Connect with us

CAPIRE

MADRI LAVORATRICI/Come le donne liguri hanno affrontato il Covid

Pubblicato

il

Mancano ormai pochi giorni all’arrivo dell’estate e, con essa, di quel senso di spensieratezza e leggerezza che i mesi caldi portano con sé. Quest’anno, però, la fine della primavera preannuncia anche un definitivo abbandono delle tanto odiate norme anti-Covid. 

Se infatti l’anno scorso i tre mesi estivi si sono rivelati soltanto una breve parentesi tra un lockdown e l’altro, questa volta sembra che sia finalmente venuto il momento di mettere un punto alla pandemia.

E le mamme?

Potendo finalmente lasciarsi alle spalle questo anno difficile, sembra essere giunto il momento di tirare le somme e di capire cosa veramente ci ha lasciato questa pandemia in eredità. Certo, probabilmente a molti verranno in mente quei pochi che continueranno a indossare la mascherina anche con una leggera tosse o chi invece non dimenticherà più di mettere in borsa il disinfettante per le mani.

Oltre a queste particolari abitudini, però, il Covid ci ha lasciato una pesantissima crisi economica, che dovremo affrontare con l’aiuto del Recovery Plan. Il programma, che si ripromette di sostenere l’Italia durante la sua lenta ripresa, prevede alcuni punti fondamentali quali il sostegno ai giovani lavoratori e le politiche di green economy. Quello che però sembra mancare all’interno del progetto è l’attenzione ad un settore particolare di lavoratori: le madri.

Come per tutte le disuguaglianze, infatti, la pandemia ha aggravato le disparità e peggiorato le condizioni di chi già viveva una situazione più complessa rispetto alla norma. Le madri lavoratrici, che hanno il difficile compito di conciliare impegni lavorativi e cura della famiglia, sono infatti state vittima di ulteriori difficoltà, soprattutto durante il primo lockdown.

Una situazione già difficile

La Liguria, in particolare, si piazza ultima nel Nord Italia secondo il Mother’s Index di Save the Children, che misura i diritti delle madri nella nostra penisola. 

Se già a livello nazionale i dati confermino la difficoltà a conciliare gli impegni familiari con quelli lavorativi, quindi, la nostra regione risulta in una posizione ancora peggiore. “Non a caso”, sottolinea la Consigliera Regionale Selena Candia, “la Liguria ha dati allarmanti per quanto riguarda il tasso di abbandono scolastico e di disoccupazione femminile.” I due fattori sono infatti determinanti nel plasmare il futuro delle giovani madri, che spesso si trovano a dover scegliere tra una carriera lavorativa e la costruzione di una famiglia. 

I dati lo dimostrano: 3 lavoratori part time su 4 sono donne. Se da un lato questa organizzazione può aiutare a bilanciare i due aspetti, è anche vero che meno ore di lavoro equivalgono anche a uno stipendio inferiore. Quando si tratta di decidere chi, all’interno di una coppia, dovrebbe usufruire di un congedo parentale, è facile che si scelga il partner che guadagna di meno, andando così a ricadere spesso sulla madre. Nel 2018, infatti, i congedi di paternità sono stati solo un terzo dei congedi di maternità.

La nonna è sempre la nonna

Parlare dell’impegno familiare come di un compito tutto al femminile è però sbagliato. Oltre ad essere un dato chiaramente irrealistico, è anche controproducente rispetto ad un’ottica più aperta all’equa condivisione delle mansioni di casa. Con gli anni si tende sempre più a dividerle in modo più equilibrato tra padre e madre e, all’occorrenza, anche con parenti stretti come nonni e zii. 

Nonostante l’indubbio miglioramento attuato negli anni, il Covid ha evidenziato queste disparità che, pare, non accennino a svanire completamente. Se, infatti, durante il lockdown entrambi i genitori hanno aumentato le ore dedicate alla cura dei figli, solo le donne hanno visto un aumento del tempo dedicato alla cura della casa.

Fortunatamente, gli aiuti esterni sono estremamente comuni e differenti a seconda delle esigenze personali, così che ognuno possa organizzare i propri impegni con la certezza che i propri figli siano sempre controllati e in un ambiente stimolante e adatto a loro. La scelta più comune ricade sui nonni, che sono sicuramente i più affidabili e più vicini alla famiglia. 

Il sostegno di un genitore in pensione è spesso fondamentale e evita la più difficile strada del baby-sitting e dell’asilo nido. La pandemia, però, ha messo in crisi questa rete di sicurezza. La paura di poter mettere a rischio i più anziani ha spinto molti nuclei familiari a decidere di limitare gli incontri al minimo indispensabile. Come racconta Martina, professoressa di Rapallo e madre di quattro figlie, la sicurezza dei suoi genitori è sempre stata al primo posto, e quindi non ha esitato a diminuire gli incontri durante il primo lockdown. 

Asilo nido, bene di prima necessità

Altra storia è sicuramente quella dell’asilo nido, struttura fondamentale per chi non può fare affidamento su membri interni alla famiglia. Sfortunatamente un servizio come quello del nido, che è spesso l’unica soluzione per chi deve tornare a lavorare, non è sempre accessibile a tutti. 

L’Italia non ha mai dato il giusto peso a queste strutture, che risultano essere in estrema scarsità, soprattutto al Sud. La Liguria è però un esempio virtuoso per quanto riguarda la cura dei bambini in età pre-scolare: offre un posto al nido per il 30% dei bimbi al di sotto dei 3 anni di età, superando di ben 6 punti la media nazionale. Pur non raggiungendo lo standard europeo, il dato è sicuramente rilevante, soprattutto in un luogo nel quale spesso si mette al primo posto la cura della ben più numerosa popolazione anziana.

Nonostante questo, sono ancora tanti i genitori che faticano a trovare un posto al nido per loro figlio. Come racconta Daniela, professoressa e madre di un bimbo di ormai 5 anni, questo servizio è stato per lei estremamente utile. “Sono rientrata in graduatoria siccome ero mamma lavoratrice, anche se alcune madri che conoscevo non sono state fortunate come me e non hanno trovato posto. Pur avendo poi deciso di affidarmi a una struttura privata, per me il nido è stato estremamente importante. Non avendo nonni che si potessero occupare di mio figlio, questo servizio è stato fondamentale.”

Aumentare la disponibilità di posti negli asili è un progetto ambizioso, ma non basta qualche struttura in più a risolvere il problema. La Consigliera Regionale Selena Candia, ad esempio, sottolinea come il problema più profondo sia la divisione dei compiti all’interno del nucleo familiare. “bisognerebbe lavorare di più sul congedo di paternità, che in Italia è davvero troppo corto. Mentre in Italia è di soli 10 giorni lavorativi, ad esempio in Spagna i genitori hanno le stesse settimane di congedo retribuito. In Norvegia addirittura i padri hanno un anno per stare accanto alla famiglia. Ovviamente se il lavoro si distribuisce equamente nella coppia è tutto più semplice, così da costruire un rapporto più armonico fin dai primi mesi da genitori”.

A questo proposito, la nascita di suo figlio nel bel mezzo del lockdown è stata sicuramente un avvenimento singolare. Nonostante tutte le stranezze che un evento del genere comporta, come racconta suo marito in questo articolo di Repubblica.it, la vicinanza fin da subito a entrambi i genitori ha aiutato il bimbo ha sviluppare quel forte rapporto che si crea tra genitori e figli nei primi mesi di vita e che troppo spesso, per impegni lavorativi del padre, è riservato unicamente alla madre. La “bolla” nella quale il Covid ci ha costretti per mesi ha quindi dato anche i suoi frutti, mostrandoci un modo diverso ma ancora migliore di coesione familiare.

Lo smart working, un alleato?

Insieme a queste esperienze uniche, con l’arrivo della prima ondata ha fatto il suo ingresso nella nostra vita quotidiana anche lo smart working, che si è dimostrato un altro importante indicatore della situazione all’interno delle famiglie.

Secondo uno studio dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano,  la tendenza ad aspettarsi un impegno maggiore da parte delle madri non accenna a diminuire: rispetto ai padri, le donne lamentano molte più interruzioni durante il lavoro online a causa di emergenze familiari. Ovviamente, lavorando da casa risulta molto più difficile stabilire dei limiti tra un impegno e l’altro, e spesso si rischia di finire in quello che Daniela definisce “tempo negativo”: ore in cui si cerca di conciliare cura del figlio e impegni lavorativi, finendo per non ottenere risultati soddisfacenti in nessuno dei due ambiti. Se infatti, a primo impatto, può sembrare che questa forma di lavoro agile regali molto più tempo in famiglia, bisogna tenere conto della non conciliabilità dei due tipi di impegno: per svolgere un lavoro al meglio serve attenzione e concentrazione, due facoltà difficili da mantenere quando si è circondati da decine di altri impegni da sbrigare al più presto. È per questo che Selena ha deciso di lasciare il proprio bimbo ai nonni anche durante le ore di smart working a casa.

In una situazione così inusuale, il modello vincitore è sempre di chi sa collaborare al meglio. Martina racconta così la sua esperienza: “certo, l’abitudine di chiedere sempre alla mamma si è evidenziata in queste giornate, ma nello stesso tempo abbiamo cercato di aiutarci per capire in che momenti si poteva chiedere e in quali invece bisognava aspettare. Secondo me questo ha aumentato molto lo spirito di responsabilità e anche la consapevolezza di quante attività sono necessarie  alla conduzione di una casa, che spesso vengono date per scontate. È stato quindi bello ridistribuirsi i compiti”.

In sostanza, il primo lockdown ha messo tutti in difficoltà, ma è proprio da questo tipo di situazioni improbabili che si può cercare di tirare fuori il meglio. Quello che può sembrare un momento di crisi, può rivelarsi un prezioso momento di insegnamento.

Ovviamente, non tutti sono così fortunati da avere il sostegno e l’aiuto di una grande famiglia. L’esperienza di Daniela, ad esempio, è stata sicuramente differente. Trovandosi a dover cominciare a dare lezioni online fin dai primissimi giorni di isolamento, il tempo di adattarsi è stato praticamente inesistente. Con gli asili chiusi e nessuna baby sitter disponibile, a causa delle varie restrizioni, non le è restato che dividersi tra lezioni in didattica a distanza e cura del figlio, cercando di fare del suo meglio. Certo è che una situazione del genere crea disagi notevoli e al problema di sentirsi già isolati dal mondo esterno, si è aggiunta la consapevolezza di sentisi anche lasciati soli di fronte a così grandi difficoltà.

E domani?

L’avvento dello smart working ha spalancato le porte verso un nuovo modo di concepire il lavoro, che ha ora il potenziale di diventare estremamente più flessibile e adattabile alle esigenze personali. Mentre nell’ambito scolastico non sembra essere destinato a continuare, se non per specifiche situazioni come consigli di classe e giorni di allerte, questa nuova prassi potrebbe essere sfruttata in molto nuovi ambiti. Candia, ad esempio, fa notare come lavorare da casa riduca notevolmente i tempi di spostamento già piuttosto estesi, soprattutto se si viaggia su mezzi pubblici e in città grandi come Genova, lasciando così tempo per altri impegni quotidiani.

Le problematiche legate al lavoro femminile sono, come abbiamo visto, numerose e complesse da affrontare al meglio. La pandemia ci ha però dato l’irripetibile opportunità di fermarci a riflettere. Questi problemi, come tanti altri, sono sempre esistiti e hanno sempre avuto un impatto sulle vite delle donne lavoratrici. Ciò che è cambiato è che il Covid ha messo le nostre vite in pausa, come dice Martina, e ci ha costretti a porci tante domande che prima avevamo ignorato, forse per superficialità o semplicemente perché concentrati sui mille altri impegni della vita.

Quello che possiamo fare ora è lavorare verso una soluzione, ricordando però che non esiste un’unica risposta a questioni così complesse. Come abbiamo visto, ogni famiglia è profondamente diversa dalle altre, con i propri bisogni e i propri punti di forza. Riconoscendo queste differenze, che ci arricchiscono e ci aprono a diverse prospettive, possiamo finalmente ripartire al meglio.

CAPIRE

CINEMA/“Memories of murder”, Il killer di Hwaseon

Pubblicato

il

 

Il pluripremiato film “ Memories of murder” del regista sud coreano Bong Joon-ho, lo stesso che ha realizzato il lungometraggio più premiato del 2020 “ Parasite”, ha creato una finestra sugli avvenimenti accaduti in corea negli anni 80, infatti racconta la storia del killer di Hwaseong –un piccolo paesino composto solo da campagne della corea rurale di un tempo- il quale è il responsabile di una serie di omicidi brutali che hanno colpito Hwaseong dal 1986 fino al 1991.

Quando Bong Joon-ho produsse il film non si era ancora a conoscenza di chi fosse l’assassino, perciò il finale rimase aperto per moltissimi anni.

Il caso sembrava irrisolvibile al pari del mostro di Firenze o del cavaliere dello zodiaco, seppur l’assassino aveva lasciato molti campioni di DNA nelle scene del crimine, la polizia coreana dei piccoli paesini non era consona per svolgere quel tipo di indagini, infatti i poliziotti usavano il pugno di ferro e facevano leva sulle debolezze altrui per avere una confessione, picchiavano tutti i sospettati portandoli dunque a confessare anche crimini che non avevano commesso, talvolta era la polizia che suggeriva ai sospettati cosa dire per avere una base più solida per essere incriminato, inoltre i poliziotti non presero subito coscienza della gravità del caso  e anche per questo il killer è stato così difficile da trovare, per la svogliatezza e l’incompetenza della polizia che più di una volta ha inquinato le prove a causa dell’inesperienza,  della pigrizia e inaccuratezza, anche i cittadini e la stampa hanno contribuito ad aiutare l’assassino nella sua fuga inquinando ancora di più le prove.

La prima vittima

Lee Wan-im, 71 anni.

Era il 15 settembre del 1986, mentre stava tornando a casa fu trascinata in un campo e uccisa, c’è da dire che quel paesino era pieno di campi, soprattutto incolti che potevano nascondere facilmente i corpi, solo il riso è stato testimone di tanta violenza, la vittima è stata trovata 4 giorni dopo la morte, con la parte inferiore nuda era stata legata con i suoi stessi indumenti, strangolata con le sue calze e violentata.


La seconda vittima

Park Hyun-sook, 25 anni, 20 ottobre 1986

Quando esce da casa sua alle 20:50 è vestita bene, una camicetta e una gonna, percorre la strada in direzione della fermata dell’autobus seguendo per un chilometro un piccolo corso d’acqua, il tempo è nuvoloso, sta per piovere e si precipita a prendere un autobus per Songtan, il suo cadavere viene rinvenuto 3 giorni dopo all’interno di un piccolo canale agricolo dove può entrare una sola persona; il corpo della ragazza è completamente nudo, le sono state trovate delle ferite inferte con un taglia unghie appartenuto alla vittima stessa,  altri segni sono presenti sulla schiena del cadavere, secondo le forze dell’ordine la ragazza ha subito violenza sessuale, sono recuperate tracce di sperma, ma purtroppo l’analisi del sangue non da risultato a causa del degrado subito nell’arco di tempo; alcuni mozziconi di sigaretta e dei peli vengono evidenziati e raccolti dalla scena del crimine, non se ne conosce l’origine ne è possibile attribuire questi reperti all’assassino, tuttavia l’analisi del DNA ha dato esito positivo fornendo in tutti i futuri casi un gruppo sanguineo di tipo “B”.

Le calze della vittima come nel precedente caso sono state rinvenute avvolte intorno al collo, la ragazza è stata strangolata dal tergo dell’assassino che ha utilizzato le calze della donna.

Park Hyun-sook era una ragazza che  non passava inosservata per la sua bellezza, aveva anche un ammiratore, ma ovviamente la pista non ha portato a nessuna conclusione.

La terza vittima

Kwon Jung-bon, 25 anni, 12 dicembre 1986.

Sono le 22:30, la corriera lascia la donna vicina alla sua abitazione in un incrocio a tre vie, la distanza tra la fermata e la casa della donna è di appena 100 metri, ma l’assassino la colpisce in questo tratto di strada.

Il cadavere della ragazza viene rinvenuto 4 mesi dopo, il 23 aprile del 1987 dal proprietario di una risaia, si trovava a meno di 50 metri a casa propria.

Le mani della vittima erano legate dietro la schiena, le calze, la cintura e le mutandine le erano state rimosse, la cintola usata dall’assassino per impedirle di urlare stringendole la bocca, la ragazza è stata strangolata con le proprie calze; dopo l’omicidio, l’assassino occulta il cadavere sotto alcuni sacchi di sabbia, al ritrovamento la bocca è imbavagliata da calze e cintura, le mutandine insanguinate le coprono il viso, il corpo si trovava  in così pessime condizioni che l’autopsia non è andata a buon fine.


La sopravvissuta

Park, 45 anni, 30 novembre 1986

Essendo una zona solamente rurale la donna si trovava a passare fra i campi, così quando l’assalitore l’ha legata per violentarla, la signora Park si è buttata nel concime e completamente sporca l’assassino l’ha lasciata viva, scappando, tuttavia il caso non è stato ricollegato al killer, ma vengono fuori delle informazioni utili al caso, l’uomo infatti era abbastanza giovane, sui 20-30 anni, basso e molto magro, e un dettaglio fondamentale per le ricerche future, l’uomo aveva le mani morbide.

La quarta vittima 

Lee Kye-sook, 23 anni, 14 dicembre 1986.

La prima vittima è stata una donna anziana poiché le possibilità che si difendesse erano  pressoché nulle, ma andando avanti i crimini e le perversioni di questo essere che definiamo uomo, sono diventate sempre più spaventose, inquietanti e aggressive.

Lee Kye-sook è stata ritrovata in una risaia 2 mesi dopo il secondo omicidio a  seguito della testimonianza dell’autista dell’autobus scattano le ricerche della donna nell’area del suo ultimo avvistamento.

Il 21 dicembre, una settimana dopo, il cadavere della ragazza viene rinvenuto verso le 12.30, il corpo è coperto da alcuni scavi sulle rive di Gwanhangcheon.

L’ispezione esterna del cadavere rivela che le mani della donna sono state legate con la camicetta e la cintura, le calze vengono ritrovate strette intorno al collo ( sono l’arma del delitto),indossa anche altri indumenti a coprirle il volto.

Sulla scena viene individuato un ombrello appartenente alla vittima e con cui è stata violata, presentando sul manico tracce di sangue, dopo questo caso la polizia prende sul serio la serie di omicidi.

Il corpo della vittima e alcuni oggetti rinvenuti sul luogo del delitto sono stati spediti al National Institute of Scientific Investigation che evidenziano tracce di liquido seminale di tipo “B” rinvenuto su un fazzolettino e anche peli e capelli sempre di tipo “B”.

Il giorno di questo brutale omicidio pioveva e la ragazza indossava intimo di colore rosso, secondo il film “ Memories of Murder” l’assassino uccide sempre nei giorni di pioggia donne che portano indumenti di colore rosso, in realtà solo due vittime sono state uccise in un giorno di pioggia e solamente la quarta vittima indossava vestiti rossi, ma la polizia coreana essendo legata a scaramanzie tipiche delle loro credenze, credeva che fosse una caratteristica che ispirava il killer ad uccidere.

La quinta vittima 

Hong Jin-young, 19 anni, 10 gennaio 1987

L’omicidio avviene in aperta campagna, il killer si nasconde all’interno di una balla di paglia non lontano dalla strada e assale la donna alle spalle; la vittima viene ritrovata dal proprietario del campo che avverte subito la polizia.

Dall’ispezione esterna del cadavere si nota che la vittima aveva entrambe le mani legate con il proprio reggiseno e  una sciarpa o uno scialle avvolto attorno al collo, l’arma del delitto con la quale la ragazza è stata strangolata, inoltre aveva le sue mutandine che le coprivano il volto.

Il corpo è insolitamente vestito  ( rispetto alle altre vittime), ma alcuni brandelli di vestiti e capelli rinvenuti vengono mandati al National Institute of Scientific Investigation dove alcune tracce di sperma sono individuate su in pezzo di stoffa e nella vagina della vittima.

La sesta vittima

Park Eun-joo, 29 anni, 2 maggio 1987

Sabato 2 maggio 1987 era una notte di forti piogge a Jinan-dong.

La donna osserva dalla finestra e si accorge che l’intensità della pioggia è aumentata e il marito deve rincasare dal lavoro senza nemmeno un ombrello, così decide di andargli incontro alla fermata dell’autobus con un ombrello in mano, indossa una felpa blu e una camicetta, viene notata alla fermata alle 21:30.

Il 9 maggio, una settimana dopo la sua scomparsa viene individuato il suo cadavere sotto una catasta di potatura di pino a solo 200 metri dall’ abitazione della donna.

Il cadavere della Park viene ritrovato con entrambe le mani legate dietro la schiena, la parte superiore del corpo è completamente nuda, camicetta e reggiseno sono avvolti intorno al collo, i pantaloni della tuta sono stati rimessi; è stata soffocata e apparentemente sembra che il soffocamento sia dovuto al legname sotto la quale era stata seppellita, accanto vengono ritrovati due ombrelli, la felpa blu della donna e le sue mutandine.

Dalla maglietta indossata dalla vittima viene isolato del DNA di tipo “A”, ciò manda in confusione le indagini poiché si pensa che il delitto potrebbe non essere legato alla serialità e l’autore è possibile non sia la stessa persona.

Si colgono altre differenze rispetto agli altri delitti, la bocca della vittima non è imbavagliata, lo strangolamento non è avvenuto con gli indumenti, i pantaloni sono stati rimessi e apparentemente sembra non ci sia stata violenza sessuale, tuttavia il marito della vittima aveva gruppo sanguigno di tipo “A”, così tutte le insicurezze svaniscono.


La settima vittima

Ahn Gi-soon, 54 anni, 7 settembre 1987.

Alle 20:40 viene avvistata mentre prende un autobus, tuttavia il marito della donna non la vede rincasare e l’aspetta alzato tutta la notte, così alle prime luci dell’alba decide di andarla a cercare, passa dalla fermata dell’autobus assieme al cugino e individua il cadavere della moglie a pochi metri da un bosco; al corpo di Ahn è stata rimossa la giacca con cui le hanno legato le mani dietro le schiena, i calzini le sono stati rinvenuti in bocca per soffocare eventuali grida, è morta per strangolamento meccanico effettuato da tergo con uno scialle che la stessa donna indossava.

In sede di ispezione cadaverica all’interno della vagina della vittima vengono rinvenuti nove pezzi di pesca, equivalenti a due pesche, tagliate con un coltello, sembra che si tratti di oggetti appartenuti direttamente all’assassino forse tagliati in attesa della vittima; appare per la prima volta che l’assassino sia in possesso di un’ arma bianca ( il coltello con cui ha tagliato le pesche) e molto probabilmente lo utilizza per minacciare le vittime prima di legarle.

La donna è stata violentata e viene rinvenuto del liquido seminale appartenente al gruppo sanguigno “B”.

La polizia ha inoltre ritrovato un autista che ha descritto un ragazzo che si è buttato in mezzo alla strada con gli indumenti sporchi di fango, questo sospettato chiede all’autista un accendino e l’uomo descrive le mani del giovane come estremamente morbide, e fornisce una prima bozza della faccia del sospettato.


La testimonianza di Kang Won-tae

“Intorno alle ore 20.50 del 7 settembre 1987 l’autobus che conducevo aveva al suo interno 8-9 passeggeri, partiva dal terminal degli autobus situato a Balan-eup.

Quando passai dalla fermata che dista 400-500 metri dal luogo del delitto, sul lato della risaia, ho notato un uomo che alzava la mano in segno di richiesta di fermata.

Nella mano sinistra teneva in mano dei vestiti, era di giovane età, salì sull’autobus e si mise a sedere dietro ad un posto vuoto. La persona individuata aveva un’apparente età di 25-27 anni, erano le ore 22- 22.10”

L’autista nota anche una piccola cicatrice sul dito indice della mano destra.

“Ho visto anche quello che a me pareva un tatuaggio di un punto sul polso della mano sinistra, aveva anche un’orologio delle dimensioni di una castagna” dice sicuro Kang Won-tae; l’uomo raggiunge il terminal degli autobus della scuola superiore, scende all’ultima fermata che dista poco più di un chilometro dal delitto avvenuto il 14 dicembre 1987.

il motivo per cui l’autista dell’autobus si ricorda perfettamente di questa persona è perché ha avuto un litigio con lui, infatti il ragazzo non appena si siede mette il piede sinistro sul cofano accanto al sedile del conducente, l’uomo si accorge così che le scarpe del presunto killer sono bagnate, ma anche i pantaloni lo sono, fino all’altezza della ginocchia.


La testimonianza di un agente di polizia

“Cercando nel zona, ho trovato qualcosa di strano nell’erba vicina. Intorno al corpo l’erba era sempre dritta, mentre solo da un lato i fili d’erba erano piegati, tanto da sembrare che qualcuno fosse passato da li. Quando, mi sono avvicinato e ho osservato attentamente, era ovvio che qualcuno era passato tra l’erba alta.

Per prima cosa ho chiesto agli altri investigatori e alle persone vicine se erano passati da lì. Tutti hanno scosso la testa. Nessuno era passato da li. In quel momento, mi sono spostato in avanti, seguendo la scia di erba sdraiata come se fossi attratto da qualcosa. L’erba era carica di rugiada, ho camminato nel prato per circa 400m, i pantaloni che indossavo erano già completamente bagnati sotto al ginocchio e anche le scarpe. Lungo il passaggio percorso ho notato che l’erba era caduta da entrambi i lati nello stesso modo in cui era quella che si allontanava dal cadavere. Non è stato difficile dedurre che l’assassino allontanandosi dal luogo del delitto abbia calpestato l’erba creando un passaggio. Dopo aver ucciso Ahn il killer è passato dal prato calpestando l’erba nonostante vi fosse una fermata poco lontano da li a 200m, ha scelto di allontanarsi e andare alla fermata successiva per Suwon”.


L’ottava vittima

Park Sang-hee, 13 anni, 16 settembre 1988

Park Sang-hee di soli 13 anni, va ancora alle medie quando viene uccisa nella sua camera mentre sta dormendo, tuttavia il caso è stato ricollegato a un giovane di 22 anni, si pensa però che il modus operandi sia stato copiato e che quindi sia solo un’imitazione del killer di Hwaseong, tuttavia in seguito si scoprirà la verità.


La nona vittima

Kim Mi-jung, 14 anni, 15 novembre 1990

Il corpo di Kim Mi-jung è stato trovato con mani e piedi legati dalle calze nere che indossava, la bocca imbavagliata con il reggiseno e delle foglie, la parte superiore del corpo nuda, indossa ancora le mutandine bianche, ma non la gonna, la giovane è stata strangolata da tergo con la camicetta; gli agenti della scientifica vengono prontamente avvisati e si recano sul posto in maniera tempestiva, rinvengono tracce di sperma sulla parte superiore dei calzini e sono evidenziati almeno 40 peli di cui uno di colore bianco. 

Il giorno seguente all’omicidio viene effettuata l’autopsia sul cadavere, il torace presenta alcuni tagli, mentre nella vagina vengono rinvenute molte tracce di DNA che permettono di effettuare numerosi test ed accertare con precisione il gruppo sanguigno che corrisponde al gruppo “B” come negli altri omicidi, all’interno della sua intimità vengono anche rinvenuti : un cucchiaio, una forchetta, una penna a sfera e una lima, appartenute alla vittima.


La decima vittima

Kwon Soon-sang, 69 anni, 3 aprile 1991

Il corpo della vittima è stato rinvenuto su una collina, è stata immobilizzata, le viene ritrovato un calzino in bocca per soffocarne le grida e risultano tracce di violenza sessuale, dalla scentifica vengono isolate tracce di sperma.

Si fermano gli omicidi.

Bong Joon-ho afferma che se il killer fosse stato ancora vivo sarebbe sicuramente andato a vedere il suo film.

 Con l’avanzare della tecnologia è stato possibile fare l’analisi del DNA con le prove conservate, finché nel settembre del 2019 ci fu  un match nel database.


L’assassino

Dopo aver incriminato il 22 enne Yoon Seung Yeo per l’omicidio di Park Sang-hee, la polizia gli estorce una confessione per tutti gli omicidi avvenuti a Hwaseong e nonostante lui si dichiarasse innocente nessuno gli crebbe scontando così una condanna di 20 anni in carcere, per un crimine che non aveva commesso, poichè il vero assassino è Lee Chun-jae, che nel 1986 era stato dimesso dall’esercito iniziando a compiere la serie di omicidi per cui è diventato successivamente famoso; Lee Chung-jae nel 1994 fu arrestato per aver ucciso e stuprato la moglie e la cognata, tuttavia con l’evolversi delle tecnologie nel 2019 è stata ritrovata una corrispondenza con il suo DNA, annuniciando dopo 30 anni il vero killer; nonostante Lee provò a smentire le accuse infertegli nella fine del 2019 confessa i suoi crimini, tutti i 10 omicidi aggiungendone 4 e altri 30 assalti sessuali, malgrado la confessione a causa dello stato di limitazione oramai finito nel 2006 l’assassino non può essere incriminato per gli omicidi commessi a Hwaseong.

Il caso di Yoon Seung Yeo viene riaperto e nel processo emerge tutto quello che la polizia ha fatto per ottenere quella confessione necessaria, dalla tortura alla fabbricazione di prove false come i capelli analizzati, anche il risultato del DNA viene completamente ribaltato poiché era un sangue di tipo “0” e non di tipo “B” come negli omicidi.

Sebbene le scadenti indagini iniziali, la polizia di Hwaseong impiegò molte energie per trovare l’assassino di quelle donne, scoprendo solo alla fine che colui che avevano tanto cercato era solamente una faccia comune, non un essere mostruoso che andava in giro nell’ombra, ma una persona comune che cela l’animo di un demone, più precisamente, un assassino.


La testimonianza del killer

“ Non pensavo che i crimini sarebbero stati sepolti per sempre, ancora non capisco perché non ero un sospetto. I crimini sono avvenuti intorno a me e non ho cercato di nascondere le cose, quindi ho pensato che sarei stato scoperto facilmente. C’erano centinaia di forze di polizia; mi sono imbattuto in detective tutto il tempo, mi chiedevano sempre delle persone a me vicino.”

Lee ha detto che stava portando uno degli orologi di una delle sue vittime quando è stato interrogato dalla polizia durante il culmine di quei brutali omicidi, ma gli hanno solamente chiesto perché non avesse con sé una carta d’identità, lasciandolo andare via.

L’omicidio per cui il 22 enne Yoon è stato condannato, l’unico dei 10 in cui era stato individuato il colpevole è stato quello di una ragazza di 13 anni; Lee ha detto alla corte che è stato un atto impulsivo, “ Non avevo motivo per uccidere una 13 enne” , non mostrava alcuna emozione nel descrivere il modo in cui l’aveva uccisa, prendendosi anche gioco dei familiari delle vittime, scusandosi con coloro, come se le sue scuse potessero cancellare il dolore arrecato a quelle povere donne.

 Sentito che molte persone erano state indagate e messe sotto controllo ingiustamente il killer ha aggiunto “ Vorrei scusarmi con tutte quelle persone, sono venuto e ho testimoniato e descritto i crimini nella speranza che ( le vittime e le loro famiglie) trovassero un pò di conforto, quando la verità sarà rivelata vivrò la mia vita con pentimento.” l’ennesima presa in giro del signor Lee che ha aspettato intenzionalmente che i fatti cadessero in prescrizione.


Hwaseong

Provincia del Gyeonggi, non si trova molto distante da Seoul, ma in quegli anni era una cittadina rurale, coperta di campagne e colline, non troppo popolata e piuttosto tranquilla; l’attività dominante era l’agricoltura, infatti, la maggior parte degli omicidi è avvenuta nei campi; distese di risaie e pochi mezzi di trasporto, le fermate degli autobus erano molto distanziate dalle abitazioni, perciò si doveva camminare a piedi anche di notte, punto fondamentale per lo svolgimento di questa storia, perché spesso le vittime erano aggredite proprio in quel tragitto percorso moltissime volte.


Memories of Murder

“ Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho del 2003 è forse il più fedele e accurato film su questa storia, con un finale aperto che fa venire i brividi; l’accuratezza di questo lavoro pazzesco è in molti dettagli e in particolare nell’esporre l’inadeguatezza di un sistema acerbo, grezzo e corrotto che danneggia le scene del crimine e vaga nel buio più totale affrontando solo molto dopo la pena del rimpianto.

 

 

 

Continua a leggere

CAPIRE

NIGERIA/Quando lo sport si trasforma in guerra

Pubblicato

il

Un anno come questo, autore di catastrofi impensabili, non si lascia sfuggire proprio niente: la rabbia spesso è causa di tremendi mali. In un clima dove vittime e perdite non mancano a causa della guerra, ne sopraggiungono altre per tragedie sempre più strazianti. Nigeria, 29 Marzo 2022, con l’eliminazione dai mondiali della squadra nigeriana, in campo scendono i tifosi: infuriati per il pareggio (fatale per l’esclusione dal campionato) gli spettatori hanno trasformato lo stadio in un campo di battaglia. Una partita pareggiata 1-1 con il Ghana ha portato al fallimento della qualificazone al Mondiale in Qatar. Tragedie come questa non dovrebbero nemmeno esistere, eppure sono più attuali di quanto crediamo.

In un clima di scompiglio, rabbia e ribellione da parte dei tifosi, un medico addetto ai controlli antidoping dei giocatori è stato aggredito e ucciso. Non si conosce ancora con certezza la dimanica, ma una cosa si sa per certo: allo stadio nazionale di Abuja è scopppiato il caos. Una rabbia confusa, priva di fondamenti, sfogata su persone e oggetti, ha portato anche a questo: una luce in meno nel mondo dello sport. Anche i tentativi di rianimare la vittima, dopo essere stata percossa e calpestata violentemente dalla folla, sono stati inutili.

Così scompare un uomo, così si distrugge una famiglia: nello scompiglio di una semplice partita di calcio, un risultato sfavorevole ha portato alla morte di un innocente. L’uomo era stato numrose volte chiamato come medico in altri campionati e occasioni negli anni precedenti, ma a causa di persone così spregevoli non potrà prenderne più parte in futuro. Adesso il vuoto non è solo più in quello stadio, su quegli spalti e sul terreno da gioco devastato, ma anche nei cuori di chi lo conosceva.

Perde la vita Joseph Kabungo, che lascia un silenzio così profondo e triste da far riflettere anche i cuori più meschini. E’ bastata questa dimostrazione, qualche zolla di terreno strappata e panchine rovesciate, a insegnare che la guerra non esiste solo all’interno di determinati confini. Nessuno è salvo fuori dalle frontiere, perché a determinare la guerra è l’uomo stesso e i suoi istinti ingiusti, non  soldati e missili. La vera guerra è dentro l’uomo e per quanta paura possa fare, siamo i primi a ostinarci a combatterla contro gli altri. Questa tragica vicenda, per quanto brutale, è solo l’ennesima prova che la violenza è sempre causa e mai soluzione.

Continua a leggere

CAPIRE

RUSSIA-UCRAINA/La propaganda sociale e le proteste

Pubblicato

il

Ormai da giorni lo scenario politico mondiale è dominato dall’imminente conflitto tra Russia e Ucraina, un’invasione che si protrae da undici giorni e che non sembra dare cenni di sospensione. Dalla mobilitazione delle truppe russe verso il confine ucraino, quando la situazione ha iniziato a destare sospetti, fino ad oggi, i social media sono stati la prima arma di polemica e propaganda, al passo con ogni aggiornamento ed evento a riguardo.

Il ruolo dei social media e la censura

Milioni di utenti da diversi paesi del mondo, Russia compresa, hanno condiviso nelle piattaforme digitali i loro pensieri e molto di più: è nato un vero e proprio movimento di protesta e supporto. Così come nelle maggiori piattaforme multimediali, quali Instagram, TikTok e Twitter, anche nelle piazze si sono svolte numerose manifestazioni, volte alla divulgazione della pace. È sorprendente il numero di persone che ha aderito alle iniziative; dall’Italia, al Brasile, fino all’India, passando per il Parlamento Europeo; sia chi si è rivolto a un pubblico più vasto, sia chi ha collaborato dalla sua piccola realtà, ha contribuito.

D’altra parte, come spesso avviene durante simili eventi, i dati di arresti, censure e restrizioni sono sconcertanti e in costante aumento, principalmente in città russe. Più di 4500 protestanti incarcerati. Le loro voci inevitabilmente risuonano e intimoriscono e per questo è stata messa in atto un’operazione crudele di disinformazione riguardo la situazione attuale.

La rivolta digitale e la “cyber guerra” 

 

Tuttavia, per combattere una guerra, oggi non bastano i carri armati. Infatti, entrano in gioco superpotenze digitali, proprio come il movimento di hacktivismo, che recentemente ha dichiarato cyber guerra alla Russia: “Anonymous”. Questo è un collettivo di hacker di cui non si conosce identità, che opera per un obiettivo comune; In questo caso:  la diffusione di informazione sul conflitto in Ucraina e l’impedimento dell’ulteriore avanzata russa, per quanto possibile.

Ne sono esempio alcune delle loro recenti azioni: la condivisione di documenti privati russi e la trasmissione nei canali televisivi e via sms di contenuti riguardanti l’invasione in Ucraina, sviando la censura ufficiale. Noto per la sua modalità di interazione è anche il Presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyi, che, maggiormente via Twitter, comunica e lancia appelli a USA e UE e sollecita la NATO a respingere e punire l’offensiva russa.

Continua a leggere

Trending