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L'EDITORIALE

Le nostre azioni hanno delle conseguenze: cosa fa ripartire un bene?

Federico Pichetto

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Tra le verità più dimenticate del nostro tempo ce n’è una abbastanza banale che rischia di metterci di fronte a risvolti drammatici: le nostre azioni hanno delle conseguenze. Leggevo stamattina della morte del generale Soleimani (qui riassunta molto bene dai ragazzi della redazione) e pensavo come un simile gesto, per quanto pesato, calcolato, ponderato, potrà avere conseguenze devastanti nella vita di tutti noi.

E’ il peso dell’umana libertà che improvvisamente ci appare in tutta la sua potenza. Spesso siamo così incastrati nei nostri ragionamenti, nelle nostre emozioni, nel nostro dolore, da non vedere quanto possa valere un attimo di libertà, un gesto di vera libertà. In un conflitto in famiglia, dentro ad una sofferenza, lungo i binari di una delusione o nelle strade dell’incomprensione: tutto può sempre ricominciare se per un attimo accettiamo di essere liberi, ossia di avere concretamente il potere di fare qualcosa. Il potere, ci insegna questa brutta vicenda iraniana, ha però due lame: una è quella della violenza, l’altra è quella della misericordia. L’esasperazione può portarci al perdono o a gesti senza ritorno. Quante volte una parola, uno schiaffo, una reazione, un impeto d’ira ha determinato per sempre una rottura, la mortificazione, di un rapporto? Quante volte ci siamo pentiti di un messaggio, di una battuta, di un’istintiva risposta che ha minato per sempre un sentiero, un cammino, un amore o un bene? Che cosa ci potrà tirare fuori da tutto questo se non la capacità di stare in silenzio, di aspettare in silenzio i tempi dell’altro, e la consapevolezza del nostro male che si trasforma in un gesto di totale gratuità e di misericordia? Per far ripartire una famiglia, un affetto, un amore non servono clamorose decisioni o imponenti discorsi, basta un istante in cui tornare – umili – ad essere presenti nella relazione. Gratis. Di questa gratuità noi oggi, più che mai, abbiamo maledettamente bisogno. E come uno schiaffo può portare la guerra così un silenzio può generare la pace.

Nato nel 1984 quando il passato era troppo lontano e il futuro ancora stentava ad arrivare. Cresciuto nell'epoca sbagliata, alla ricerca di un posto giusto

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L'EDITORIALE

Noi come Trump e l’Iran: quanto bene abbiamo perso per le nostre vendette

Federico Pichetto

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E’ sconcertante la storia dell’aereo ucraino con 176 passeggeri abbattuto, a questo punto certamente, dall’esercito iraniano, temendo che fosse un velivolo straniero in procinto di attaccare un obiettivo della repubblica islamica.

 

Vendetta

Sconcertante per diversi motivi: anzitutto c’è il tema della vendetta; se infatti gli Iraniani cercavano vendetta, ciecamente si sono lasciati guidare da un istinto di morte che li ha portati ad uccidere dei loro connazionali e dei civili di altre nazioni, ma non i responsabili di coloro che quel male lo avevano inflitto. E qui viene in mente un antico adagio: quando vuoi vendicarti prepara sempre due tombe, una per la tua vittima e una per te. La vendetta è una spirale che va fermata e il passaggio dalla vendetta alla giustizia è ciò che ha certificato uno dei più importanti salti nell’evoluzione culturale della nostra specie.

 

Clima di guerra

In secondo luogo c’è un altro tema che lascia sconcertati: il clima di guerra; è per quel clima di guerra e di sospetto ingenerato nei giorni dell’attacco di Trump all’Iran che quell’innocuo aereo è apparso come una minaccia. La paura e il terrore generano irrazionalità e scelte sconsiderate: a pagare quel clima non è mai chi lo genera ma sempre qualcuno di innocente, qualcuno che nella storia emerge come “danno collaterale”. Questa volta i danni collaterali sono stati 176, nel completo disprezzo della vita umana rispetto alle strategiche e ideologiche motivazioni dei due fronti. Sulla postazione che ha lanciato quel missile c’è la mano degli iraniani che cercavano vendetta, ma c’è pure la mano di Trump che ha generato il clima di guerra.

 

Strategie che ci appartengono

Infine, una parola va certamente detta su come queste logiche sconcertanti non appartengano solo a Trump o agli iraniani, ma sono pane quotidiano di ciascuno di noi: quanti innocenti, penso ai bambini, sono vittime delle nostre battaglie matrimoniali, quanti innocenti – penso adesso a molti amici – sono vittime delle nostre piccole/grandi guerre. Quanto bene abbiamo perso per cercare di avere ragione, di essere riconosciuti dalla parte del bene, per vendicarci. Quanta vita è diventata “danno collaterale” delle nostre schermaglie, delle nostre affermazioni di principio, del nostro clima di guerra. Quanto tempo perso di fronte al bisogno di bene che ci portiamo dentro e di fronte all’eternità.

 

In un tempo di guerre, l’uomo coraggioso è colui che osa la pace, osa il perdono, osa il silenzio di chi osserva le ferite della vita e sceglie semplicemente di curarle. Senza farle pagare a nessuno.

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L'EDITORIALE

Australia, quando la guerra mondiale è con la natura

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È probabilmente nota a tutti la terribile situazione in cui si trova l’Australia da diverso tempo ormai. (altro…)

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L'EDITORIALE

DONNE E DIRITTI/Con Marta Cartabia la suprema corte dello Stato diventa “rosa”

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Marta Cartabia è stata eletta l’11 dicembre presidente della corte costituzionale, la quarta carica più importante della Repubblica. (altro…)

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