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L'EDITORIALE

L’amato mondo dello sci

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Pratico sci da quando avevo 4 anni, ricordo ancora che fino agli otto anni ho preso lezioni con il maestro insieme agli altri bambini. Era divertente, imparavi fin da subito, avevo vinto anche della medaglie, ma la parte più bella era l’ultimo giorno delle lezioni perché ci portavano in un pista alla sera, con una torcia luminosa e ci facevano scendere per poi festeggiare e premiare i più bravi.

Tutti gli anni fino al 2019 (purtroppo ho dovuto saltare la settimana di dicembre del 2020), io insieme alla mia famiglia siamo sempre ansati in Val di Fassa, in un paesino vicino a Moena, chiamato Soraga. Nell’albergo in cui andiamo mi sono sempre trovato benissimo e ci sono stati tanti cambiamenti negli anni.
Io ho sciato sia nella parte della Val di Fassa sia nella Val di Fiemme. Ogni posto mi lascia sempre qualcosa nel cuore. Forse quello che preferisco è il Sella Ronda, ovvero un giro che si fa sia in senso antiorario sia in senso orario. Entrambi mi piacciono perché scii un sacco e vedi posti diversi. Se devo sceglierne uno tra i due scelgo quello antiorario. Le piste sono abbastanza facili tranne due, una che è nera ma se vuoi la puoi evitare, e l’altra che è rossa ma c’è un punto ripido dove ogni anno troviamo sempre le dune di neve ed è un po’ pericoloso, infatti consiglio di scendere molto piano, aggirando ogni montagnetta di neve.

Una lezione tipo

Se si tratta di una lezione rivolta a dei bambini più piccoli deve essere qualcosa di divertente. Bisogna farli appassionare allo sport piano piano e io sono dell’idea che già all’età di 4/5 anni, sia opportuno portali in piste più difficili, come hanno fatto con me.
Se si tratta invece di persone un po’ più grandi, preferirei qualcosa di più piccolo, gruppi di 4/5 persone, tutte piu o meno sullo stesso livello in modo tale che non ci sia noia ma divertimento.

Una cosa da sapere e non da sottovalutare, che mi hanno spiegato nei vari anni di sci, sono le regole da rispettare in pista. Prima di tutto non fare mai i fuori pista, perché per quanto possa essere curioso provarlo è molto pericoloso. Un altro particolare, che io odio è chi si ferma in mezzo alla pista e chi ti taglia la strada mentre scendi.

Il modello di sci perfetto

Nei vari anni ho cambiato il modello di scii. Ho usato sia Head sia Atomic.
Per quando riguarda i primi, non posso fare commenti negativi perché ho sciato con quelli da bambina fino ai 13/14 anni. Ma se devo dare un consiglio io dico Atomic. Uso sempre quelli che utilizza Mikaela Shiffrin nello slalom. Li adoro perché vai stra veloce e poi mi sento sempre a mio agio con loro.

Io amo sciare, scaccio via tutti i pensieri negativi. Quando sono sulla pista, penso solo a me stessa e a quello che ho davanti. Una cosa che mi piace fare è cantare, è una cosa che mi rilassa, soprattutto quando scendo dalle piste nere. Un’altra emoziona che si prova è quella per il panorama. Ci sono delle viste assurde e ogni tanto la lacrima scende. Spero di tornarci quest’anno perché non andarci l’anno scorso mi ha pesato davvero un sacco.

 

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L'EDITORIALE

IRAN/Quando il problema è di chi comanda

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Che cosa è un cittadino? Usando la definizione di Treccani: “Chi appartiene a uno stato (cioè a una comunità politica, a una nazione), e per tale sua condizione è soggetto a particolari doveri e gode di determinati diritti”. E lo stato non è forse la quintessenza della volontà dei cittadini che lo compongono?

La repressione

Al termine di un 2022 di continue proteste, ci chiediamo se le donne, sempre più soffocate in Iran, si possano definire cittadine di uno stato che non viene loro incontro, e che certamente non le rappresenta.

Perché è indubbiamente semplice chiudere un occhio sull’insignificante questione dei diritti umani, ma irrazionale non aspettarsi che il popolo da te rappresentato non vada d’amore e d’accordo con questa decisione.

Le risposte violente delle autorità, condite da sparatorie sulla folla, interrogatori duri (leggi: tortura) e molti altri trattamenti di favore, fanno presumere che il presidente, Ebrahim Raisi, non abbia davvero tutto sotto controllo, come invece ha fatto intendere nelle sue ultime dichiarazioni.

Il ruolo dello sport

Come già abbiamo potuto osservare in molti scenari di questo stampo, lo sport si fa spesso carico delle voci più coraggiose, che mettono in gioco il percorso di una vita, le fatiche degli allenamenti e la possibilità di partecipare a competizioni importanti, nella speranza di un futuro migliore.

Tutte le donne che dall’Iran fanno sentire la protesta attraverso lo sport vanno riconosciute, ma sentiamo particolarmente vicine la 22enne Mahsa Amini, fermata a Teheran e arrestata perché non indossava correttamente l’hijab, morta tre giorni dopo, e Elnaz Rekabi, la scalatrice vittima di numerose minacce, la cui casa è stata persino demolita (la CNN su Twitter).

“Ci moltiplichiamo”

Queste le parole di speranza che hanno iniziato a circolare su Twitter, da quando Sara Khadim ha partecipato, senza l’hijab, al campionato del mondo di scacchi in Kazakistan. La giovane donna, di soli 25 anni, ha dimostrato una strenua resistenza nei confronti delle minacce ricevute, e il suo contributo alla causa è senz’altro molto discusso.

A farsi sentire, però, non è solo qualche sportivo o alcuni personaggi di rilievo, ma da circa tre mesi continuano le proteste da parte di un popolo piegato dalla tirannia: queste di recente hanno assunto anche i primi colori della violenza (molotov lanciate in edifici religiosi), preannunciando un non così lontano botta e risposta tra polizia e manifestanti.

Fino a che punto si considerano accettabili le azioni di un popolo delegittimato? Ribaltare il potere può davvero portare al miglioramento della condizione delle donne in Iran?

 

 

 

 

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L'EDITORIALE

Il futuro di un ritorno al passato

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La questione ha origine in Russia, paese di cui attualmente si parla parecchio, in questo caso per un motivo differente ma in un qualche modo pertinente: la Duma, la camera bassa del parlamento, ha approvato una legge contro la “propaganda gay”.

Quest’ultima impedirebbe di discutere della cultura lgbt+ e gender non più soltanto ai minorenni, com’era stato dal 2013 a oggi, ma anche agli adulti: infatti anche solo parlarne incentiverebbe a impostazioni sessuali esenti dalla tradizione.

Sarebbe dunque il caso di limitarsi a un’informazione che sostenga invece il concetto di famiglia tradizionale (definizione che include una critica nei confronti di coloro non vogliono avere figli) proprio durante il coinvolgimento in una guerra ibrida e allontanarsi ulteriormente dall’occidente e dal progressismo?

Infatti per il paese calato in una situazione del genere, diventa insufficiente proteggere soltanto i figli, bisogna estendere il provvedimento a tutta la società, nonostante si sottintenda che i suoi legittimi componenti debbano rispettare il prototipo cishet, in nome dell’eteronormatività.

Ognuna delle motivazioni sopra elencate sarebbe valida se non si parlasse di diritti umani e civili, della limitazione della libertà di una parte della comunità in un modo e di questa nella sua totalità in un altro.

Così le violenze a danno di persone lgbt+ sono diffusissime all’interno del paese, molte preferiscono non denunciare per paura di ritorsioni.

Sorge quindi spontaneo chiedersi quali potrebbero essere le prossime evoluzioni di questa situazione: le norme previste subiranno ulteriori restrizioni? o si preferirà lasciar andare la presa, così da contribuire alla diffusione del benessere?

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L'EDITORIALE

L’ideologia non è una strategia

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E’ iniziato tutto poche settimane fa, intorno al caso della nave Ocean Viking: un pasticcio gestito malissimo con una nave carica di più di 230 persone in fuga dall’Africa che non solo non trova rifugio e assistenza presso un porto italiano, ma è costretta a spingersi verso nord, verso Tolone, per ricevere ristoro.

 

VENTI DI CRISI

Fin qui la cosa sarebbe umanitariamente grave, ma politicamente non gravissima: è il governo della destra, insediatosi in Italia non appena un mese fa, che sui migranti decide di dare un segnale forte alla comunità internazionale e che – a voler essere benevoli – si potrebbe declinare con l’antico motto “chi sbarca in Italia, sbarca in Europa”. Il pugno duro, pertanto, potrebbe rappresentare una richiesta forte ai paesi dell’Unione: o ci aiutate o non capite che cosa sta succedendo.

 

L’ERRORE ITALIANO

Il punto è che la cosa andrebbe concordata. Concordata con i nostri partner e costruita nell’ambito di una strategia politica capace di portare al tavolo europeo un problema di tutti. Sembrava averlo capito Meloni, sembrava che tra lei e Macron le cose potessero funzionare, ma qualcuno al ministero non ha aspettato che l’accordo si chiudesse e ha pubblicamente invitato la nave “ad andare in Francia”.

 

LA REAZIONE FRANCESE

Da qui la stizza di un governo d’oltralpe che tutti i giorni deve fronteggiare gli attacchi xenofobi della Le Pen in un parlamento ormai ostile al Presidente. Da qui un lungo gelo scalfito solo dalla telefonata tra Macron e Mattarella, ma che non si è ancora tradotto in una riconciliazione.

 

CONSEGUENZE SUL GAS E SULLE PARTITE DECISIVE

Meloni perde così un alleato importante, un alleato decisivo nella guerra del gas che il nord Europa vorrebbe non combattere perché troppo beneficiario dei risvolti positivi che la congiuntura attuale permette in suo favore. Per fare il pugno duro sull’ideologia, Meloni si ritrova senza strategia. Come se le battaglie, in fondo, si vincessero con le posizioni di principio.

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