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ATTUALITA'

#iPartitidelLunedì – Conosciamo il PD

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di Alice Cocurullo

– Viste le ultime vicissitudini in casa PD, andiamo a scoprire insieme cos’è stato il Partito Democratico, cos’è diventato e come mai abbia deciso di prendere oggi una strada così diversificata.

COS’È IL PARTITO DEMOCRATICO?

Il Partito Democratico, nato ufficialmente nel 2007 e presidenziato da Matteo Orfini dal 2014, è il partito di centro-sinistra più influente d’Italia. Il segretario è stato fin’ora, come tutti hanno imparato a conoscere, Matteo Renzi ed il portavoce è Lorenzo Guerini.

Partito europeista, socialdemocratico e socialcristiano, è ora come ora il più importante a livello di seggi: ben 303 alla Camera, 113 al Senato e 29 all’Europarlamento (nel Partito del Socialismo Europeo), sfiorando inoltre i 400 mila iscritti.

SEDE E SIMBOLO

Il 9 novembre 2009 venne inaugurata la sede nazionale del PD a Roma, in Piazza Sant’Anastasia.

«Il simbolo assume su di sé l’identità nazionale con molta forza. Infatti, i tre colori rispondono a tre tradizioni diverse dell’Italia. Il verde è la tradizione laica e ambientalista, il bianco è il solidarismo cattolico, il rosso è il colore del lavoro e del socialismo. Il risultato è una sintesi molto forte»: le parole di Ermete Realacci – responsabile della comunicazione del Partito – il quale presentò il simbolo tricolore ufficiale elaborato da Nicola Storto il 21 novembre 2009.

LA NASCITA

I primi disegni del Partito vennero delineati tra le pagine del Foglio e de la Repubblica nel 2003 da Michele Salviati. La bozza comprendeva l’unione di Democratici di Sinistra, Libertà – La Margherita, Socialisti Democratici Italiani e Movimento Repubblicani Italiani. Questa somma di partiti riformisti e moderati sfociò nella lista Uniti nell’Ulivo: di sinistra moderata. Alle elezioni europee del 2004 guadagnò ben il 31,1% dei voti, eleggendo 25 europarlamentari.

Nel 2005 Romano Prodi divenne leader dell’Unione (frutto dell’alleanza con le opposizioni del momento) in vista delle elezioni parlamentari. Ciascun partito avrebbe corso con il proprio simbolo al Senato, ma alla lista unitaria non partecipò lo SDI, convertitosi alla Rosa nel pugno e dichiaratosi contrario all’Unione (di centro-sinistra).

La nascita del Partito Democratico è datata 2007, a seguito dell’ultimo congresso dei Democratici di Sinistra e al Manifesto di Prodi ed il seguente abbandono del Correntone. A Piero Fassino venne affidata la segreteria.

IL SEGRETARIO VELTRONI

Nel 2007, il Comitato 14 ottobre – chiamato così perché quella era la data imposta per l’elezione dell’Assemblea Costituente intenta alla creazione del nuovo Partito – si riunì il 23 maggio. Tale comitato venne criticato sia per la scarsa presenza di donne che per l’assenza di giovani sotto i 40 anni. Vincitore delle primarie fu Walter Veltroni e lo Statuto, il Manifesto dei Valori e il Codice Etico del nuovo Partito vennero istituiti (approvati nel febbraio 2008). A novembre vennero eletti i segretari regionali.

Il segretario Walter Veltroni, l’11 novembre, lanciò una nuova proposta di legge elettorale – intenta alla modifica della Costituzione nell’ambito anche della Camera dei Deputati, volendo creare un sistema bipartitico che avrebbe tenuto fuori dal parlamento i partiti più piccoli. Subito si erse una muraglia di opposizione rappresentata principalmente da Berlusconi (intento a far cadere il secondo governo di Prodi), ma alla fine, la Lega Nord, l’UDC e soprattutto Alleanza Nazionale gli si posero contro, tanto che Berlusconi fu costretto ad approvare insieme al segretario alcune riforme istituzionali.

Veltroni aveva dichiarato che alle elezioni non si sarebbe coalizzato con nessun altro partito politico, mentre invece si alleò con l’Italia Dei Valori. Clemente Mastella (della formazione dell’Udeur) temendo di rimanere fuori dal parlamento perché a capo di un piccolo partito, innescò una crisi di governo. Il 24 gennaio 2008 il Governo Prodi venne così sfiduciato al Senato. Il centro-destra si rimise in marcia in opposizione al PD, accecato dal barlume di una nuova possibile vincita elettorale.
Nei giorni successivi allo scioglimento delle Camere, il PD si alleò anche con i Radicali Italiani, ma non riuscì a convincere i Socialisti Italiani, gelosi del proprio simbolo. Nacquero polemiche riguardo l’esclusione di uomini a seguito di più legislature (regola non valida per Veltroni, ad esempio) e di molte donne.
Alle elezioni politiche del 2008 PD e Italia dei Valori raccolsero il 37,546% dei consensi alla Camera e il 38,010% al Senato, contro circa il 47% da entrambe le parti della coalizione avversaria (Berlusconi).
Durante alcune elezioni regionali, il partito cominciò a perder colpi e vittima di diverse critiche, Veltroni decise di dimettersi.
 IL SEGRETARIO FRANCESCHINI
Il 21 febbraio, l’Assemblea Nazionale fu costretta a riunirsi per decidere sulle sorti del Partito. O le primarie (proponendo momentaneamente alla segreteria Arturo Parisi), o, vista la vicinanza delle elezioni europee, istituire il vicesegretario di Veltroni, Dario Franceschini.
Con ben 1.047 voti contro i 92 per Parisi, fu Dario Franceschini ad aggiudicarsi il titolo di nuovo Segretario nazionale del Partito annunciando subito la propria intenzione di voler ringiovanire il partito e renderlo più autorevole in ambito di opposizione al Governo (puntando soprattutto sul tema della crisi economica e finanziaria). Elesse infatti subito una segreteria tutta nuova, facendo cadere con Veltroni anche le nomine da lui scelte (tra cui il Governo ombra).
 ELEZIONI EUROPEE 2009
Alle elezioni del 2009 il Partito Democratico del nuovo segretario ottenne il 26,1% dei voti, perdendo circa il 7% dei consensi rispetto alle politiche del 2008 (a quel tempo la lista comprendeva anche i Radicali, vincitori, in questo caso del 2,4% di voti).
IL SEGRETARIO BERSANI
Per l’11 ottobre del 2009 venne fissata la nuova convenzione e per il 25 ottobre le nuove primarie (che videro in corsa Amerigo Rutigliano, Pierluigi Bersani, Ignazio Marino e, inaspettatamente, nuovamente Franceschini). Rutigliano, venne espulso perché accusato di essere stato votato, tra gli altri, da 500 persone non iscritte al PD – in quel momento il partito contava 820.607 iscritti.
Pier Luigi Bersani ottenne 255.189 voti pari al 55,13%, Dario Franceschini, 171.041, pari al 36,95% e Ignazio Marino, 36.674, pari al 7,92%. Divenne dunque Bersani, in netto vantaggio, il nuovo segretario del partito.
La nuova assemblea nazionale elesse il 7 novembre 2009 Rosy Bindi come suo presidente ed Enrico Letta come vicesegretario del Partito.
Nacque in seguito, una coalizione tra PD, UdC di Casini e Rifondazione Comunista di Ferrero contro quella di PdL e Lega Nord.
 “NESSUN NUOVO PARTITO” E L’ABBANDONO DI RUTELLI E MRE
Francesco Rutelli e altri esponenti del PD, già da tempo critici nei confronti del nuovo partito a loro dire mai nato, decisero di lasciarlo definitivamente. Bersani avrebbe portato il partito verso una rotta democratica di sinistra, senza mantenere la promessa iniziale. Il 27 ottobre Rutelli fondò l’associazione Cambiamento e Buongoverno – estremamente contraria alle richieste di riconciliazione di D’Alema – composta da 10 ex-esponenti del partito.
Il 17 aprile 2010 anche il MRE di Luciana Sbarbati abbandonò.
ELEZIONI AMMINISTRATIVE E REFERENDUM 2011
Il PD, nelle elezioni regionali del 2010 si coallizzò con il centro in Liguria, Marche, Basilicata e Piemonte. In occasione delle elezioni amministrative del 15-16 maggio 2011, il partito in 21 dei 30 capoluoghi e in 7 delle 11 province chiamate al voto, si alleò con Italia dei Valori e Sinistra Ecologia Libertà. Il risultato della nuova coalizione: il trionfo.
Ai referendum del 12-13 giugno, tutti i partiti di centro-sinistra si dimostrarono a favore del SÌ per tutti e quattro i quesiti posti, raggiungendo la maggioranza dei voti.
L’APPOGGIO DI BERSANI AL GOVERNO MONTI
L’8 novembre 2011, il presidente Silvio Berlusconi, timoroso di perdere la maggioranza assoluta della sua coalizione di governo alla Camera, annunciò dopo aver incontrato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la propria intenzione di dimettersi, dopo tre giorni, dalla carica. Bersani si espresse subito a favore dell’esecutivo scelto dal Presidente – Mario Monti – perché tecnico ed economico, quindi utile per la situazione di crisi in corso. Francesco Boccia, Paolo Gentiloni e Pietro Ichino si schierarono con Bersani assieme a Vasco Errani, Rosy Bindi, Anna Finocchiaro ed Enrico Letta, contrastati però da Stefano Fassina, Cesare Damiano e Matteo Orfini, pur sempre ligi ad appoggiare il nuovo presidente.
ELEZIONI 2013
Il primo turno delle primarie della coalizione tra PD, SEL e PSI si è svolse il 25 novembre 2012, registrando l’affluenza al voto di più di 3 milioni di elettori; Bersani con il 44,9% dei consensi (1.395.096 voti), Renzi con il 35,5% (1.104.958 voti), Vendola con il 15,6% (485.689 voti), Puppato con il 2,6% (80.628 voti) e Tabacci all’1,4% (43.840 voti). Domenica 2 dicembre si è svolse il ballottaggio tra Bersani e Renzi: il primo ottenne il 60,9% dei voti (1.706.457) contro il 39,1% di Renzi (1.095.925). Pertanto Bersani fu il premier del centro-sinistra alle elezioni politiche del 2013.
Alla Camera il PD, primo partito italiano, ottenne il 25,4% dei voti (29,6% la coalizione di centro-sinistra); così come al Senato con il 27,4% (31,6% la coalizione), non sufficiente per creare un governo.
Il 24 e 25 febbraio del 2013 si svolsero anche le elezioni regionali in Lombardia, nel Lazio, e in Molise per la scelta dei nuovi presidenti di regione: Nicola Zingaretti del PD divinne il nuovo governatore nel Lazio col 40,65% dei voti e Paolo Di Laura Frattura, con oltre il 44% quello del Molise.
2013, LE DIMISSIONI DI BINDI E BERSANI
Il 19 aprile 2013, dopo la mancata elezione di Franco Marini e Romano Prodi come Presidente della Repubblica, Rosy Bindi decise di dimettersi, seguita poco dopo da Pier Luigi Bersani.
Il 20 aprile Giorgio Napolitano venne rieletto e si dimmesse l’intera Segreteria Nazionale con Bersani.
IL GOVERNO LETTA
Dopo le dimissioni, fu Enrico Letta, eletto il 24 aprile 2013 e in carica dal 28 a ricevere l’affidamento del governo formando in pochi giorni una maggioranza formata da PD, PdL e Scelta Civica.
IL SEGRETARIO EPIFANI
In seguito alle dimissioni di Pier Luigi Bersani, l’11 maggio 2013 Guglielmo Epifani venne eletto nuovo segretario del partito con 458 voti, l’85,8% dei consensi.
IL GOVERNO RENZI
Il 13 febbraio 2014 il premier Letta venne sfiduciato da una mozione di Matteo Renzi nella Direzione Nazionale del Partito Democratico; il 17 febbraio Renzi divenne quindi presidente del Consiglio, fiducioso di ottenere un “governo di larghe intese”.
 ELEZIONI 2014
Il 16 febbraio e il 25 maggio del 2014 alle elezioni regionali in Sardegna, Piemonte e Abruzzo, rispettivamente Francesco Pigliaru, Sergio Chiamparino e Luciano D’Alfonso, esponenti del PD, ottengono il successo con rispettivamente il 42,45%, 47,09% e il 46,26% dei consensi.
Il 25 maggio, alle elezioni europee, il partito raggiunse il 40,81% dei consensi pari a 11 172 861 voti, ottenendo 10 nuovi seggi al parlamento europeo e la supremazia numerica nel PSE e dell’Assemblea sopra al Movimento 5 Stelle.
Il 23 novembre, alle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale in Emilia-Romagna e in Calabria, vinsero rispettivamente Stefano Bonaccini col 49% (lista PD con il 44%) e Mario Oliverio col 61% dei voti (lista PD con il 23%).
ELEZIONI 2015 E ABBANDONI
In gennaio si svolsero in Liguria le primarie per le regionali del 31 maggio. Vinse Raffaella Paita con il 52% dei voti, ma Sergio Cofferati, secondo arrivato col 46%, uscì dal PD denunciando la scarsa veridicità nel conteggio dei voti. Poco dopo lasciò il PD anche il sindaco di Bogliasco Luca Pastorino, convertendosi alle liste di sinistra quali SEL e PRC.
Tommaso Currò, Alessio Tacconi e Gessica Rostellato, ex grillini, si convertirono in aprile al PD.
In maggio, Guglielmo Vaccaro e Giuseppe Civati abbandonarono il partito per alcune divergenze con altri rappresentanti e per l’approvazione della legge elettorale Italicum di Renzi.
Il 31 maggio si svolsero le elezioni regionali in Liguria (Raffaella Paita 27,8%, PD 24%), Veneto, Toscana (Enrico Rossi 48%), Umbria (Catiuscia Marini 42,8%, PD 35%), Campania (Vincenzo de Luca 41,1%, PD 19%), Marche (Luca Cerisoli 41%, PD 36%), Puglia (Michele Emiliano, lista 47%) e comunali in varie città, perdendo Venezia e Matera.
Il 24 giugno Stefano Fassina – viceministro dell’Economia del governo Letta – e Monica Gregori lasciarono il partito, amareggiati dalle nuove scelte politiche quali la nuova legge scolastica (Buona Scuola), seguiti il 28 ottobre dal senatore Corradino Mineo (causa Jobs Act, riforma scolastica, Italicum, Rai e DDL Boschi della Riforma della Costituzione) ed in novembre da Alfredo D’Attorre, Carlo Galli, Vincenzo Folino e Giovanna Martelli (causa: completa assenza di dialogo all’interno del Partito).
BANCAROTTA DELL’UNITÀ
Nel mese di novembre venne dichiarata anche la bancarotta (125.000.000€) del quotidiano del partito l’Unità. Il partito fu costretto a versare 107 milioni di euro alle banche creditrici, secondo la Legge 11 luglio 1998, n. 224, dopo i tentativi vani di ridar vita al proprio giornale.
IL SEGRETARIO AD INTERIM ORFINI
Il 19 febbraio 2017, a seguito delle dimissioni di Renzi, il Presidente del partito Matteo Orfini è stato nominato segretario ad interim, ovvero “nel frattempo”, prima delle primarie che ci saranno in maggio (il congresso del PD avrebbe dovuto svolgersi tra settembre e dicembre, 4 anni dopo quello del 2013).
LA SCISSIONE
L’Assemblea si è riunita domenica 19 febbraio per decidere delle sorti del Partito post dimissioni dell’ex segretario Matteo Renzi. Orfini ha quindi indetto una convocazione della direzione per martedì 21 febbraio, lasciando 48 per l’organizzazione di Renzi (che spera nelle prime del 9 aprile) e della minoranza intenta a creare un nuovo Partito favorevole al Governo Gentiloni.
Pare si candideranno Renzi, Speranza, Rossi, Emiliano, Orlando (postosi in una posizione estremamente ostile nei confronti di Renzi, ma contro anche alla minoranza, ritenendo la scissione una scelta errata) ed il renziano Damiano.
Veltroni e Franceschini si sono dimostrati contrari alla scissione.

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INFLAZIONE/Che succede?

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Per capire meglio quanto sta accadendo all’interno dei nostri supermercati, è necessario porsi una domanda: conosciamo il significato di inflazione? 

 

In poche parole, per inflazione, in economia, intendiamo quel fenomeno che riduce il valore della moneta nel tempo. Vale a dire che, con un euro, si possono acquistare al momento meno beni e servizi rispetto al passato. Dunque, questo implica che avvenga un aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi.

 

Secondo le statistiche, nel mese di settembre, il balzo dell’inflazione sarebbe arrivato a sfiorare il 9 %. A dimostrare questo fenomeno, ormai, non sono più esclusivamente i cosiddetti “energetici”, ma anche la stessa spesa al supermercato.

In particolare l’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, ha registrato un aumento del 8,9% su base annua.

Inoltre, per trovare una crescita dei prezzi nei supermercati superiore a quella registrata nel mese di settembre, è necessario risalire a luglio 1893.

L’Istat aggiunge che la causa dell’aumento dell’inflazione si debba soprattutto ai prezzi degli alimentari, a quelli dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona.

E nonostante rallentino di poco, contribuiscono in questa problematica anche gli energetici sia regolamentati che non regolamentati, che continuano a crescere in misura massiccia.

 

Prendendo atto della complessità che un fenomeno di questo calibro può dimostrare, presentiamo una sintesi, in alcuni punti, dell’intervento del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Nonostante risalga a giugno di quest’anno, lo consideriamo molto attuale, e le qualifiche di Visco sono certamente adeguate per discutere dell’argomento.

 

Il confronto

Per trattare una questione in continua evoluzione, Visco guarda prima allo spettro internazionale, evidenziando delle differenze tra gli Stati Uniti e i paesi dell’euro.

 

Oltre al disuguale aumento del prezzo del gas (graduale e limitato negli states, eccessivo da noi), si sono palesate le conseguenze delle risposte alla pandemia.

Le misure, divergenti certamente per la quantità di sostegni alla popolazione, sono state ingenti negli Stati Uniti, irrisorie nell’area dell’Euro. Queste hanno portato a un aumento del reddito su larga scala nei primi, una diminuzione dello stesso negli ultimi.

La disponibilità economica delle famiglie statunitensi si è tradotta in una crescente domanda di beni, seguita dalle strozzature della catena di approvigionamenti (da aspettarsi, dato che l’offerta globale non aveva ancora recuperato a causa della pandemia), e dal consequenziale aumento dei salari.

Considerando che nei paesi dell’euro il reddito e il PIL sono diminuiti, non stupisce che la crescita delle retribuzioni ammonti circa al 2% (contro il 5% statunitense).

 

A fronte di questi andamenti, i prezzi al consumo hanno progressivamente accelerato, e così l’inflazione. L’area dell’euro è stata la più colpita.

 

Le previsioni

Considerato il picco raggiunto nel mese di settembre, è concesso essere impazienti e impensieriti riguardo alla data di stabilizzazione dell’inflazione.

Si parla di “stabilizzazione” e non di “termine” perché la BCE, in condizioni normali, la mantiene al 2%.

Alle preoccupazioni, la risposta di Visco è sempre la stessa: non ci sono certezze. Infatti, come abbiamo verificato in questi mesi, le previsioni sono soggette a molti errori, imprevedibili, dovuti per esempio alle tensioni geopolitiche. Detto questo, si stima che l’inflazione scenderà al 2% nel 2024.

 

I rischi

Guardando alla nostra condizione, la preoccupazione maggiore è evidentemente la nascita di una spirale prezzi-salari.

In breve, è tale il fenomeno che, all’aumento dei salari per contrastare la crescita dei prezzi, porta all’ulteriore accrescimento di questi, come in una spirale senza fine.

Secondo Visco il rischio andrebbe monitorato, ma non sarebbe molto probabile nell’area dell’Euro.

I fattori che la impediscono, a parere del governatore, sono la trasparenza negli obiettivi e la credibilità della politica monetaria, la bassa domanda nell’area e la stessa moneta comune.

Inoltre si prenda atto che un aumento salariale, disposto in condizioni che lo permettono e sulla base delle variazioni della produttività, non avrebbe conseguenze sull’inflazione, al contrario di uno messo a punto per contrastare meccanicamente l’aumento dei prezzi.

 

La conclusione di Visco è concorde al suo pensiero filo-europeista, con parole di speranza per un futuro economicamente più forte. D’altro canto, la rassicurazione che le famiglie vorrebbero sentire è certamente più concreta, e in questo periodo di incertezze non può essere garantita. Nonostante ciò, rinnoviamo la speranza condivisa dal governatore della Banca d’Italia, e agiamo al meglio in ciò che ci compete, che sia il lavoro o lo studio, siamo solidali, miglioriamo quello che possiamo nell’immediato, e creiamo il nostro futuro.

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F1/La speranza è di colore rosso

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Nel cuore della Stiria al RedBull Ring, “qui a casa loro”, si ritrovano e tornano a vincere Leclerc con la Ferrari davanti a centomila Orange presenti in tutto il weekend; che vedono il loro beniamino, Max Verstappen, sorpassato per ben tre volte.

La settimana, il venerdì e la gara sprint

La settimana è stata teatro delle discussioni sulla strategia fallimentare della Ferrari a Silverstone sui social, sui media e in televisione.

È chiaro che in questo momento i ferraristi nel cuore hanno il monegasco che non è di certo il tipo di persona che piange sul latte versato. Il dito severo di Mattia Binotto verso Charles dopo la gara parla chiaro: “niente lamentele, ci rifaremo”.

Leclerc inaugura il weekend con sicurezza, fiducia nel team e voglia di vincere.

Con questa premessa sul circuito delle Alpi austriache viene introdotta la nuova formula di qualifiche già vista a Imola: il venerdì si svolgono le qualifiche a tempo sul giro che formano la griglia per la mini-gara del sabato, dalla durata di 45 minuti circa, il risultato della gara di Sabato forma le posizioni di partenza della domenica in cui si svolge la classica gara senza nessuna riduzione di giri.

Nelle qualifiche di venerdì c’è la fantastica pole di Verstappen che è seguito da Leclerc e Sainz, tutti e tre in meno di un decimo di secondo. Anche questa volta però il campione del mondo in carica “a casa sua” sembra avere qualcosa in più della rossa.

La gara sprint parte bene per l’olandese che approfitta della lotta tra i due Ferrari per fare vuoto. Leclerc dopo essersi liberato del compagno di squadra, lotta inutile figlia dei fatti di Silverstone, prova a prendere Max ma entrambi girano sugli stessi tempi e la sprint finisce come è partita.

Il team-radio di Charles, ovviamente deluso, a fine gara è: “domani lo andiamo a prendere”.

La gara

Nel giro di formazione l’atmosfera del RedBull Ring è surreale.

La pista è diventata completamente arancione per i fumogeni dei circa 20.000 Orange presenti nel circuito che sono in delirio vedendo partire la RedBull numero 1 davanti a tutti.

Sin dallo spegnimento dei semafori Leclerc non molla un secondo in più del dovuto a Max che dopo soltanto 13 giri viene sorpassato dal monegasco, all’interno di curva 4 dopo una staccata decisa e calcolata al millimetro, nel silenzio tombale dei tifosi di “super Max” che hanno già capito l’andazzo del “predestinato”. Verstappen rientra subito a cambiare le gomme, la sua RedBull è in crisi.

Il degrado della gomma media è alto e anche i due piloti Ferrari sono costretti a rientrare ai box al giro 28; dopo poco tempo Leclerc con gomma dura più fresca si trova di nuovo negli scarichi di Verstappen e lo svernicia per la seconda volta, in curva 3 senza risposta dell’olandese. Max entra di nuovo ai box e dopo qualche giro sono costretti ancora una volta pure i piloti Ferrari.

Così per la terza volta Leclerc si trova dietro al campione del mondo in carica con gomma più fresca, e sotto lo sguardo di un incredulo Christian Horner (team manager RedBull) supera il numero uno della scuderia di Milton Kaynes fuggendo via a bordo della sua F1-75. Sainz, qualche giro dopo, nel momento in cui avrebbe dovuto tirare la staccata a Max, ha un problema; il motore esplode e la macchina prende fuoco, per questo è costretto al ritiro.

La gara finisce al cardiopalma perché a Charles rimane schiacciato l’acceleratore ed è costretto a gestire la situazione con dietro Verstappen; nonostante questo il predestinato vince il GP con un: “yes!” liberatorio alla bandiera scacchi.

Conclusioni

Il monegasco risica qualche punticino a Verstappen e dimostra che la macchina è più competitiva che mai ma rimane il rammarico per Sainz che avrebbe sicuramente potuto lottare per la vittoria nel finale. Un favoloso Mick Schumacher termina al sesto posto tenendo dietro per quasi metà gara (e per tutta la gara sprint) Lewis Hamilton.

Prima la Francia, poi L’Ungheria e infine la pausa estiva delimitano questo mese di Luglio dove la Ferrari se vuole tornare in cima alla classifica deve lavorare duro per tenere questo gap di velocità superiore alla RedBull. Ovviamente il campionato dopo oggi non finisce qui.

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F1/La prima non si scorderà mai

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Nella storica Silverstone Carlos Sainz conquista la sua prima vittoria in carriera grazie in primis alla sua F1-75 e in secundis alla strategia Ferrari che inaspettatamente sacrifica Charles Leclerc.

Le qualifiche

Dopo l’amaro del Canada alla rossa serve una rivincita; il sabato diventa tempestoso e imprevedibile, ma nonostante questo le due monoposto si piazzano: in pole position con Sainz che non fa errori e in terza casella con Charles che sbaglia l’ultimo tentativo. In mezzo, come da prassi ormai, si posiziona il campione del mondo Max Verstappen che come il monegasco manca l’ultimo tentativo e proprio l’unico ostacolo che sembra dividere l’uno-due Ferrari dal trionfo è proprio l’olandese che vuole allungare nel mondiale.

La prima parte di gara

Il sole è coperto da nuvole poco minacciose e con le premesse di battaglia del sabato allo spegnimento dei semafori parte il Gran Premio che diventa immediatamente drammatico.

Verstappen con gomma morbida alla partenza prende subito la testa della gara, mentre nelle retrovie, dopo un contatto tra tre vetture, l’Alfa Romeo del cinese Guanyu Zhou si cappotta, scivolando terribilmente contro le reti che dividono la pista dal pubblico.

Il pilota è vivo solamente grazie al HALO poiché il roll-bar che avrebbe dovuto proteggerlo dal cappottamento inspiegabilmente si frantuma al contatto con l’asfalto.

La gara riprende dopo un’ora con la griglia di partenza iniziale e questa volta Sainz tira fuori gli attributi mantenendo la leadership su Max in modo aggressivo e deciso. Dopo pochi giri però la pressione del campione del mondo induce il pilota della rossa all’errore che perde la posizione. Tre giri dopo inaspettatamente il fondo nuovo della Red Bull di Verstappen si rompe e l’olandese scivola nelle retrovie, le due Ferrari sono al comando. Charles nonostante avesse perso una parte di ala anteriore, in una manovra di sorpasso su Perez che riesce soltanto a un fuoriclasse, dimostra che è molto più veloce di Carlos e freme chiedendo lo “swap” di posizioni ma dal muretto sono decisi a tenere lo spagnolo in testa.

Hamilton, che fino a questo momento della stagione non era in grado di competere, grazie a nuovi aggiornamenti sulla sua Mercedes, che la rendono più stabile e meno soggetta a vibrazioni, si fa ingombrante negli specchietti delle due Ferrari e soltanto a questo punto Carlos lascia la prima posizione a Leclerc, che già da più giri sosteneva di perdere tempo dietro il compagno di squadra.

Con il monegasco che vola sulle ali della sua rossa e il compagno di squadra che ha un sufficiente vantaggio sul 7 volte campione del mondo il grande trionfo della scuderia di Maranello sembra completarsi, fino al giro 39.

La seconda parte di gara

La Alpine di Ocon a causa di un problema è ferma in mezzo alla pista e per questo entra la Safety Car. Tutti rientrano nei box per montare le nuove gomme morbide tranne il monegasco che riceve dal muretto un sonoro “stay out”. Decisione giusta o meno alla ripartenza Sainz svernicia immediatamente Leclerc che ha gomma dura e usata da 20 giri, lasciandolo in preda a Lewis Hamilton e Sergio Perez.

Nei giri successivi Charles esagita Silverstone; prima difendendo su Perez con staccate al limite, poi con un contro-sorpasso all’esterno della curva “Copse” (cose da predestinati). Questo non basta comunque e chiude in quarta posizione. Mentre Sainz che sfrutta la confusione della lotta vince la sua prima gara in Formula 1.

Considerazioni

Il Commendatore direbbe che: “l’importante è vedere vincere una Ferrari… ma sarebbe ancora meglio se ce ne fosse un’altra dietro”. Errore o strategia che sia, la gara e il campionato di Leclerc sono stati compromessi in modo eclatante, ma bisogna sapersi godere le vittorie anche dei singoli piloti; soprattutto quella di Sainz che dopo un inizio di stagione pessimo ha trovato il supporto pieno della squadra e la quadra giusta per il weekend.

Nelle vette Austriache Leclerc e Verstappen cercheranno rivincita, Carlos la continuità e Lewis il ritorno alla vittoria, il mondiale non finisce qui.

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