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ATTUALITA'

#iPartitidelLunedì – Conosciamo il PD

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di Alice Cocurullo

– Viste le ultime vicissitudini in casa PD, andiamo a scoprire insieme cos’è stato il Partito Democratico, cos’è diventato e come mai abbia deciso di prendere oggi una strada così diversificata.

COS’È IL PARTITO DEMOCRATICO?

Il Partito Democratico, nato ufficialmente nel 2007 e presidenziato da Matteo Orfini dal 2014, è il partito di centro-sinistra più influente d’Italia. Il segretario è stato fin’ora, come tutti hanno imparato a conoscere, Matteo Renzi ed il portavoce è Lorenzo Guerini.

Partito europeista, socialdemocratico e socialcristiano, è ora come ora il più importante a livello di seggi: ben 303 alla Camera, 113 al Senato e 29 all’Europarlamento (nel Partito del Socialismo Europeo), sfiorando inoltre i 400 mila iscritti.

SEDE E SIMBOLO

Il 9 novembre 2009 venne inaugurata la sede nazionale del PD a Roma, in Piazza Sant’Anastasia.

«Il simbolo assume su di sé l’identità nazionale con molta forza. Infatti, i tre colori rispondono a tre tradizioni diverse dell’Italia. Il verde è la tradizione laica e ambientalista, il bianco è il solidarismo cattolico, il rosso è il colore del lavoro e del socialismo. Il risultato è una sintesi molto forte»: le parole di Ermete Realacci – responsabile della comunicazione del Partito – il quale presentò il simbolo tricolore ufficiale elaborato da Nicola Storto il 21 novembre 2009.

LA NASCITA

I primi disegni del Partito vennero delineati tra le pagine del Foglio e de la Repubblica nel 2003 da Michele Salviati. La bozza comprendeva l’unione di Democratici di Sinistra, Libertà – La Margherita, Socialisti Democratici Italiani e Movimento Repubblicani Italiani. Questa somma di partiti riformisti e moderati sfociò nella lista Uniti nell’Ulivo: di sinistra moderata. Alle elezioni europee del 2004 guadagnò ben il 31,1% dei voti, eleggendo 25 europarlamentari.

Nel 2005 Romano Prodi divenne leader dell’Unione (frutto dell’alleanza con le opposizioni del momento) in vista delle elezioni parlamentari. Ciascun partito avrebbe corso con il proprio simbolo al Senato, ma alla lista unitaria non partecipò lo SDI, convertitosi alla Rosa nel pugno e dichiaratosi contrario all’Unione (di centro-sinistra).

La nascita del Partito Democratico è datata 2007, a seguito dell’ultimo congresso dei Democratici di Sinistra e al Manifesto di Prodi ed il seguente abbandono del Correntone. A Piero Fassino venne affidata la segreteria.

IL SEGRETARIO VELTRONI

Nel 2007, il Comitato 14 ottobre – chiamato così perché quella era la data imposta per l’elezione dell’Assemblea Costituente intenta alla creazione del nuovo Partito – si riunì il 23 maggio. Tale comitato venne criticato sia per la scarsa presenza di donne che per l’assenza di giovani sotto i 40 anni. Vincitore delle primarie fu Walter Veltroni e lo Statuto, il Manifesto dei Valori e il Codice Etico del nuovo Partito vennero istituiti (approvati nel febbraio 2008). A novembre vennero eletti i segretari regionali.

Il segretario Walter Veltroni, l’11 novembre, lanciò una nuova proposta di legge elettorale – intenta alla modifica della Costituzione nell’ambito anche della Camera dei Deputati, volendo creare un sistema bipartitico che avrebbe tenuto fuori dal parlamento i partiti più piccoli. Subito si erse una muraglia di opposizione rappresentata principalmente da Berlusconi (intento a far cadere il secondo governo di Prodi), ma alla fine, la Lega Nord, l’UDC e soprattutto Alleanza Nazionale gli si posero contro, tanto che Berlusconi fu costretto ad approvare insieme al segretario alcune riforme istituzionali.

Veltroni aveva dichiarato che alle elezioni non si sarebbe coalizzato con nessun altro partito politico, mentre invece si alleò con l’Italia Dei Valori. Clemente Mastella (della formazione dell’Udeur) temendo di rimanere fuori dal parlamento perché a capo di un piccolo partito, innescò una crisi di governo. Il 24 gennaio 2008 il Governo Prodi venne così sfiduciato al Senato. Il centro-destra si rimise in marcia in opposizione al PD, accecato dal barlume di una nuova possibile vincita elettorale.
Nei giorni successivi allo scioglimento delle Camere, il PD si alleò anche con i Radicali Italiani, ma non riuscì a convincere i Socialisti Italiani, gelosi del proprio simbolo. Nacquero polemiche riguardo l’esclusione di uomini a seguito di più legislature (regola non valida per Veltroni, ad esempio) e di molte donne.
Alle elezioni politiche del 2008 PD e Italia dei Valori raccolsero il 37,546% dei consensi alla Camera e il 38,010% al Senato, contro circa il 47% da entrambe le parti della coalizione avversaria (Berlusconi).
Durante alcune elezioni regionali, il partito cominciò a perder colpi e vittima di diverse critiche, Veltroni decise di dimettersi.
 IL SEGRETARIO FRANCESCHINI
Il 21 febbraio, l’Assemblea Nazionale fu costretta a riunirsi per decidere sulle sorti del Partito. O le primarie (proponendo momentaneamente alla segreteria Arturo Parisi), o, vista la vicinanza delle elezioni europee, istituire il vicesegretario di Veltroni, Dario Franceschini.
Con ben 1.047 voti contro i 92 per Parisi, fu Dario Franceschini ad aggiudicarsi il titolo di nuovo Segretario nazionale del Partito annunciando subito la propria intenzione di voler ringiovanire il partito e renderlo più autorevole in ambito di opposizione al Governo (puntando soprattutto sul tema della crisi economica e finanziaria). Elesse infatti subito una segreteria tutta nuova, facendo cadere con Veltroni anche le nomine da lui scelte (tra cui il Governo ombra).
 ELEZIONI EUROPEE 2009
Alle elezioni del 2009 il Partito Democratico del nuovo segretario ottenne il 26,1% dei voti, perdendo circa il 7% dei consensi rispetto alle politiche del 2008 (a quel tempo la lista comprendeva anche i Radicali, vincitori, in questo caso del 2,4% di voti).
IL SEGRETARIO BERSANI
Per l’11 ottobre del 2009 venne fissata la nuova convenzione e per il 25 ottobre le nuove primarie (che videro in corsa Amerigo Rutigliano, Pierluigi Bersani, Ignazio Marino e, inaspettatamente, nuovamente Franceschini). Rutigliano, venne espulso perché accusato di essere stato votato, tra gli altri, da 500 persone non iscritte al PD – in quel momento il partito contava 820.607 iscritti.
Pier Luigi Bersani ottenne 255.189 voti pari al 55,13%, Dario Franceschini, 171.041, pari al 36,95% e Ignazio Marino, 36.674, pari al 7,92%. Divenne dunque Bersani, in netto vantaggio, il nuovo segretario del partito.
La nuova assemblea nazionale elesse il 7 novembre 2009 Rosy Bindi come suo presidente ed Enrico Letta come vicesegretario del Partito.
Nacque in seguito, una coalizione tra PD, UdC di Casini e Rifondazione Comunista di Ferrero contro quella di PdL e Lega Nord.
 “NESSUN NUOVO PARTITO” E L’ABBANDONO DI RUTELLI E MRE
Francesco Rutelli e altri esponenti del PD, già da tempo critici nei confronti del nuovo partito a loro dire mai nato, decisero di lasciarlo definitivamente. Bersani avrebbe portato il partito verso una rotta democratica di sinistra, senza mantenere la promessa iniziale. Il 27 ottobre Rutelli fondò l’associazione Cambiamento e Buongoverno – estremamente contraria alle richieste di riconciliazione di D’Alema – composta da 10 ex-esponenti del partito.
Il 17 aprile 2010 anche il MRE di Luciana Sbarbati abbandonò.
ELEZIONI AMMINISTRATIVE E REFERENDUM 2011
Il PD, nelle elezioni regionali del 2010 si coallizzò con il centro in Liguria, Marche, Basilicata e Piemonte. In occasione delle elezioni amministrative del 15-16 maggio 2011, il partito in 21 dei 30 capoluoghi e in 7 delle 11 province chiamate al voto, si alleò con Italia dei Valori e Sinistra Ecologia Libertà. Il risultato della nuova coalizione: il trionfo.
Ai referendum del 12-13 giugno, tutti i partiti di centro-sinistra si dimostrarono a favore del SÌ per tutti e quattro i quesiti posti, raggiungendo la maggioranza dei voti.
L’APPOGGIO DI BERSANI AL GOVERNO MONTI
L’8 novembre 2011, il presidente Silvio Berlusconi, timoroso di perdere la maggioranza assoluta della sua coalizione di governo alla Camera, annunciò dopo aver incontrato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la propria intenzione di dimettersi, dopo tre giorni, dalla carica. Bersani si espresse subito a favore dell’esecutivo scelto dal Presidente – Mario Monti – perché tecnico ed economico, quindi utile per la situazione di crisi in corso. Francesco Boccia, Paolo Gentiloni e Pietro Ichino si schierarono con Bersani assieme a Vasco Errani, Rosy Bindi, Anna Finocchiaro ed Enrico Letta, contrastati però da Stefano Fassina, Cesare Damiano e Matteo Orfini, pur sempre ligi ad appoggiare il nuovo presidente.
ELEZIONI 2013
Il primo turno delle primarie della coalizione tra PD, SEL e PSI si è svolse il 25 novembre 2012, registrando l’affluenza al voto di più di 3 milioni di elettori; Bersani con il 44,9% dei consensi (1.395.096 voti), Renzi con il 35,5% (1.104.958 voti), Vendola con il 15,6% (485.689 voti), Puppato con il 2,6% (80.628 voti) e Tabacci all’1,4% (43.840 voti). Domenica 2 dicembre si è svolse il ballottaggio tra Bersani e Renzi: il primo ottenne il 60,9% dei voti (1.706.457) contro il 39,1% di Renzi (1.095.925). Pertanto Bersani fu il premier del centro-sinistra alle elezioni politiche del 2013.
Alla Camera il PD, primo partito italiano, ottenne il 25,4% dei voti (29,6% la coalizione di centro-sinistra); così come al Senato con il 27,4% (31,6% la coalizione), non sufficiente per creare un governo.
Il 24 e 25 febbraio del 2013 si svolsero anche le elezioni regionali in Lombardia, nel Lazio, e in Molise per la scelta dei nuovi presidenti di regione: Nicola Zingaretti del PD divinne il nuovo governatore nel Lazio col 40,65% dei voti e Paolo Di Laura Frattura, con oltre il 44% quello del Molise.
2013, LE DIMISSIONI DI BINDI E BERSANI
Il 19 aprile 2013, dopo la mancata elezione di Franco Marini e Romano Prodi come Presidente della Repubblica, Rosy Bindi decise di dimettersi, seguita poco dopo da Pier Luigi Bersani.
Il 20 aprile Giorgio Napolitano venne rieletto e si dimmesse l’intera Segreteria Nazionale con Bersani.
IL GOVERNO LETTA
Dopo le dimissioni, fu Enrico Letta, eletto il 24 aprile 2013 e in carica dal 28 a ricevere l’affidamento del governo formando in pochi giorni una maggioranza formata da PD, PdL e Scelta Civica.
IL SEGRETARIO EPIFANI
In seguito alle dimissioni di Pier Luigi Bersani, l’11 maggio 2013 Guglielmo Epifani venne eletto nuovo segretario del partito con 458 voti, l’85,8% dei consensi.
IL GOVERNO RENZI
Il 13 febbraio 2014 il premier Letta venne sfiduciato da una mozione di Matteo Renzi nella Direzione Nazionale del Partito Democratico; il 17 febbraio Renzi divenne quindi presidente del Consiglio, fiducioso di ottenere un “governo di larghe intese”.
 ELEZIONI 2014
Il 16 febbraio e il 25 maggio del 2014 alle elezioni regionali in Sardegna, Piemonte e Abruzzo, rispettivamente Francesco Pigliaru, Sergio Chiamparino e Luciano D’Alfonso, esponenti del PD, ottengono il successo con rispettivamente il 42,45%, 47,09% e il 46,26% dei consensi.
Il 25 maggio, alle elezioni europee, il partito raggiunse il 40,81% dei consensi pari a 11 172 861 voti, ottenendo 10 nuovi seggi al parlamento europeo e la supremazia numerica nel PSE e dell’Assemblea sopra al Movimento 5 Stelle.
Il 23 novembre, alle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale in Emilia-Romagna e in Calabria, vinsero rispettivamente Stefano Bonaccini col 49% (lista PD con il 44%) e Mario Oliverio col 61% dei voti (lista PD con il 23%).
ELEZIONI 2015 E ABBANDONI
In gennaio si svolsero in Liguria le primarie per le regionali del 31 maggio. Vinse Raffaella Paita con il 52% dei voti, ma Sergio Cofferati, secondo arrivato col 46%, uscì dal PD denunciando la scarsa veridicità nel conteggio dei voti. Poco dopo lasciò il PD anche il sindaco di Bogliasco Luca Pastorino, convertendosi alle liste di sinistra quali SEL e PRC.
Tommaso Currò, Alessio Tacconi e Gessica Rostellato, ex grillini, si convertirono in aprile al PD.
In maggio, Guglielmo Vaccaro e Giuseppe Civati abbandonarono il partito per alcune divergenze con altri rappresentanti e per l’approvazione della legge elettorale Italicum di Renzi.
Il 31 maggio si svolsero le elezioni regionali in Liguria (Raffaella Paita 27,8%, PD 24%), Veneto, Toscana (Enrico Rossi 48%), Umbria (Catiuscia Marini 42,8%, PD 35%), Campania (Vincenzo de Luca 41,1%, PD 19%), Marche (Luca Cerisoli 41%, PD 36%), Puglia (Michele Emiliano, lista 47%) e comunali in varie città, perdendo Venezia e Matera.
Il 24 giugno Stefano Fassina – viceministro dell’Economia del governo Letta – e Monica Gregori lasciarono il partito, amareggiati dalle nuove scelte politiche quali la nuova legge scolastica (Buona Scuola), seguiti il 28 ottobre dal senatore Corradino Mineo (causa Jobs Act, riforma scolastica, Italicum, Rai e DDL Boschi della Riforma della Costituzione) ed in novembre da Alfredo D’Attorre, Carlo Galli, Vincenzo Folino e Giovanna Martelli (causa: completa assenza di dialogo all’interno del Partito).
BANCAROTTA DELL’UNITÀ
Nel mese di novembre venne dichiarata anche la bancarotta (125.000.000€) del quotidiano del partito l’Unità. Il partito fu costretto a versare 107 milioni di euro alle banche creditrici, secondo la Legge 11 luglio 1998, n. 224, dopo i tentativi vani di ridar vita al proprio giornale.
IL SEGRETARIO AD INTERIM ORFINI
Il 19 febbraio 2017, a seguito delle dimissioni di Renzi, il Presidente del partito Matteo Orfini è stato nominato segretario ad interim, ovvero “nel frattempo”, prima delle primarie che ci saranno in maggio (il congresso del PD avrebbe dovuto svolgersi tra settembre e dicembre, 4 anni dopo quello del 2013).
LA SCISSIONE
L’Assemblea si è riunita domenica 19 febbraio per decidere delle sorti del Partito post dimissioni dell’ex segretario Matteo Renzi. Orfini ha quindi indetto una convocazione della direzione per martedì 21 febbraio, lasciando 48 per l’organizzazione di Renzi (che spera nelle prime del 9 aprile) e della minoranza intenta a creare un nuovo Partito favorevole al Governo Gentiloni.
Pare si candideranno Renzi, Speranza, Rossi, Emiliano, Orlando (postosi in una posizione estremamente ostile nei confronti di Renzi, ma contro anche alla minoranza, ritenendo la scissione una scelta errata) ed il renziano Damiano.
Veltroni e Franceschini si sono dimostrati contrari alla scissione.

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MAFIA/Il boss arrestato chiede pietà

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Chi era Matteo Messina Denaro?

Matteo Messina Denaro è stato uno dei più famosi boss della mafia siciliana, noto anche come “Diabolik”. Nato a Castelvetrano, in Sicilia, nel 1962, iniziò la sua carriera criminale all’età di 20 anni, diventando rapidamente un membro di spicco della famiglia mafiosa di Castelvetrano. Messina Denaro è stato un membro attivo della mafia siciliana sin dalla sua giovinezza, e ha rapidamente scalato i ranghi dell’organizzazione per diventare uno dei principali leader della famiglia mafiosa dei Corleonesi. E nel 1986 ha preso il controllo della famiglia dopo la cattura e l’arresto del boss Salvatore Riina, e ha continuato a condurre le attività criminali dell’organizzazione.

Denaro è stato uno dei principali obiettivi della lotta contro la mafia in Italia, e le autorità hanno fatto numerosi tentativi per catturarlo. Nonostante questi sforzi, è riuscito a evitare l’arresto per decenni, diventando uno dei criminali più ricercati del paese.

Messina Denaro è accusato di numerosi omicidi, tra cui quelli dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Inoltre è accusato di estorsione, usura, traffico di droga e di essere il responsabile delle attività illegali della famiglia mafiosa di Castelvetrano.

Il rapimento di Giuseppe Di Matteo

Un tragico evento avvenuto ventisette anni fà quando un commando di mafiosi per ordine di Matteo Messina Denaro rapì Giuseppe Di Matteo, un bambino di soli 12 anni che perse la sua vita dopo 779 giorni di prigionia, quando uno tra i quaranta mafiosi che si trovavano dietro a questa terribile decisione, il boss Giovanni Brusca lo strangolò e poi lo sciolse nell’acido perché era figlio del mafioso Santino Di Matteo, che ha deciso di collaborare con la giustizia . Oggi la famiglia continua a ricordare Giuseppe e i terribili giorni di vent’anni fà : “In 25 anni – racconta il fratello Nicola – non sono riuscito ad andare sul luogo del suo martirio. L’ho fatto solamente qualche giorno prima di Natale. E vedere il casolare di campagna e’ stato come tornare indietro all’orrore di quei giorni…Mio fratello è vivo nella memoria di tutti, ma avrei preferito morire io al suo posto»

Fuggito nel 1993, fu dichiarato latitante e si nascose per molti anni, diventando una delle figure più ricercate dalle forze dell’ordine. Nonostante le numerose operazioni di polizia e l’arresto di molti dei suoi collaboratori, Messina Denaro ha evitato la cattura fino ad oggi, 16 gennaio 2023. Si ritiene che dalla prigione sia ancora attivo e che controlli ancora gran parte delle attività criminali della mafia siciliana.

L’arresto e l’inchiesta di Denaro

L’arresto è avvenuto il 16 gennaio a Castelvetrano, dove il boss si trovava presso la clinica Maddalena di Palermo per svolgere, sotto falso nome, una seduta di chemioterapia.
La casa di cura era stata circondata precedentemente da decine di uomini del Ros, che hanno allontanato i pazienti sul posto. Al momento dell’arresto il capomafia ha tentato di allontanarsi, senza opporre resistenza. Davanti al carabiniere che stava per arrestarlo ha subito dichiarato “Sono Matteo Messina Denaro”.
L’inchiesta che ha portato all’arresto del boss era stata cordinata dal procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, e dal procuratore Paolo Guido.
Matteo Messina Denaro verrà trasferito in un carcere di massima sicurezza, dove egli potrà continuare a curarsi.
La presidente del consiglio, Giorgia Meloni, ha successivamente dichiarato “È una giornata  storica, un giorno di festa per le persone per bene, per le famiglie delle vittime della mafia, perché il sacrificio di tanti eroi non era vano.” L’arresto ha sollevato anche qualche dubbio.

Alcuni infatti si chiedono se la cattura non fosse in realtà una messinscena: si è parlato infatti di un possibile accordo dove il boss sarebbe stato arrestato in cambio di protezione viste le sue condizioni di salute.

Matteo Messina Denaro è davvero cambiato? Ci sarà mai una collaborazione con le autorità?

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DALL'EUROPA

MODA/Un italiano al timone di Luis Vuitton

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Pietro Beccari è il nuovo amministratore delegato e presidente di Louis Vuitton. Un italiano, dunque, guiderà la marca francese di lusso più nota al mondo fondata da Bernard Arnault. Beccari succederà a Michael Burke. Mentre alla guida di Dior andrà Delphine Arnault, figlia primogenita dell’imprenditore attualmente “uomo più ricco del mondo” secondo Forbes. Un cambio ai vertici che era nell’aria e attendeva solo la conferma ufficiale. Questo è forse il primo dei molti i cambiamenti che attendono il mondo della moda per questo 2023, nel management come nelle direzioni creative.

Pietro Beccari, parmense classe 1967, ha iniziato il suo percorso professionale nel settore marketing di Benckiser (Italia) e Parmalat (Usa), per poi passare alla direzione generale di Henkel in Germania, dove ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della divisione Haircare.

Nel 2006 è entrato in LVMH in qualità di vicepresidente esecutivo marketing e comunicazione per Louis Vuitton, prima di diventare Presidente e ceo di Fendi nel 2012. Da febbraio 2018 è presidente e ceo di Christian Dior Couture, oltre che membro del comitato esecutivo di LVMH.

“Pietro Beccari”, ha commentato Bernard Arnault, fondatore e CEO di LVMH: “ha svolto un lavoro eccezionale in Christian Dior negli ultimi cinque anni. La sua leadership ha accelerato il fascino e il successo di questa iconica Maison. I valori di eleganza di Monsieur Dior e il suo spirito innovativo hanno ricevuto una nuova intensità, supportata da designer di grande talento. La reinvenzione della storica boutique al 30 di Montaigne è emblematica di questo slancio. Sono certo che Pietro condurrà Louis Vuitton a un nuovo livello di successo e di desiderabilità”.

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ATTUALITA'

SCONTRO TRA TIFOSI SULLA A1/ quando la partita si “gioca” anche fuori dal campo

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Domenica otto gennaio, sulla A1, i tifosi del Napoli battezzano l’anno nuovo con le spranghe.

È l’area di servizio Badia al Pino, nei pressi di Arezzo, l’autogrill che ha dato luogo allo scontro tra gli ultrà del Napoli e quelli della Roma.

Secondo quanto riportato dalle fonti della polizia, sarebbero 80 tifosi partenopei che, con certezza, erano presenti in quel luogo al momento delle scontro con gli abitanti della capitale, e che stanno cercando di identificare.

Invece, quattro sarebbero i tifosi napoletani, di età compresa tra i 21 e i 27 anni, ad essere stati inseguiti e successivamente fermati dagli agenti di polizia, intenti a forzare un posto di blocco a Genova Nervi. Nel loro bagagliaio erano presenti delle mazze.

 

La ricostruzione dei fatti:

Secondo i dati riportati, i tifosi napoletani diretti a Genova, che si sono fermati nell’area di servizio che ha ospitato lo scontro, sarebbero stati circa 350. A intervenire subito sul luogo è stato il personale delle forze di polizia di Arezzo, che ha impedito che la situazione, già critica di per sé, si aggravasse in modo precipitoso. Il corpo di polizia avrebbe, infatti, fermato in tempo il transito di tifosi romanisti i quali, si era appreso, che fossero diretti nello stesso itinerario, per raggiungere lo stadio San Siro di Milano(per lo scontro con il Milan).

Ad aggiungersi a quelli provenienti da Arezzo, sarebbero stati altri agenti, diretti da Arno.

I tifosi della Roma in transito raccontano del loro viaggio verso Milano: una volta nei pressi di Genova, entrati a conoscenza della presenza dei partenopei nelle vicinanze, la marcia sarebbe rallentata, fino a fermarsi all’area di sosta. Proprio in questo luogo, una parte dei tifosi campani, posizionatosi lungo la recinzione, ha iniziato a scagliare oggetti contro le autovetture degli avversari.

Immediatamente, entrambi gli esponenti delle tifoserie si sono trasferiti verso l’uscita dell’area di sosta, dove i lanci di oggetti, quali bottiglie, coltelli, spranghe, fumogeni e non solo, sono continuati per brevi attimi; proprio in questo momento, un tifoso romanista sarebbe rimasto ferito da un’arma da taglio risultando in codice giallo.

In seguito all’accaduto, i tifosi romanisti sarebbero poi ripartiti dopo poco tempo, mentre i napoletani scortati dalle forze di polizia fino alla Stadio Luigi Ferraris di Genova, dove si é tenuto il match Sampdoria-Napoli.

In direzione nord, l’autostrada é rimasta chiusa per circa cinquanta minuti.

Quanto accaduto non risulta essere un fatto eccezionale. Gli scontri tra squadre avversarie, scaturiti dal desiderio di vendetta, o da semplice smania di violenza, avvengono, purtroppo, in modo molto frequente; esattamente come furti e atti vandalici nelle aree di servizio.

E allora diventa inevitabile domandarsi: è lecito che il tifo si trasformi in delinquenza?

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