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L'EDITORIALE

Quella sedia vuota che non vogliamo (ancora) guardare

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Mentre si dirada la coltre della festa e della felicità esibita di questi giorni, si ricomincia a vedere quello che la “retorica del Natale” cerca di negare, di addolcire, di anestetizzare. In molte famiglie, infatti, il vero protagonista delle Feste non è né il cibo, né la tavola e neppure il senso di famiglia ostentato, talvolta senza pudore, da molte delle nostre fotografie. Il vero protagonista, invece, è il posto vuoto, la sedia che manca, quella a cui tanti pensano, ma che nessuno vorrebbe mai dover guardare.

È la sedia del nonno o della nonna, volati via durante quest’ultimo anno, è la sedia di un papà o di una mamma che non ci sono più, è la sedia dello zio, del cugino, del nipote. In molte case è la sedia di un figlio o di mio fratello. Quelle sedie vuote, così scomode nelle ore in cui tutti si “truccano di felicità”, fanno emergere la solitudine, il dolore, il dramma di una parola che si spezza in bocca, di una lacrima che non si trattiene, di un pensiero che riesce a smuovere perfino i più risoluti buontemponi. La morte ha fatto visita a molte case in questi anni e il Natale, quasi per una violenta magia, ne riporta alla luce tutta la forza, tutta la tragicità.
Ma la morte ha molte forme e non è detto che sia sempre quella fisica a dominare la scena. Quanti rapporti, infatti, sono morti, sono venuti a mancare, sono finiti. La sedia vuota può così appartenere ad una moglie che se ne è andata, ad un marito che ha tradito, ad un figlio o un amico che ha preso la sua strada e che quest’anno è scomparso dalla lista dei regali e degli “auguri”.
Nel silenzio delle luci di Natale che si spengono rimane così un gusto di assenza, una preoccupazione per il futuro, una recondita paura che l’anno prossimo una di quelle sedie possa essere realmente vuota per un nuovo dolore, per un altro dramma. E quest’inconfessabile timore, che le battute sovente cercano di attutire e la distrazione prova invece ad eludere, si riappropria in alcuni istanti della nostra anima, del nostro cuore, e ci restituisce il sapore di una vita vera, reale, lontana dagli artifici dei nostri gesti e dalla retorica dei nostri pensieri.
Sono vuote anche le sedie delle case dei profughi fuggiti dalla fame, dalla guerra e dalla persecuzione, sono vuote le sedie di chi è morto a Berlino non più di una settimana fa, di chi si è tolto la vita schiacciato dal peso di un’esistenza ritenuta ormai “fallita”, sono vuote pure le sedie dei poveri che non hanno casa e di chi oggi non ha ricevuto neanche una telefonata. Sono vuote tante sedie in questo nostro mondo.
Ma c’è una sedia che è vuota soprattutto nel nostro cuore: è la sedia di quelle parti di noi che non abbiamo davvero accolto, amato, ospitato. Quella sedia ci guarda, si insinua, ci segue e ci lascia senza parole. Eppure il Natale è iniziato proprio perché nel mondo c’era questo vuoto, queste sedie vuote. Il Cielo non ha voluto riempire con la sua presenza un negozio o un trono, ma ha scelto di iniziare a riempire una mangiatoia, un posto vuoto. Perché chiunque sentisse il dolore di quelle “sedie senza nessuno” potesse essere consolato non da una magia o da un’arguta discussione, ma dal pianto vivo e vero di un bambino che nasce.
Un bambino che ha attraversato il Cielo per venirci incontro e dirci – con le sue lacrimucce – quello che il nostro cuore in questi giorni non riesce davvero a gridare. Egli è infatti venuto non per spiegarci la vita, o per risolverci i problemi, ma per urlarci con tutto se stesso, semplicemente e umilmente, “Tu mi manchi!”. E davanti a questa frase così disarmata non resta altro che avere il coraggio – seppur sottovoce – di iniziare a pronunciarla, di permettere a questo Natale di non essere solo la Festa delle luci e dei colori, ma soprattutto di diventare, giorno dopo giorno, la festa di un uomo che ha bisogno del Cielo per guardare tutto. Anche quella sedia vuota.

L'EDITORIALE

Quando finirà la guerra?

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Non è facile stimare il giorno in cui cesserà il fuoco tra l’Ucraina e la Russia, ci sono molti fattori che potrebbero influenzare e variare la situazione, in meglio o in peggio, anche in un solo giorno.

Vi è però un avvenimento che ha suggerito a un’ipotetica data. I soldati Russi sono stati informati di recente che la guerra avrà una fine e il giorno sarà il 9 maggio 2022. La notizia è giunta da Sky News. Si pensa che questa data non sia stata scelta per pura casualità, ma che lo scopo sia prettamente propagandistico. Infatti il 9 maggio è il giorno in cui in Russia viene celebrata la “Giornata della vittoria”, in memoria della capitolazione della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale.

I motivi per cui la fine della guerra è desiderata sono molteplici, gran parte di questi riguardano i danni subiti dal punto di vista economico date le spese militari.

Oleksiy Arestovich, consigliere della presidenza ucraina, ha affermato in proposito “siamo a un bivio ora: o ci sarà un accordo di pace molto rapidamente, entro una o due settimane, con il ritiro delle truppe e tutto il resto, o ci sarà un tentativo di mettere insieme alcuni siriani per un secondo tentativo e, quando respingeremo anche loro, ci sarà un accordo entro metà aprile o fine aprile”. Infine, “uno scenario completamente folle potrebbe spingere la Russia ad inviare nuovi coscritti dopo un mese di addestramento”.

Detto ciò gli interrogativi rimangono molti, ma c’è una risposta? Esiste una fine? Sarà oggi, domani o tra un decennio?

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L'EDITORIALE

Perché nella storia ciclicamente emerge la figura di un uomo che vuole imporsi sul mondo intero?

A scuola, al lavoro, nella vita.

A comando di un popolo.

È comune oggi nel mondo, ma quelli che controllano le nazioni e tiranneggiano sui popoli, cosa hanno in comune con le persone normali? E perché ciclicamente emergono delle figure che si impongono sugli altri, o che hanno intenzione di farlo?

Nascono nelle più disparate condizioni sociali, che li influenzano nella crescita, e poi, di botto, rinascono con nuovi ideali, fissati con la conquista e il potere.

 

Purtroppo, anche nel contesto scolastico, capita che si presenti un clima di competizione. Una competizione che, se portata all’estremo, rischia di spingere gli individui a voler emergere a tutti i costi.
Il desiderio di voler essere per forza superiore agli altri è ormai molto comune ai giorni nostri. Anche l’ambiente lavorativo,come detto in precedenza, è talvolta molto competitivo, e i bambini tendono ad adattarsi ai comportamenti dei genitori prendendone spunto e replicandoli con i coetanei.
Sarebbe intelligente se si iniziasse a pensare ad un tipo di organizzazione in cui primeggi la collaborazione e il lavoro comune. Questo affinché ognuno trovi il proprio posto nel mondo e si senta ascoltato e coinvolto, senza che si estremizzi  il livello di competizione.

 

C’é un uomo. Un uomo che negli ultimi mesi si è fatto riconoscere per la sua brama continua di potere. L’Ucraina deve difendersi da un aggressore, Putin. Un aggressore fuori tempo, che risveglia nelle nostre memorie le terribili guerre mondiali passate.
Putin, presto o tardi, si renderà conto di quello che ha fatto e sta facendo, e ricorderà l’attimo in cui ha dato il via all’attacco, distruggendo migliaia di famiglie. Il potere è tutto incentrato in lui, ed aspettava solo di esplodere. Il continuo desiderio di potenza, la voglia di ottenere sempre di più, il non essere mai soddisfatti. E questo è proprio quello che caratterizza un dittatore. Che caratterizza Putin. La sua ricerca di potere sembra non avere mai una fine.

 

A differenza della lunga storia di numerosi  tiranni che hanno preso il potere con la forza e senza elezioni regolari, spesso, lottando contro i loro predecessori con colpi di stato, sulla carta, in verità, non esistono veri dittatori. 

Nel corso dei secoli, tuttavia, ci sono state molte regine o presidenti che hanno acquisito il potere per eredità o per elezione, esercitando la loro carica in modo totalitario, rivelandosi spietati tiranni. Quasi sempre hanno succeduto i loro mariti, hanno preso le redini dello stato, e hanno commesso crudeltà, persecuzioni, ed esecuzioni.
Un esempio concreto è Wu Zetian che,nel settimo secolo,  governò da sola un impero grande quanto la Cina per più di 50 anni, passando da concubina a imperatrice, dopo aver abbattuto l’imperatore. Si può citare anche Maria Tudor, che ha licenziato l’erede di nome Jane Grey e ha preso la sua corona dopo soli nove giorni sul trono, sostenendo i diritti dinastici. 

 

Il potere attiva meccanismi nel nostro cervello che ci regalano piacere e contentezza.

Quando però il potere è troppo o troppo poco, gli effetti sul nostro umore e sul nostro comportamento si estremizzano e diventano incontrollati. I dittatori, per esempio, hanno un atteggiamento così simile tra loro, che è possibile identificarli su una base di atteggiamenti comuni.Ma anche chi non cerca la supremazia, non può fare altro che sentirsi soddisfatto quando acquisisce un potere sugli altri. È genetico, è nella nostra natura, e di per sé non è affatto un male, sempre che questo non diventi un’ossessione.

 Basta una piccola quantità di potere per cambiarci dal punto di vista mentale ed emotivo.L’aumento sconsiderato del potere causa psicologicamente problemi nel giudizio e nell’empatia, e porta alla perdita della consapevolezza dei propri limiti. Arriviamo a trattare gli altri come oggetti perché non ci rendiamo conto di far loro del male; anzi, il più delle volte, non ci interessano neppure le conseguenze che si riverseranno su di essi.

Se ci pensiamo quindi, i grandi “potenti” del nostro pianeta non sono nati dittatori, ma lo sono diventati attraverso un meccanismo di accrescimento del potere.

Ciascuno di noi, sotto questo punto di vista, può quindi diventarlo.

 

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L'EDITORIALE

Quando l’educazione incontra l’affezione: dove porre dei limiti?

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L’importanza di preservare il proprio spazio

Ad accompagnare l’uomo nel corso della sua evoluzione sono proprio i tanto oggi discussi confini. Questi valgono di molteplici significati, applicabili in varie situazioni e contesti differenti; ma è importante denotare come essi non siano delle barriere poste tra noi e gli altri, quanto invece mezzi per salvaguardare la nostra sicurezza. Infatti, grazie a questi, delimitiamo lo spazio personale, che permette di dettare un limite invisibile e inviolabile sulla nostra persona.  Tuttavia, nonostante i confini siano fonte di perseveranza e stabilità emotiva, è fin troppo frequente la loro violazione, spesso causa di gravi ripercussioni su di noi.

Come precedentemente affermato, i confini cambiano il loro valore in base al contesto in cui si applicano, fattore determinante per definire la loro stessa natura. Per esempio, nell’ambito educativo, possiamo riconoscere dei “confini professionali” e morali.

 

I confini educativi

Crediamo che la figura dell’insegnate abbia una grande responsabilità nei confronti degli alunni. Infatti, oltre a trasmettere loro la conoscenza su una determinata materia, dovrebbe anche rappresentare un esempio positivo, sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista morale e civico, per gli alunni che si addentrano nella vita sociale.

Naturalmente, definire i confini di questa responsabilità non è facile, in una società complessa come la nostra. Lo dimostra anche il caso della presunta relazione amorosa tra la preside del Liceo Montale di Roma e un alunno appena maggiorenne. La vicenda ha destato grande scalpore e si è tramutata in un caso nazionale dibattuto in televisione. L’ufficio scolastico regionale ha fatto intervenire gli ispettori ed è iniziata un’indagine. Essendo entrambi maggiorenni, non hanno infranto nessuna legge; nonostante ciò, la vicenda fa riflettere famiglie, insegnanti e anche noi riguardo al ruolo di un docente all’interno della scuola in cui lavora.

 

Vita privata o professionale?

Qual è il limite per un insegnante che si innamora di un suo alunno? Data la differenza di ruolo, in che modo un adulto professionista è chiamato a gestire una situazione come questa?

È ipotizzabile che, se il rapporto non ha effetti negativi sul rendimento scolastico dell’alunno e sulle prestazioni professionali dell’insegnante, questo ricada semplicemente nella loro sfera personale. Ma è proprio in questo caso che l’educazione deve riconoscere dei limiti. Nel momento in cui la vita professionale di un individuo entra in contrasto con quella privata, è necessario definire delle barriere e avere la capacità di distinguere le due circostanze.

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