La cultura è un’arma di riscatto?

“A 10 anni spacciava droga. A 11 anni ha visto il primo morto di camorra. A 14 anni, ormai consacrato scagnozzo, ha ricevuto in regalo la sua prima pistola.” Recitava così la circolare di quando sentì parlare di Davide Cerullo per la seconda volta nella mia vita dopo tanti, veramente tanti anni. Mi fece uno strano effetto: l’ultima volta che lo aveva ascoltato, quando avevo circa 5 anni in meno di adesso, mi era sembrato una persona molto solare piena di vita e voglia di cambiare le cose in un modo strabiliante. La verità è che la disinformazione fa schifo. La verità è che noi non sappiamo veramente niente. La verità è che descrivere Davide Cerullo partendo dal suo passato è veramente una cosa senza senso. Ho sentito dei ragazzi dopo l’incontro che parlavano di aver appena ascoltato la testimonianza di un “pentito della mafia”. Ma da quando sostituiamo i nomi delle persone con quello che di brutto o di buono hanno fatto nella loro vita? Beh probabilmente da sempre. È strano perché nessuno ha mai il coraggio di dire: ho incontrato un ragazzo che ha detto di no alla mafia. È molto più facile chiamarlo pentito, chiamarlo attivista oppure semplicemente descrivere il suo passato per poi raccontare il suo presente in modo da farlo passare come una persona che è cambiata però è rimasta ancorata a quello che le è successo. Per Davide non è così. Ne sono più che certa. Lui è attaccato alle sue radici, non al suo passato e il fatto che sia rimasto a Scampia per salvare i ragazzi dalla strada e dalla mafia è un gesto che lo dovrebbe far diventare senatore a vita ma purtroppo non è così per ora. 

Quando prima ho detto che è la verità è che noi non sappiamo niente è perché è così: non conosciamo nulla. 

 

Faccio un esempio che forse potrebbe costarmi molto caro ma ci tengo. Il preside della nostra scuola ha fatto una piccola introduzione quando abbiamo fatto questo incontro dicendo che avremmo ascoltato la storia di una persona che parlava di illegalità e legalità e come la prima si può combattere. Ha fatto tutto un discorso anche molto profondo in realtà sulla criminalità e sul fatto che questo Davide Cerullo sia riuscito a combatterla. Poi ha passato il microfono a Davide. Quest’ultimo, un po’ ridendo, ha salutato impacciatamente noi ragazzi perché devo ammettere che se io mi metto in soggezione a parlare davanti a 20 persone figurarsi lui davanti a un centinaio o forse anche più. E ha detto che la sua non è una storia né di legalità e né di illegalità e che lui non ha intenzione di parlarci di come combattere la criminalità ha intenzione semplicemente di parlare con i ragazzi perché di questi tempi si parla tanto dei ragazzi ma si parla poco con i ragazzi.

 

Questa cosa mi ha completamente distrutto. Lui ha iniziato a dirci di smettere di fumare perché la droga aumenta i profitti della mafia ha iniziato poi a raccontarci la sua storia di quando era piccolo e ci ha spiegato un po’ le dinamiche di quella che è stata la sua infanzia se così si può chiamare. Poi è arrivato il turno delle domande. Una professoressa gli ha chiesto come sia cambiata la sua vita, come mai. E lui ha iniziato a raccontarci del suo cambiamento e lì mi è sorta una domanda che avrei voluto fargli ma che poi non ho avuto il coraggio di domandare. Quanto credere in Dio ha cambiato la sua vita? Avrei voluto chiedergli questo. Ma c’era qualcosa che mi tratteneva, un qualcosa che lui combatte da molto tempo: la paura. Paura del giudizio, di cosa penseranno le altre persone e di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato dicendo la cosa sbagliata. Ma non mi arrendo sotto questo punto di vista spero di incontrarlo il prima possibile e questa volta gli chiederò davvero quello che voglio.

 

Alcuni ragazzi poi hanno fatto delle domande e la cosa che più mi ha colpito è che mentre lui andava a rispondere e a salutare il ragazzo o la ragazza che gli aveva fatto la domanda passava abbracciando la gente. Ma quanto vale un abbraccio? Tanto ma veramente tanto tanto che non sarei voluta andare via ma abbracciarlo ma c’erano un sacco di altri ragazzi che avevano avuto la mia stessa idea e mi sono tirata indietro, ho avuto di nuovo paura. Davide ci ha anche raccontato la storia di quando lui è stato in un carcere minorile e un ragazzo dentro una cella gli ha chiesto un abbraccio attraverso le sbarre. Ci ha detto di come questa cosa lo abbia cambiato profondamente perché magari in un carcere minorile una persona ti afferra e tu ti aspetteresti un coltello alla gola e invece ti trovi un qualcuno che ti chiede la cosa più preziosa che ci sia: un po’ d’affetto. Dopotutto C’è un detto che dice che ogni persona ha bisogno di tre cose sole: di un pezzo di pane, di un po’ d’affetto e di sentirsi a casa da qualche parte. Io credo sinceramente che Davide Cerullo si senta a casa quando è a Scampia e chiama i bambini che si nascondono nelle casette sugli alberi per non farsi trovare. Forse semplicemente è rimasto a Scampia non perché volesse fare l’eroe e combattere la mafia ma perché voleva salvare le vite dei bambini innocenti perché voleva dare loro un abbraccio o forse anche di più. Forse perché voleva dire Loro ti voglio bene, quel ti voglio bene che lui non ha mai ricevuto. Forse perché voleva che i bambini leggessero più libri di quanti ne avesse dei letti lui in 49 anni di vita perché come c’è scritto sui muri di Scampia la cultura è l’unica arma di riscatto.

 

Noa Rocca