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MADRI LAVORATRICI/Come le donne liguri hanno affrontato il Covid

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Mancano ormai pochi giorni all’arrivo dell’estate e, con essa, di quel senso di spensieratezza e leggerezza che i mesi caldi portano con sé. Quest’anno, però, la fine della primavera preannuncia anche un definitivo abbandono delle tanto odiate norme anti-Covid. 

Se infatti l’anno scorso i tre mesi estivi si sono rivelati soltanto una breve parentesi tra un lockdown e l’altro, questa volta sembra che sia finalmente venuto il momento di mettere un punto alla pandemia.

E le mamme?

Potendo finalmente lasciarsi alle spalle questo anno difficile, sembra essere giunto il momento di tirare le somme e di capire cosa veramente ci ha lasciato questa pandemia in eredità. Certo, probabilmente a molti verranno in mente quei pochi che continueranno a indossare la mascherina anche con una leggera tosse o chi invece non dimenticherà più di mettere in borsa il disinfettante per le mani.

Oltre a queste particolari abitudini, però, il Covid ci ha lasciato una pesantissima crisi economica, che dovremo affrontare con l’aiuto del Recovery Plan. Il programma, che si ripromette di sostenere l’Italia durante la sua lenta ripresa, prevede alcuni punti fondamentali quali il sostegno ai giovani lavoratori e le politiche di green economy. Quello che però sembra mancare all’interno del progetto è l’attenzione ad un settore particolare di lavoratori: le madri.

Come per tutte le disuguaglianze, infatti, la pandemia ha aggravato le disparità e peggiorato le condizioni di chi già viveva una situazione più complessa rispetto alla norma. Le madri lavoratrici, che hanno il difficile compito di conciliare impegni lavorativi e cura della famiglia, sono infatti state vittima di ulteriori difficoltà, soprattutto durante il primo lockdown.

Una situazione già difficile

La Liguria, in particolare, si piazza ultima nel Nord Italia secondo il Mother’s Index di Save the Children, che misura i diritti delle madri nella nostra penisola. 

Se già a livello nazionale i dati confermino la difficoltà a conciliare gli impegni familiari con quelli lavorativi, quindi, la nostra regione risulta in una posizione ancora peggiore. “Non a caso”, sottolinea la Consigliera Regionale Selena Candia, “la Liguria ha dati allarmanti per quanto riguarda il tasso di abbandono scolastico e di disoccupazione femminile.” I due fattori sono infatti determinanti nel plasmare il futuro delle giovani madri, che spesso si trovano a dover scegliere tra una carriera lavorativa e la costruzione di una famiglia. 

I dati lo dimostrano: 3 lavoratori part time su 4 sono donne. Se da un lato questa organizzazione può aiutare a bilanciare i due aspetti, è anche vero che meno ore di lavoro equivalgono anche a uno stipendio inferiore. Quando si tratta di decidere chi, all’interno di una coppia, dovrebbe usufruire di un congedo parentale, è facile che si scelga il partner che guadagna di meno, andando così a ricadere spesso sulla madre. Nel 2018, infatti, i congedi di paternità sono stati solo un terzo dei congedi di maternità.

La nonna è sempre la nonna

Parlare dell’impegno familiare come di un compito tutto al femminile è però sbagliato. Oltre ad essere un dato chiaramente irrealistico, è anche controproducente rispetto ad un’ottica più aperta all’equa condivisione delle mansioni di casa. Con gli anni si tende sempre più a dividerle in modo più equilibrato tra padre e madre e, all’occorrenza, anche con parenti stretti come nonni e zii. 

Nonostante l’indubbio miglioramento attuato negli anni, il Covid ha evidenziato queste disparità che, pare, non accennino a svanire completamente. Se, infatti, durante il lockdown entrambi i genitori hanno aumentato le ore dedicate alla cura dei figli, solo le donne hanno visto un aumento del tempo dedicato alla cura della casa.

Fortunatamente, gli aiuti esterni sono estremamente comuni e differenti a seconda delle esigenze personali, così che ognuno possa organizzare i propri impegni con la certezza che i propri figli siano sempre controllati e in un ambiente stimolante e adatto a loro. La scelta più comune ricade sui nonni, che sono sicuramente i più affidabili e più vicini alla famiglia. 

Il sostegno di un genitore in pensione è spesso fondamentale e evita la più difficile strada del baby-sitting e dell’asilo nido. La pandemia, però, ha messo in crisi questa rete di sicurezza. La paura di poter mettere a rischio i più anziani ha spinto molti nuclei familiari a decidere di limitare gli incontri al minimo indispensabile. Come racconta Martina, professoressa di Rapallo e madre di quattro figlie, la sicurezza dei suoi genitori è sempre stata al primo posto, e quindi non ha esitato a diminuire gli incontri durante il primo lockdown. 

Asilo nido, bene di prima necessità

Altra storia è sicuramente quella dell’asilo nido, struttura fondamentale per chi non può fare affidamento su membri interni alla famiglia. Sfortunatamente un servizio come quello del nido, che è spesso l’unica soluzione per chi deve tornare a lavorare, non è sempre accessibile a tutti. 

L’Italia non ha mai dato il giusto peso a queste strutture, che risultano essere in estrema scarsità, soprattutto al Sud. La Liguria è però un esempio virtuoso per quanto riguarda la cura dei bambini in età pre-scolare: offre un posto al nido per il 30% dei bimbi al di sotto dei 3 anni di età, superando di ben 6 punti la media nazionale. Pur non raggiungendo lo standard europeo, il dato è sicuramente rilevante, soprattutto in un luogo nel quale spesso si mette al primo posto la cura della ben più numerosa popolazione anziana.

Nonostante questo, sono ancora tanti i genitori che faticano a trovare un posto al nido per loro figlio. Come racconta Daniela, professoressa e madre di un bimbo di ormai 5 anni, questo servizio è stato per lei estremamente utile. “Sono rientrata in graduatoria siccome ero mamma lavoratrice, anche se alcune madri che conoscevo non sono state fortunate come me e non hanno trovato posto. Pur avendo poi deciso di affidarmi a una struttura privata, per me il nido è stato estremamente importante. Non avendo nonni che si potessero occupare di mio figlio, questo servizio è stato fondamentale.”

Aumentare la disponibilità di posti negli asili è un progetto ambizioso, ma non basta qualche struttura in più a risolvere il problema. La Consigliera Regionale Selena Candia, ad esempio, sottolinea come il problema più profondo sia la divisione dei compiti all’interno del nucleo familiare. “bisognerebbe lavorare di più sul congedo di paternità, che in Italia è davvero troppo corto. Mentre in Italia è di soli 10 giorni lavorativi, ad esempio in Spagna i genitori hanno le stesse settimane di congedo retribuito. In Norvegia addirittura i padri hanno un anno per stare accanto alla famiglia. Ovviamente se il lavoro si distribuisce equamente nella coppia è tutto più semplice, così da costruire un rapporto più armonico fin dai primi mesi da genitori”.

A questo proposito, la nascita di suo figlio nel bel mezzo del lockdown è stata sicuramente un avvenimento singolare. Nonostante tutte le stranezze che un evento del genere comporta, come racconta suo marito in questo articolo di Repubblica.it, la vicinanza fin da subito a entrambi i genitori ha aiutato il bimbo ha sviluppare quel forte rapporto che si crea tra genitori e figli nei primi mesi di vita e che troppo spesso, per impegni lavorativi del padre, è riservato unicamente alla madre. La “bolla” nella quale il Covid ci ha costretti per mesi ha quindi dato anche i suoi frutti, mostrandoci un modo diverso ma ancora migliore di coesione familiare.

Lo smart working, un alleato?

Insieme a queste esperienze uniche, con l’arrivo della prima ondata ha fatto il suo ingresso nella nostra vita quotidiana anche lo smart working, che si è dimostrato un altro importante indicatore della situazione all’interno delle famiglie.

Secondo uno studio dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano,  la tendenza ad aspettarsi un impegno maggiore da parte delle madri non accenna a diminuire: rispetto ai padri, le donne lamentano molte più interruzioni durante il lavoro online a causa di emergenze familiari. Ovviamente, lavorando da casa risulta molto più difficile stabilire dei limiti tra un impegno e l’altro, e spesso si rischia di finire in quello che Daniela definisce “tempo negativo”: ore in cui si cerca di conciliare cura del figlio e impegni lavorativi, finendo per non ottenere risultati soddisfacenti in nessuno dei due ambiti. Se infatti, a primo impatto, può sembrare che questa forma di lavoro agile regali molto più tempo in famiglia, bisogna tenere conto della non conciliabilità dei due tipi di impegno: per svolgere un lavoro al meglio serve attenzione e concentrazione, due facoltà difficili da mantenere quando si è circondati da decine di altri impegni da sbrigare al più presto. È per questo che Selena ha deciso di lasciare il proprio bimbo ai nonni anche durante le ore di smart working a casa.

In una situazione così inusuale, il modello vincitore è sempre di chi sa collaborare al meglio. Martina racconta così la sua esperienza: “certo, l’abitudine di chiedere sempre alla mamma si è evidenziata in queste giornate, ma nello stesso tempo abbiamo cercato di aiutarci per capire in che momenti si poteva chiedere e in quali invece bisognava aspettare. Secondo me questo ha aumentato molto lo spirito di responsabilità e anche la consapevolezza di quante attività sono necessarie  alla conduzione di una casa, che spesso vengono date per scontate. È stato quindi bello ridistribuirsi i compiti”.

In sostanza, il primo lockdown ha messo tutti in difficoltà, ma è proprio da questo tipo di situazioni improbabili che si può cercare di tirare fuori il meglio. Quello che può sembrare un momento di crisi, può rivelarsi un prezioso momento di insegnamento.

Ovviamente, non tutti sono così fortunati da avere il sostegno e l’aiuto di una grande famiglia. L’esperienza di Daniela, ad esempio, è stata sicuramente differente. Trovandosi a dover cominciare a dare lezioni online fin dai primissimi giorni di isolamento, il tempo di adattarsi è stato praticamente inesistente. Con gli asili chiusi e nessuna baby sitter disponibile, a causa delle varie restrizioni, non le è restato che dividersi tra lezioni in didattica a distanza e cura del figlio, cercando di fare del suo meglio. Certo è che una situazione del genere crea disagi notevoli e al problema di sentirsi già isolati dal mondo esterno, si è aggiunta la consapevolezza di sentisi anche lasciati soli di fronte a così grandi difficoltà.

E domani?

L’avvento dello smart working ha spalancato le porte verso un nuovo modo di concepire il lavoro, che ha ora il potenziale di diventare estremamente più flessibile e adattabile alle esigenze personali. Mentre nell’ambito scolastico non sembra essere destinato a continuare, se non per specifiche situazioni come consigli di classe e giorni di allerte, questa nuova prassi potrebbe essere sfruttata in molto nuovi ambiti. Candia, ad esempio, fa notare come lavorare da casa riduca notevolmente i tempi di spostamento già piuttosto estesi, soprattutto se si viaggia su mezzi pubblici e in città grandi come Genova, lasciando così tempo per altri impegni quotidiani.

Le problematiche legate al lavoro femminile sono, come abbiamo visto, numerose e complesse da affrontare al meglio. La pandemia ci ha però dato l’irripetibile opportunità di fermarci a riflettere. Questi problemi, come tanti altri, sono sempre esistiti e hanno sempre avuto un impatto sulle vite delle donne lavoratrici. Ciò che è cambiato è che il Covid ha messo le nostre vite in pausa, come dice Martina, e ci ha costretti a porci tante domande che prima avevamo ignorato, forse per superficialità o semplicemente perché concentrati sui mille altri impegni della vita.

Quello che possiamo fare ora è lavorare verso una soluzione, ricordando però che non esiste un’unica risposta a questioni così complesse. Come abbiamo visto, ogni famiglia è profondamente diversa dalle altre, con i propri bisogni e i propri punti di forza. Riconoscendo queste differenze, che ci arricchiscono e ci aprono a diverse prospettive, possiamo finalmente ripartire al meglio.

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CULTURA/Manet artista della perversione?

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E’ una fredda giornata di fine gennaio del 1832. A Parigi, tra le colorate vie del centro, nasce un artista destinato a stravolgere il panorama artistico di tutti i tempi. E’ Edouard Manet, cresciuto nell’agio di una famiglia facoltosa che lo indirizza alla carriera giuridica. Fin da bambino, tuttavia, viene attratto da quel linguaggio universale, le cui parole sono fatte di colori, che con le sue linee può essere più incisiva delle grida: l’arte. Il giovane s’imbarca come marinaio per evitare gli studi di legge, ma l’impiego non durerà molto, quanto basta affinchè la famiglia gli permetta di inseguire la sua grande passione. I suoi viaggi per l’Europa arricchiscono i suoi studi, egli è ispirato da grandi maestri, Giorgione e Tiziano in particolare.

Nel 1863 espone la sua tela “Colazione sull’erba”,  tanto amata quanto discussa, che viene respinta della critica del Salon. Cos’è che la pittura accademica proprio non riesce ad accettare di questo quadro? Inorridisce, senza dubbio, la tecnica pittorica, destinata invece a entusiasmare un gruppo di giovani artisti-ribelli, passati alla storia come impressionisti: da vicino, infatti, appaiono molte macchie che lo spettatore solo allontanandosi riesce a congiungere, ritrovando l’unità della tela. Inoltre viene rimproverato all’artista di non aver saputo utilizzare la prospettiva geometrica e il chiaroscuro, assolutamente necessari per poter produrre un’opera di successo, come classicismo comanda. Ma ciò che disturba maggiormente è la figura femminile nuda che conversa amabilmente con due giovanotti borghesi, rendendo volgare le chiacchere di una colazione come tante agli occhi di una, a quanto pare, pudica giuria.

Il tema della nudità femminile viene ripreso in un’altra celebre opera: “Olympia”. Manet rimprovera alla cultura del suo tempo un’estrema rigidità delle posture, prediligendo pose quotidiane per rendere maggior realismo. La pittura accademica accettava il nudo femminile solo se con qualche rimando mitologico; Olympia, seppur raffigurata con lo stilema della Venere sdraiata, non ha nulla di divino, è una prostituta. La giovane donna è invece uno degli scarti della società, raffigurata con la mano sinistra che copre l’oggetto del suo lavoro, quasi per sottolinearlo. I suoi occhi fissi e fieri sullo spettatore rivelano uno sguardo calcolatore. Emblematico poi è il gatto nero, che si credeva fosse il tramite fra le streghe e il diavolo.

Manet infrange uno dei tabù più forti del suo tempo. La prostituzione era un fenomeno estremamente diffuso, ma taciuto, ritenuto indegno, come la stessa sessualità. Il quadro dunque non riscuote particolare successo. L’artista attira l’amicizia di molti artisti, soprattutto Baudelaire. Effettivamente si può ritrovare una forte analogia tra i due: entrambi rifiutano il ruolo educatore dell’artista, preferendo immergersi e denunciare una cruda realtà, quella vera, alla società borghese, fatta di perbenismo esteriore che nasconde un attaccamento viscerale e morboso ai propri interessi. Ecco che “l’artista maledetto”, alla bohemien, non ha solo il merito di aver sperimentato nuove tecniche pittoriche, essenziali per la nascita dell’impressionismo, ma ha anche descritto, con uno sguardo disincantato, una società nascosta, soffocata, che nell’ ottocento comincerà finalmente a reclamare i suoi diritti. Forse anche oggi servirebbe qualcuno che, con maestria e senza retorica, denunci gli interessi capitalistici della società contemporanea, che come al tempo di Manet, nasconde sotto un perbenismo irritante i propri interessi.

Questo è il potere universale e senza tempo di Manet.

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CULTURA/L’immagine di Babbo Natale

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LA TRADIZIONE DI BABBO NATALE

 

Tutti noi conosciamo la figura di Babbo Natale che da sempre la notte del 24 dicembre passa nelle case di tutti e lascia i regali sotto l’albero, ma da dove nasce questa magica figura adorata da grandi e piccini? 

 

BABBO NATALE NELLA LEGGENDA

 

Molti riconducono Babbo Natale alla figura di San Nicola, ma in realtà esistono diverse  tradizioni seppur incerte che ricordano questo fantastico personaggio.

Nell’Antica Grecia si può ricondurre ad Apollo, dio del sole, con il suo carro del sole; poiché durante il periodo natalizio i Greci assistevano ad un allungarsi delle giornate. 

Per le popolazioni Nordiche invece Babbo Natale era Odino, che una notte all’anno passava a donare regali sopra una slitta trainata da un cavallo volante.

 

IL PERSONAGGIO CHE DIEDE ORIGINE A BABBO NATALE

 

Dopo aver esplorato la figura più remota che potrebbe essere riconducibile a Babbo Natale passiamo alle tradizioni più “recenti”. 

Diamo uno sguardo alla figura di San Nicola: durante il quarto secolo San Nicola era il vescovo di Myra, nell’odierna Turchia, ed era considerato il protettore delle donne e dei bambini. La leggenda narra che un giorno il santo aiutò 3 donne giovani ma povere a sposarsi poiché per 3 notti donò a ciascuna un sacco pieno di monete. La festa del santo si diffuse presto in tutta Europa e successivamente in America.

 

COM’È NATA L’IMMAGINE DI BABBO NATALE

 

Quando la storia di San Nicola raggiunse il Nord Europa si mescolò con le tradizioni dei paesi e delle popolazioni che ci vivevano. Cominciarono a rappresentare San Nicola non più come un santo ma come una figura magica: un elfo, un folletto o (per le tradizioni anglosassoni) un grande omone simile ad uno spirito. In Olanda era chiamato Sinterklaas e quando gli europei cominciarono a colonizzare l’America, gli olandesi trasportarono questa figura magica fin oltre oceano. L’America accolse a braccia aperte le tradizioni Olandesi ma cambiandole: il nome Sinterklaas si trasformò in Santa Claus e nel 1822 fu scritta una poesia in cui comparvero i simboli della slitta e dei regali che vengono calati dal caminetto. Verso la fine del 1800 Haddon Sundblom (un disegnatore Americano) si ispira alla poesia per disegnare il simpatico vecchietto barbuto che farà da protagonista alla pubblicità della Coca-Cola Company.

 

MA È DAVVERO SOLO QUESTO?

 

È davvero solo una pubblicità? È possibile che la figura di Babbo Natale sia soltanto quella della Coca-Cola? Come abbiamo visto, in tutta la storia ci sono testimonianze di una figura che durante una notte invernale, che coincide con il prolungarsi delle ore di luce, vola su una slitta o un carro trainato da cavalli o renne. Che venga chiamato Apollo, Odino o Santa Claus non fa molta differenza, una magica figura ricorrente abita le tradizioni di 5000 anni di storia umana.

 

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ARCHEOLOGIA/Un bagno insieme ai bronzi di San Casciano

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Dopo cinquanta anni dalla scoperta dei bronzi di Riace, avvenuta nel 1972, in Italia è stato riportato alla luce uno dei più grandi ritrovamenti di reperti di epoca etrusca e romana.

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