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ATTUALITA'

Insieme per cambiare e migliorare – Medicina e Ingegneria

Luca Ruperto

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FLG10 è una leonessa del Gujarat (India), che ha trovato un modo ingegnoso per difendere i propri cuccioli. Quando un maschio adulto incontra un cucciolo, che non ritiene essere suo, lo uccide. La leonessa si è strategicamente accoppiata con leoni di diversi gruppi, per evitare l’infanticidio deliberato dei suoi piccoli.

Salvare vite è di vitale importanza, per qualunque animale, per preservare la propria specie dall’estinzione. L’uomo non fa eccezione, ma, come in ogni altra attività, noi ci spingiamo oltre: noi abbiamo la medicina.

A scuola come progetto PCTO sono stati presentati i corsi di Basic Life Support – Early Defibrillation, che insegnano a soccorrere chi viene colpito da un attacco cardiaco. Così chiunque voglia salvare una vita, anche senza avere nessuna conoscenza medica, può imparare. Dopo una parte teorica, dove vengono illustrati gli elementi funzionali del cuore, le precauzioni da prendere e le manovre da eseguire, si passa alla parte pratica: mani sul manichino e, al ritmo di “Staying Alive”, via al massaggio cardiaco.

Le nozioni fornite salvano vite: solo qualche mese fa, alla Fiumara, un bimbo di un mese, in arresto cardiovascolare, è stato tenuto in vita dalla madre. Un caso veramente fortunato visto che Gabriele De Tonelli, medico rianimatore, si trovava lì, fuori servizio, e ha aiutato i volontari della pubblica assistenza. Il dipendente del Gaslini afferma che è stata determinante la presenza del DAE.

Il defibrillatore semiautomatico riconosce e interrompe le aritmie maligne, che portano a un arresto cardiaco, tramite una forte scarica elettrica. Un dispositivo tanto utile quanto pericoloso, se non si prendono le giuste precauzioni: proprio per questo i corsi BLSD sono importanti.

Il software dell’apparecchio analizza automaticamente l’attività elettrica del cuore, comunicando ai soccorritori i vari passaggi da seguire, permette di non sbagliare anche sotto la tensione dell’emergenza.

Ciò che ci rende veramente diversi dagli altri animali è difficile definirlo: filosofi, scienziati e addirittura avvocati hanno provato a dare una risposta. Chi dice che è l’intelligenza la nostra arma più affilata, forse, non conosce animali come FLG10, che ha dimostrato di averne più di molti di noi.

Forse, ciò che davvero ci pone un gradino più in alto è l’uso delle macchine. Il fuoco e le torce, l’invenzione della ruota e della scrittura sono state le tappe fondamentali, che hanno permesso di dare uno slancio alla nostra civiltà. Gli strumenti ci hanno accompagnato durante tutta la storia e ci siamo evoluti di pari passo allo sviluppo tecnologico.

Al giorno d’oggi abbiamo creato cose eccezionali e impensabili, ma il progresso percorre una strada interminabile e abbiamo ancora tanto da inventare. Tutto si può migliorare.

In campo medico, per esempio, l’innovazione dovrebbe essere della forma mentis. Quello che serve è reinventare il modo di fare medicina. Non basta aspettare la malattia e poi curarla, bisogna inventare dei sistemi per prevenirla. Per questo l’invenzione più rivoluzionaria dell’800 è stata la vaccinazione, tanto da essere paragonata alla possibilità per la popolazione di accedere all’acqua potabile.

Per adesso il sistema sanitario si basa, principalmente, su un processo reattivo: aspettiamo che arrivi l’influenza, o l’infarto, o il cancro, o che i controlli occasionali risultino positivi a qualche malattia e, dove possiamo, forniamo medicine, regalando tempo al paziente, che però dovrà tornare a farsi curare al prossimo problema.

Questo sistema è anche il motivo per cui la sanità risulta più costosa ed inefficiente di quello che potrebbe essere: la gestione dei dati deve essere veloce e senza intoppi e questo spesso non accade.

È naturale che questo avvenga: ci sono molti pazienti e visitarli tutti insieme richiede tanto tempo. Altrettanti minuti vengono persi perché ancora oggi il sistema di comunicazione per i referti è il fax, visto che i database informatici non sono così intuitivi da usare: negli Stati Uniti stanno investendo molto in Medical Writer, ossia scribi per medici, infatti si trovano sempre più offerte di lavoro online. Inoltre, il paziente spesso non ricorda tutti i propri sintomi e al medico possono mancare alcuni pezzi del puzzle, che cerca di risolvere cambiando dosi o farmaci e fissando nuove visite.

La medicina, in questo secolo, ha fatto enormi progressi: pensate a quante nuove malattie ha saputo inventare.
(Enzo Jannacci)

Siamo nell’epoca in cui si parla di medicina genomica e tecnologie come il CRISPR o il robot “Da Vinci”, che però si perdono in un sistema che si basa su regole inventate qualche secolo fa.

Come si potrebbe innovare? Cambiando appunto forma mentis.

Il medico non dovrebbe essere l’unico a dirti come comportarti per risolvere i tuoi problemi, ma, in primis, noi dobbiamo fare un lavoro di prevenzione. Dobbiamo gestire il nostro corpo come siamo abituati ad organizzare l’agenda di lavoro.

Con nuovi sistemi di lettura di dati biometrici, più alla portata di tutti, si può dare al paziente la possibilità di tenere sempre traccia delle proprie condizioni fisiche e regolare la propria dieta, l’attività sportiva e il riposo di conseguenza. Per esempio, fitbit sempre più avanzati e applicazioni su smartphone per l’analisi di dati medici permetterebbero al paziente di avere un quadro di insieme giornaliero, ed essere sempre informato così che, qualora il problema sia al di là della sua comprensione, ognuno possa avere dati precisi da fornire al dottore, il cui lavoro risulterebbe facilitato, più veloce e meno dispendioso.

Bisogna reinventare il modo di fare medicina come abbiamo reinventato la lettura di libri, le funzionalità degli orologi, i mezzi di trasporto e le modalità di acquisto di beni.

Serve combinare tecnologie: dalle reti neurali, robotica, nanotecnologie e “app” moderne ad una sanità 2.0, anzi 3.0: facile, efficace e meno dispendiosa, sia in termini di tempo che di denaro. Sistemi come Trivago non hanno inventato il GPS, gli smartphone e i libri di recensioni, ma le hanno integrate in un complesso, unico e comodo.

Questa non è un’utopia lontana, la medicina basata su dati e analisi esiste già e si sta sviluppando sempre di più: dagli spazzolini smart, che tracciano il lavaggio e danno consigli, a peluche per bambini, che contengono circuiti con sensori per tenere tranquilli i genitori, fino a sistemi che studiano la qualità del sonno. Addirittura più innovativi sono i tatuaggi temporanei di Todd Coleman, che trasmettono dati corporei elettronicamente e in remoto e hanno permesso a Jane, donna incinta che non poteva uscire di casa, di venire controllata dal medico curante a distanza; pillole che contengono sensori minuscoli e telecamere possono ora essere ingerite, permettendo di evitare operazioni più invasive; uno speciale laser forse permetterà in futuro di separare le cellule infettate dall’HIV dalle cellule sane e di somministrare le medicine antiretrovirali solo alle cellule malate.

Le premesse sono promettenti e questo cambiamento avverrà se medici e ingegneri impareranno a comunicare, visto che ora i due linguaggi, tecnicamente specifici, non sono compatibili. Lo hanno capito gli istituti Humanitas e Politecnico di Milano, in Lombardia, che stanno creando una nuova classe di studenti. Questi otterranno una doppia laurea in medicina e ingegneria, che darà loro le conoscenze per collegare due mondi che fino ad ora non sono riusciti a parlarsi.

Come la leonessa indiana protegge i suoi cuccioli, i millennial si stanno formando in una società nuova, con conoscenze diverse da quelle del passato, basti pensare alla nascita del diritto dell’internet. Questa è la chiave del progresso.

“Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.”
(Sir Winston Churchill)

 

 

di Luca Ruperto

Luca Ruperto, uomo di altri tempi, cortese e profano, attento e sovrano, non vivrà di stenti

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SOCIETY/Is our world right?

Martina Grazioli

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All individuals are equal, and as equal everybody has the same rights. Or, at least, that is how it should be. In the past, people have fought and died to have their rights recognised and, at present, we are still fighting. Gender gaps, racism, homophobia, our world is filled with people who still believe that who is different, or weaker cannot have the same rights as other individuals.

As we hear everyday in the news, people die because of the different colour of their skin, or protest against the working system that doesn’t provide women with the same rights that nen have. That’s because gender inequalities in the field of work are still a serious matter in the 21St century. Women still have issues in being underpaid, or have problems in being employed because they are still seen as “inferior” to men. That’s because, even if men and women have changed over time, they have adapted themselves to live in a world where the strongest win and gain power over the poorest and the weakest. This issue was amplified when women became the victims of this discrepancy, which never ceased to widen. At present, women still find it hard to fight for their role in modern society and have themselves recognised as equals to men. Let us not forget the struggle in being a woman who comes from a different country. These problems are the same one that people tried to get rid of through the centuries. Somehow, they succeeded, because humans are not indifferent to these issues and, little by little, the gap is starting to narrow and now women can work and vote. But the prejudices are still there.

Not only women, but whoever is “different” has their rights denied: people with a different cultural background or religion are still not welcome when they migrate to other countries. People who are attracted to people of the same gender are still despised, even if in the past we fought for gay rights, and homeless people are still treated like scum. In the worst cases, even the right to life, the most important of all, has been denied because of all those prejudices.

Luckily, we are learning. Not as quickly as we would like, but we are learning to overcome the odds and defend what is far from our reality. We are beginning to build a society where everyone can be recognised as a human being, or at least we are trying to. We try to go beyond prejudices and not to fear what and who doesn’t conform to our ideal of a “human being”. This is due also to technological progress that allows even really young people to acknowledge the problems in our society. But what do young people think?

Nowadays , young people’s needs are different from the past. These changes lead teenagers and young adults to have a different perception of the world they live in. From a young age, teens have the possibility to get to know quickly what happens world-wide, through the internet and cellphones. This does not, however, mean that everyone is interested in these problems. The gender gap for example, is a matter that nowadays has received countless criticisms, even from young people. As a matter of fact, in the present time, many teenagers and young adults have acknowledged this gap, but haven’t yet raised their voices or tried to change this situation for the better.

The only way to make people understand how important equality is, is to show them how better our society can be with a greater number of women in charge of public and political matters, and a greater diversity among people. Youngsters need to open their eyes to the fact that a society mainly led by men has a lot of leaks that could be avoided with more women in control, and that people would be happier if they could express their love freely, regardless of their sexuality. That is not an accusation against our government. However, a society where many people live, needs to be composed by different people.

That’s because we, as people, are equal, and we are aware of it and even young people have enough information about the world to make the difference. Yet, they lack the motivation and the awareness of what they should fight for.

However, we, as a society, are not ignoring the problem anymore, even if progress is not fast, we know that is happening. It might not be possible to get rid of all the disparities and the violations of rights, but there’s a little hope. And while there’s hope, our world is bound to get better.

 

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Safety First- Emergency

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Il 1^ aprile 2017 io e la mia classe, ci siamo recati a Milano, per il progetto di alternanza scuola-lavoro “diritti al centro”. Non siamo stati informati in modo preciso prima di partire infatti ho lasciato spazio all’immaginazione e ho preferito pazientare per una sorpresa. Dopo due ore di pullman siamo finalmente arrivati a destinazione, faceva freddo per essere un giorno primaverile. Non avevo idea di dove mi trovassi, se fosse il centro di Milano, la periferia o la parte storica. Guardandomi intorno ho notato um piccolo mercato di alimenti da dove provenivano urla e insulti. Accanto alle bancarelle ho notato una piccola ambulanza di colore rosso e bianco. In quel momento i miei pensieri sono stati interrotti dalla voce della prof che ci ha chiamato in ordine alfabetico per raggrupparci intorno a lei e controllare che fossimo tutti presente. In seguito ci siamo diretti lentamente verso il mercatino. Ci siamo fermati davanti all’ambulanza e una signora, piuttosto anziana è uscita e si è presentata come la nostra guida della mattinata. Ha voluto che ci dividessimo in tre gruppi e ad ognuno di essi è stata attribuita una persona dell’associazione. Marco, la nostra guida, ci ha chiarito i nostri dubbi, dove fossimo, chi fossero loro e di cosa si trattasse l’intero progetto della giornata.
L’associazione lì presente, ma conosciuta mondialmente, è Amnesty International. Emergency è un’associazione italiana indipendente e neutrale, nata nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà. L‘organizzazione promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Mi è interessata molto la spiegazione di Marco e ascoltando mi chiedevo come potessero aiutare veramente a rispettare i diritti umani e aiutare chi ne è privato, perché a parlare siamo buoni tutti ma quando si tratta di fare e agire le voci diventano d’un tratto silenziose.
Il mio desiderio si è avverato e dopo un oretta di “teoria”, se così si può chiamare, siamo passati al lato pratico.
A gruppetti di cinque siamo entrati all’interno dell’ambulatorio, dove ci ha accolto una ragazza che indossava una tunica da infermiera. La sala era piccolina, essendo un’ambulanza su quattro ruote, ma c’era tutto il necessario per visitare un paziente, un lettino, un lavandino, diversi armadietti, una bilancia è tutto quello che possiamo trovare dal dottore. La ragazza ci ha parlato prima di lei e in seguito del suo compito. Era una medico, sposata con dei figli, e lavorava da parecchi anni a Milano. Prima di stabilirsi a Milano, aveva partecipato a parecchie missioni mediche all’estero, in particolare nei paesi di guerra.
Oggi ha scelto di creare una famiglia e non ha più il tempo di partire e rischiare la vita ogni giorno. Lavora a tempo pieno in un ospedale importante di Milano. Ora potremmo chiederci, cosa fa questa donna in quest’ambulanza ambigua?
Lei ha deciso di dedicare il suo tempo libero, ovvero dopo 8 ore di lavoro, alla visita di pazienti senza tetto, spesso privi di documenti, inseguiti dalla polizia o immigrati da paesi di guerra. L’associazione infatti si sposta nelle parti più povere e precarie e della città per aiutare chi ha bisogno, cercando i pazienti e convincendo loro di non avere paura, perché Amnesty cura chiunque, che tu abbia o no i documenti in regola.
Amnesty è un associazione volontaria, infatti il medico non è pagata durante le ore di visita che fa, come non è pagato nessuno dei volontari in quell’ambulanza. Ci sono eccezioni, per esempio i medici che hanno un posto stabile all’interno dell’associazione, ricevono uno stipendio mensile.
Alla fine della visita all’interno dell’ambulatorio, una mia compagna ha chiesto alla ragazza perché avesse scelto di fare questo, di dedicare il suo tempo libero a persona malate, senza ricevere niente in cambio, e lei ha risposto “chi ha visto, chi ha visto quello che ho visto, non può tacere, deve agire.”
Da quel giorno ho ancor anche in testa le sue parole.

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Il Risveglio della coscienza ecologica

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Buongiorno, sconosciuto lettore. Se anche tu stai leggendo questo articolo, significa che vivi e sei cittadino del mondo che ci appartiene. Significa che ne respiri l’aria, che apprezzi i panorami che ti offre, che ti bagni nelle sue acque e scegli di piantare le tue radici in qualche punto della sua superficie. E non ti senti, dunque, minimamente in dovere di proteggerlo?
La nostra unica e grande casa, il nostro pianeta, sta soffocando, non gli restano che una manciata di respiri affaticati, viene strangolato ogni giorno da tonnellate di plastica, dai rifiuti che finiscono nel suo mare, da decisioni sbagliate. E i suoi assassini sono proprio i suoi più folli innamorati: gli esseri umani. Solo in Italia ogni anno compriamo 9 miliardi di bottiglie di plastica e nel Mar Mediterraneo -che costituisce appena l’1% delle acqua mondiali- si concentra ben il 7% della plastica globale.

Nello stesso mare dove trascorriamo le nostre vacanze estive, in quel bel mare davanti cui ci emozioniamo guardando un tramonto mano nella mano con la nostra o il nostro partner, in quel mare che immortaliamo nelle nostre foto artistiche fieramente pubblicate sui social network, finiscono ogni giorno più di 700 tonnellate di plastica.
Chiaramente, si presuppone che la conoscenza di questi scioccanti dati svegli repentinamente le masse e le spinga a lottare per la tutela della loro casa stessa. E tuttavia, la cosa più allarmante, è proprio che la responsabilità non venga sentita da tutti i cittadini allo stesso modo. Giovani, Anziani, ricchi, poveri, uomini e donne si fanno scivolare questo problema di dosso, lo scansano come se non fosse un dilemma che li coinvolga personalmente, lo evitano come se non riguardasse chiunque su questo pianeta.
Forse nemmeno tu, lettore, sai che il nostro è un mondo quasi interamente danneggiato. Che l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e dove ci immergiamo e i cibi che mangiamo (nella maggior parte dei casi) sono inquinati e anche i vestiti che indossiamo possiedono microplastiche. Come puoi, razza umana, allora, non interessarti al tuo stesso futuro? Come fa a non allarmare ogni persona che nasce, cresce, invecchia, vive e si muove in questo mondo?
Nei mari abitano pesci deformati, i cui corpi crescono e si sviluppano intorno a lacci per pacchi, reti e sacchetti di plastica. Le tartarughe inghiottono le buste di plastica scambiandole per meduse; dentro gli stomaci di molti uccelli vengono trovati residui di diossina.
Ma la disattenzione è l’egoismo umano si allargano anche alla vegetazione continentale, non solo alla zona oceanica. Basti pensare alla deforestazione, all’intervento ingrato dell’uomo sui paesaggi naturali, su zone rurali oramai trasformate in zone industriali attive.
Senza contare, in più, le indelebili polveri sottili dello “smog” che respiriamo ogni giorno semplicemente camminando per strada o rilassandosi su una panchina al parco.

Ma quanto è efficace la sensibilizzazione al giorno d’oggi e, sopratutto, esiste?
Abbiamo ormai tutti sentito parlare almeno una volta, approfonditamente o di sfuggita, del buco dell’ozono, dell’effetto serra, delle fitte cappe grigie e torbide che sovrastano gli spazi urbani, della plastica come materiale avvelenante per eccellenza, ma quanti hanno concretamente preso delle contromisure? Quanti si sono informati e documentati e hanno agito di conseguenza cambiando le proprie abitudini o tentando di raggiungere un pubblico più vasto?

Numerose iniziativa governative sicuramente conducono verso una giusta direzione: la raccolta differenziata, il blocco della circolazione nei centri urbani e le zone a traffico limitato, le domeniche ecologiche, il compostaggio, le energie rinnovabili (pale eoliche, pannelli elettrovoltaici)… È nel nostro piccolo, tuttavia, che possiamo fare la differenza. Giocano un ruolo fondamentale anche i miseri gesti quotidiani che, se prese in considerazione da tutti, possono cambiare le cose o che, perlomeno, possono tentare di arginare il gravoso problema: limitare l’acquisto e l’utilizzo delle bottigliette di plastica, per esempio (o ricorrere a bottiglie di vetro), evitare di buttare gli scheletri delle sigarette per terra, spegnere la luce quando si esce da una stanza o quando il suo consumo non è strettamente necessario, scegliere la bicicletta all’automobile quando possibile.
Ciò che più mi stupisce, è che in questa atmosfera di indifferenza e negazione, sia stata un’adolescente avente soltanto ereditato un pianeta già guastato dalla generazione precedente a elevarsi contro questa violenza ambientale.
Greta Thunberg, ragazza svedese di appena sedici anni, candidata al premio Nobel si è stancata di aspettare e di crogiolarsi in una chiaramente falsa illusione perfetta. Greta ha creato un suo slogan che ha fatto il giro del mondo: “Skolstrejk för klimatet” (sciopero della scuola per il clima). Il 15 marzo 2019, così, è stato programmato il primo sciopero scolastico mondiale per il clima nella storia dell’umanità.
Dall’agosto del 2018, Greta combatte una battaglia importante, quella che ha una sola vittoria possibile, forse un po’ utopica: rispettare le leggi morali, rispettare l’ambiente, rispettare i diritti dell’uomo.
Come disse il Capo indiano Seattle già nel 1852, “La Terra su cui viviamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”: solo con la prospettiva del futuro, si può garantire un presente a chi verrà dopo di noi.

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