie che ci appartengono

Infine, una parola va certamente detta su come queste logiche sconcertanti non appartengano solo a Trump o agli iraniani, ma sono pane quotidiano di ciascuno di noi: quanti innocenti, penso ai bambini, sono vittime delle nostre battaglie matrimoniali, quanti innocenti – penso adesso a molti amici – sono vittime delle nostre piccole/grandi guerre. Quanto bene abbiamo perso per cercare di avere ragione, di essere riconosciuti dalla parte del bene, per vendicarci. Quanta vita è diventata “danno collaterale” delle nostre schermaglie, delle nostre affermazioni di principio, del nostro clima di guerra. Quanto tempo perso di fronte al bisogno di bene che ci portiamo dentro e di fronte all’eternità.

 

In un tempo di guerre, l’uomo coraggioso è colui che osa la pace, osa il perdono, osa il silenzio di chi osserva le ferite della vita e sceglie semplicemente di curarle. Senza farle pagare a nessuno.

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L'EDITORIALE

Le nostre azioni hanno delle conseguenze: cosa fa ripartire un bene?

Federico Pichetto

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Tra le verità più dimenticate del nostro tempo ce n’è una abbastanza banale che rischia di metterci di fronte a risvolti drammatici: le nostre azioni hanno delle conseguenze. (altro…)

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L'EDITORIALE

DONNE E DIRITTI/Con Marta Cartabia la suprema corte dello Stato diventa “rosa”

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Marta Cartabia è stata eletta l’11 dicembre presidente della corte costituzionale, la quarta carica più importante della Repubblica. (altro…)

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