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Iran e “giustizia”, il caso di Nasrin Sotoudeh

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Sfortunatamente, è insolito sentir parlare di Nasrin Sotoudeh tra gli adulti e i giovani di oggi; eppure, il caso della donna Iraniana, è molto più recente di quanto si pensi , e altrettanto preoccupante.

Chi è Nasrin Sotoudeh?

Nasrin è nata nel 1963 a Teheran, ed è un’importante avvocata, scrittrice e attivista Iraniana, militante per i diritti umani. Si lauerò in diritto internazionale nel 2011 e detiene ad oggi diversi premi a seguito del suo impegno sociale, tra cui il Premio per la Scrittura per la Libertà e il Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Oggi è sposata e madre di due bambini. Nel 2011 venne arrestata per la prima volta sotto l’accusa di aver diffuso “menzogne sullo Stato” e per aver collaborato con il Defenders of Human Rights Center, associazione che si occupa

della difesa e della tutela dei diritti delle donne, dei prigionieri politici e delle minoranze in Iran , non autorizzata dallo stato, ma riconosciuta dalla Commissione Nazionale dei Diritti Umani Francese. La sua pena di 11 anni, venne poi ridotta e nel 2013, Nasrin potè tornare in libertà, ma venne nuovamente accusata nel 2018 per aver commesso “reati di sicurezza nazionale”. A seguito di questa sentenza, venne condannata a 33 anni di carcere e a 148 frustate.

Il caso.

Alla prima sentenza del 2018, ne succederanno molte altre, tutte irregolari, che porteranno alla condanna di 38 anni di carcere totali . Si tratta di una delle pene più dure mai inflitte nella storia a un difensore dei diritti umani. Tra le svariate accuse partite dallo Stato Iraniano , possiamo sottolineare il reato per “incoraggiamento alla prostituzione e alla corruzione” e per “atti peccaminosi”, dopo essere apparsa diverse volte in pubblico senza indossare il velo.

Ma per cosa si è battuta Nasir, fino ad arrivare al punto di ricevere una condanna pari a quella di un serial killer?

L’unico vero “reato” che Nasrin ha commesso, è stato quello di difendere pubblicamente le ragazze di Engehelab Street , che tra il 2017 e 2018 , protestarono contro l’obbligo per le donne iraniane di indossare il velo (Hijab); l’avvocata, sentendosi molto vicina a questa rivolta, decise di farsi promotrice di quest’ultima, in modo totalmente pacifico.

L’agenzia di stampa della repubblica iraniana affermò che la scrittrice fu condannata a soli sette anni di carcere per la violazione delle degradanti e obsolete leggi che impongono l’uso del velo alle donne ( sotto l’accusa di “offesa alla Guida Suprema”) , e non fu mai chiarito se la dichiarazione si riferisse ad un processo separato, o meno.

Il caso di Nasrin, mobilitò inevitabilmente l’opinione pubblica internazionale, coinvolgendo soprattutto avvocati e giornalisti, i quali esprimono ancora oggi profonda solidarietà e vicinanza nei confronti della donna. La notizia dell’avvenuto arresto, venne diffusa dal marito di Nasrin, Reza Khandan, anch’esso arrestato e picchiato davanti alla prigione di Evian , per aver chiesto di poter avere novità circa la situazione della moglie in carcere. Il fatto, interessò fin da subito associazioni di portata mondiale, tra cui ricordiamo Amnesty International, la quale divulgò diverse petizioni online a favore della liberazione della giornalista, che contano oggi circa un milione di firme. Sempre grazie ad una delegazione di Amnesty , ha avuto luogo nel marzo di quest’anno, in occasione della festa della donna, la sit-in di fronte all’ambasciata dell’ Iran, a Roma; si è trattato di una manifestazione pubblica , durante la quale diverse donne sono rimaste per alcune ore in strada, in piedi, indossando il velo e mostrando la schiena scoperta, sulla quale erano presenti diversi segni rossi , con lo scopo di simulare le conseguenze delle frustrate alle quali è stata sottoposta Nasrin.

Purtroppo , a distanza di un anno dal suo arresto, ancora nulla è cambiato, ma, fortunatamente, molte persone continuano a lottare al suo fianco(seppur da altre parti del mondo), ritenedo la condanna di Nasrin un vero e proprio insulto al genere umano.

Inutile dire che il fatto in questione dovrebbe spingere tutti noi a interrogarci sulle condizioni alle quali sono sottoposte diverse donne in alcune parti del mondo. Nell’epoca del femminismo e delle libertà individuali, risulta ridicolo che esistano ancora stati nei quali le leggi vengono formulate esclusivamente dagli uomini e nei quali queste ultime subordinano le donne al genere maschile; sono molte le limitazioni imposte, come il divieto di abbandonare il paese da sole, o di partecipare ad eventi pubblici non accompagnate. A fronte di ciò, e di quello che sta accadendo oggi in diversi paesi democratici, occidentalizzati e “liberi”, i quali sembrano compiere molti passi indietro davanti ai diritti delle donne (basti vedere l’annullamento del diritto all’aborto in Alabama) , è giusto mobilitarsi, e ricordarsi che i diritti umani sono fondamentali per la salvaguardia e la tutela di tutti gli individui e della giustizia, e che per questo, non devono essere annullati .

Davanti ai diritti non si torna indietro.

Articolo 19. della Costituzione Italiana. Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

La norma, afferma, implicitamente, il principio di laicità: lo Stato garantisce a tutti, cittadini e stranieri, di professare la propria fede, qualunque essa sia, senza che una religione sia privilegiata rispetto alle altre. Ciò accadeva, invece, sotto il regime fascista, quando lo Stato era dichiaratamente cattolico e tollerante verso le diverse fedi.

Articolo 18 Dichiarazione dei Diritti Umani.

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.

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XENOBOT/Arriva il primo robot vivente

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Con l’inizio del nuovo decennio l’umanità continua senza sosta nella ricerca scientifica volta a sfruttare ogni mezzo possibile per migliorare la nostra vita nel quotidiano e nei casi di estrema necessità. Che questi siano legati alla salute o alla conoscenza, questo nuovo millennio ha ampliato nuovi orizzonti considerati per anni irraggiungibili dall’essere umano, e oggi ci troviamo di fronte a una realtà che abbiamo sempre considerato essere al di fuori del possibile.
Stiamo parlando dell’invenzione del primo robot vivente.
Nonostante questa sembri una notizia irreale possiamo affermare con certezza la veridicità di questa nuova invenzione sviluppata nell’University of Vermont (USA), anche se non corrisponde precisamente a ciò che si può immaginare a primo impatto. Non si tratta di un robot tradizionale o di una nuova specie animale, ma di un organismo vivente e programmabile assemblato interamente con cellule viventi attraverso un super computer. Prendono il nome di “Xenobot”, in riferimento alla rana africana Xenopus Laevis dai cui embrioni gli scienziati hanno prelevato delle cellule staminali che uniti in un agglomerato danno vita a questi robot le cui dimensioni non supera il millimetro. Questo prototipo biodegradabile, definibile come una nuova classe di artefatti, è il risultato di simulazioni al computer attraverso algoritmi per la costruzione e dell’incubazione delle cellule staminali volta a moltiplicarle, fino a raggiungere il migliaio; questi due processi hanno permesso lo sviluppo di diversi tipi di tessuti, tra i quali anche strati cardiaci che permettono la locomozione dell’organismo e il trasporto. Ciò significa che l’utilizzo dei “Xenobot” può variare a diversi campi di applicazione: dalla somministrazione di farmaci attraverso il trasporto all’interno del nostro corpo, alla rimozione di microplastiche nell’oceano e alla ricerca di contaminazioni radioattive. Questi sono solo esempi dei possibili impieghi di questa affascinante invenzione, ma nonostante il prezioso vantaggio che l’umanità può trarre da essa, degli osservatori hanno fatto notare il possibile (seppur ipotetico) utilizzo della medesima per cause meno nobili, come lo sviluppo di bio-arme. Per tale ragione è facile immaginare che la crescita di questo filone di ricerca dovrà essere accompagnata dalla stesura di precise linee guida di carattere etico.

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ALCUNE PICCOLE COSE/8- In continua attesa di un’altra vita quello che non viviamo è l’oggi

Federico Pichetto

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Quando la settimana riprende il suo cammino,

le cose sembrano sempre troppo distanti per essere raggiunte,

le persone troppo lontane per essere toccate,

e io mi ritrovo in questa enorme distanza

che è la misura della mia solitudine. (altro…)

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ALCUNE PICCOLE COSE/7- E se per caso doveste partire, ricordate di portarvi dietro una porta

Federico Pichetto

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Si chiama TOI-700D e sarebbe, secondo il telescopio spaziale Tess, il primo pianeta individuato al di fuori dal sistema solare nella cosiddetta “zona abitabile”. Ci sono le montagne, potrebbe esserci l’acqua, è a circa cento milioni di anni luce, ma il tempo e la tecnologia ovvieranno a questo problema. (altro…)

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