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L'EDITORIALE

GIOVANI/Sicuri vada tutto bene?

Emanuele Canessa

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di Emanuele Canessa

– Partecipiamo alla vita di un mondo che sembra dover finire da un momento all’altro, ma non si parla né guerre né di catastrofi, bensì delle persone che lo abitano. Si parla di Noi. Nonostante tutto, decine di anni fa sembrava che tra tutti gli esseri che popolavano la terra ci fosse un sentimento di profondo bene; ora l’umanità appare l’unica “speranza” di sé stessa. E di fronte ad una realtà così dura, cupa e soffocante ci si chiede ancora perché noi ragazzi di questa generazione viviamo con un malessere di fondo apparentemente inguaribile. Ci deve essere un briciolo di verità nel malessere esistenziale dell’essere umano e, allo stesso modo, ci deve essere per Noi. Viviamo con la sempre più costante consapevolezza che domani tutto potrebbe finire, i progetti cadere, il mondo estinguersi. Siamo tutti “claustrofobici”: ci sentiamo attanagliati a tutto e ci manca la libertà di respirare.

Per trovare una risposta è forse troppo tardi, ma ci può essere, e ci deve essere, il tempo per trovare una soluzione, una cura. Non è un caso se sempre più ragazzi fanno di tutto per togliersi la vita o rovinarsela, non vedono alternativa alcuna e, se non si hanno alternative, il margine di errore si ingigantisce. Curare il corpo non serve a niente se la testa continua a viaggiare nel vuoto.
Le critiche non servono a nulla, i vari “questi ragazzi hanno tutto e ancora si lamentano, ai miei tempi…” o “se solo sapessero cosa passavamo quando noi eravamo giovani” sono disperatamente inutili. Se qualcuno lontano da noi ha un problema che non concepiamo, non possiamo chiamarci fuori dall’aiutarlo solo perché non consideriamo grave quel tale problema, il menefreghismo non ha mai aiutato nessuno.

A questo punto le domande nascono spontanee: Siamo tutti così sicuri di noi stessi? Davvero questi problemi sono così insignificanti? Siamo davvero sicuri di voler smettere di essere esseri umani, di essere noi stessi?

L'EDITORIALE

Noi come Trump e l’Iran: quanto bene abbiamo perso per le nostre vendette

Federico Pichetto

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E’ sconcertante la storia dell’aereo ucraino con 176 passeggeri abbattuto, a questo punto certamente, dall’esercito iraniano, temendo che fosse un velivolo straniero in procinto di attaccare un obiettivo della repubblica islamica.

 

Vendetta

Sconcertante per diversi motivi: anzitutto c’è il tema della vendetta; se infatti gli Iraniani cercavano vendetta, ciecamente si sono lasciati guidare da un istinto di morte che li ha portati ad uccidere dei loro connazionali e dei civili di altre nazioni, ma non i responsabili di coloro che quel male lo avevano inflitto. E qui viene in mente un antico adagio: quando vuoi vendicarti prepara sempre due tombe, una per la tua vittima e una per te. La vendetta è una spirale che va fermata e il passaggio dalla vendetta alla giustizia è ciò che ha certificato uno dei più importanti salti nell’evoluzione culturale della nostra specie.

 

Clima di guerra

In secondo luogo c’è un altro tema che lascia sconcertati: il clima di guerra; è per quel clima di guerra e di sospetto ingenerato nei giorni dell’attacco di Trump all’Iran che quell’innocuo aereo è apparso come una minaccia. La paura e il terrore generano irrazionalità e scelte sconsiderate: a pagare quel clima non è mai chi lo genera ma sempre qualcuno di innocente, qualcuno che nella storia emerge come “danno collaterale”. Questa volta i danni collaterali sono stati 176, nel completo disprezzo della vita umana rispetto alle strategiche e ideologiche motivazioni dei due fronti. Sulla postazione che ha lanciato quel missile c’è la mano degli iraniani che cercavano vendetta, ma c’è pure la mano di Trump che ha generato il clima di guerra.

 

Strategie che ci appartengono

Infine, una parola va certamente detta su come queste logiche sconcertanti non appartengano solo a Trump o agli iraniani, ma sono pane quotidiano di ciascuno di noi: quanti innocenti, penso ai bambini, sono vittime delle nostre battaglie matrimoniali, quanti innocenti – penso adesso a molti amici – sono vittime delle nostre piccole/grandi guerre. Quanto bene abbiamo perso per cercare di avere ragione, di essere riconosciuti dalla parte del bene, per vendicarci. Quanta vita è diventata “danno collaterale” delle nostre schermaglie, delle nostre affermazioni di principio, del nostro clima di guerra. Quanto tempo perso di fronte al bisogno di bene che ci portiamo dentro e di fronte all’eternità.

 

In un tempo di guerre, l’uomo coraggioso è colui che osa la pace, osa il perdono, osa il silenzio di chi osserva le ferite della vita e sceglie semplicemente di curarle. Senza farle pagare a nessuno.

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L'EDITORIALE

Australia, quando la guerra mondiale è con la natura

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È probabilmente nota a tutti la terribile situazione in cui si trova l’Australia da diverso tempo ormai. (altro…)

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L'EDITORIALE

Le nostre azioni hanno delle conseguenze: cosa fa ripartire un bene?

Federico Pichetto

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Tra le verità più dimenticate del nostro tempo ce n’è una abbastanza banale che rischia di metterci di fronte a risvolti drammatici: le nostre azioni hanno delle conseguenze. (altro…)

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