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L'EDITORIALE

MAFIA/Perchè non ce ne frega più niente?

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Mafia. E’ questa una parola che sentiamo pronunciare spesso, a volte persino invano. Ma ne conosciamo il significato?

Digitandola in rete troviamo subito la definizione: “organizzazione criminale retta da omertà e da riti”; questa spiegazione è, però, un po’ arretrata. Sì, perché la mafia, oggi, oltre ad un’organizzazione criminale è diventata legale; arrivando ad esercitare influenza un po’ su tutto quello che è potere, e quindi ricchezza.

Ma a che punto siamo con la lotta alla mafia?
Il 1992 è l’anno di svolta per la mafia: con la strage di Capaci, dove morì Giovanni Falcone, e quella di via d’Amelio, dove venne ucciso Paolo Borsellino, la mafia ebbe, come non mai, gli occhi di tutti puntati su di sé. Queste stragi, definite ‘delitti eccellenti’, lasciarono accesso sulla mafia, e in particolare su Cosa Nostra Siciliana, un riflettore che, a distanza di quasi 27 anni, non si è mai spento. Quei due attentati non furono né i primi commessi dalla mafia né i primi dove venne ucciso un giudice in modo tanto eclatante. Rocco Chinnici, Giudice Istruttore di Palermo e fondatore del “Pool Antimafia”, venne ucciso con modalità analoghe: 75 kg di esplosivo decretarono la sua fine, assieme al portinaio del palazzo dove abitava e a due uomini della scorta. Gli omicidi di Falcone e di Borsellino, quindi, fecero scalpore non solo perché riguardavano due grandi personalità nella lotta contro la mafia, ma perché avvenivano in un contesto storico dove gli Italiani, e specie i Palermitani che, fino a quel momento avevano sempre rinnegato l’esistenza della mafia, non potevano più accettare un omicidio ogni 6 o 7 giorni.

Le operazioni del “pool antimafia”:
Nonostante vari arresti, i primi grandi successi nella lotta al Sistema -come è chiamata la mafia dai mafiosi- non si ebbero però prima degli anni ’80. Nel 1986, infatti, iniziò il Maxi Processo, che punì con 2665 anni ben 475 mafiosi.

La lotta alla mafia dopo Falcone e Borsellino:
Dopo la morte di Falcone e Borsellino, la lotta alla mafia non terminò. Terminò, piuttosto, l’attenzione mediatica, che rimase irrimediabilmente ferma sulle due grandi stragi del ’92.
Con l’arresto di Salvatore Riina, nel 1993, di Leoluca Bagarella, nel ’95, e di Giovanni Brusca, nel ’96, e più di altri cento mafiosi, la lotta alla mafia iniziò, gradatamente, a perdere importanza nell’immaginario collettivo, ravvivandosi solo in memoria dei morti ammazzati. Ciò anche per il fatto che dagli anni ’93/’94 la mafia mise da parte stragi e bombe.

La lotta ai giorni nostri:
La lotta alla mafia è tutt’altro che conclusa, anche perché arrestato un capo, un “boss”, inevitabilmente un altro prende il suo posto.
E’ di sabato scorso la notizia dell’arresto di Marco Di Lauro, il secondo latitante più pericoloso in Italia. Una notizia importante, che non deve però far credere che la mafia abbia i giorni contati.

Concludo con una breve osservazione di Roberto Saviano che, nonostante le accuse e le minacce di alte cariche dello Stato che sta ultimamente ricevendo, ha lottato e lotta tuttora la mafia.

“La differenza tra noi e gli altri, l’Europa soprattutto, è che noi la raccontiamo, la mafia, il resto d’Europa fatica a riconoscere queste storie. In Francia, ad esempio, nessun candidato presidente sa da chi e dove arrivano i soldi per le periferie criminali, da dove arriva la cocaina. Tutto questo lo sa solo un pezzo di polizia, qualche giornalista specializzato, e poi il resto del paese guarda da tutt’altra parte”.

L'EDITORIALE

GIOVANI/Sicuri vada tutto bene?

Emanuele Canessa

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di Emanuele Canessa

– Partecipiamo alla vita di un mondo che sembra dover finire da un momento all’altro, ma non si parla né guerre né di catastrofi, bensì delle persone che lo abitano. Si parla di Noi. Nonostante tutto, decine di anni fa sembrava che tra tutti gli esseri che popolavano la terra ci fosse un sentimento di profondo bene; ora l’umanità appare l’unica “speranza” di sé stessa. E di fronte ad una realtà così dura, cupa e soffocante ci si chiede ancora perché noi ragazzi di questa generazione viviamo con un malessere di fondo apparentemente inguaribile. Ci deve essere un briciolo di verità nel malessere esistenziale dell’essere umano e, allo stesso modo, ci deve essere per Noi. Viviamo con la sempre più costante consapevolezza che domani tutto potrebbe finire, i progetti cadere, il mondo estinguersi. Siamo tutti “claustrofobici”: ci sentiamo attanagliati a tutto e ci manca la libertà di respirare.

Per trovare una risposta è forse troppo tardi, ma ci può essere, e ci deve essere, il tempo per trovare una soluzione, una cura. Non è un caso se sempre più ragazzi fanno di tutto per togliersi la vita o rovinarsela, non vedono alternativa alcuna e, se non si hanno alternative, il margine di errore si ingigantisce. Curare il corpo non serve a niente se la testa continua a viaggiare nel vuoto.
Le critiche non servono a nulla, i vari “questi ragazzi hanno tutto e ancora si lamentano, ai miei tempi…” o “se solo sapessero cosa passavamo quando noi eravamo giovani” sono disperatamente inutili. Se qualcuno lontano da noi ha un problema che non concepiamo, non possiamo chiamarci fuori dall’aiutarlo solo perché non consideriamo grave quel tale problema, il menefreghismo non ha mai aiutato nessuno.

A questo punto le domande nascono spontanee: Siamo tutti così sicuri di noi stessi? Davvero questi problemi sono così insignificanti? Siamo davvero sicuri di voler smettere di essere esseri umani, di essere noi stessi?

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L'EDITORIALE

FridayFever/Non avere paura di sbagliare

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di Riccardo Ciuffreda e Enessa Scarlato

–  Oggi, noi di FridayFever vi parleremo della finale di Champions League tenutasi il 26 maggio 2018 e che ha visto andare in scena Real Madrid e Liverpool, sicuramente non sono mancati i colpi di scena. Dopo un primo tempo in cui le squadre si studiano e cercano una via per trovare il gol, il giovane portiere Loris Karius si rende negativamente protagonista. (altro…)

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L'EDITORIALE

Whatever it takes: è un male divertirsi?

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di Alberto Zali

– In risposta all’articolo “Discoteca: ne vale davvero la pena?” di Maria Elena Cassinelli, che ringrazio per aver suscitato in me questa riflessione, torno a scrivere, questa volta in difesa di tutti quei ragazzi che cercano un po’ di divertimento frequentando le discoteche.

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