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RACKETTE/Superare Antigone, Modernità e Post-modernità

Alberto Zali

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E se la legge dello stato non rispondesse alla morale? La moderna “Antigone” Carola Rackete è ormai da settimane al centro di ogni dibattito, e la crisi in cui è entrato il governo questa mattina ci spinge a chiederci quanto effettivo peso abbiano avuto le sue azioni.

Il NO TAV dei M5S è il casus belli, ma i rapporti tra i due partiti erano ormai incrinati da un “decreto sicurezza bis” non voluto dai Pentastellati, la cui necessità è apparsa sempre più evidente dalla possibilità che il caso Carola si ripetesse innescando una reazione a catena (già la ONG Mediterranea ne aveva seguito le orme). Nel frattempo, l’avvocato filo-leghista Giuseppe Perdichizzi imbratta, armato di bomboletta spray, il murales “Santa Carola protettrice dei rifugiati” che tanto ha fatto parlare nei giorni precedenti. E come ogni tragedia che si rispetti, anche la nostra Antigone finisce con una sconfitta.

L’accostamento con l’opera di Sofocle appare effettivamente molto azzeccato: l’eroina che antepone i diritti umani – e primo fra questi quello inalienabile alla vita – alle leggi ingiuste dello stato; l’esistenza di una “fysis” (legge di natura) antecedente ogni “nomos” (legge contrattata fra cittadini). Eppure, forse la questione non può essere liquidata in maniera così semplicistica. Volendo andare un po’ oltre gli spiacevoli commenti dei leoni da tastiera che su FB inneggiavano ad ogni forma di violenza contro la capitana della ONG e chiedevano che questa fosse abbattuta, siamo sicuri che questo governo e chi lo sostiene non credano anch’essi di aderire ad una qualche “fysis”?

Modernità e Post-modernità a confronto:

Due guerre mondiali, la minaccia di un’imminente estinzione di massa, false promesse di uguaglianza sostanziale per tutti a giustificazione di un potere dispotico e irrispettoso di qualsiasi libertà formale, e ancora nefaste conseguenze di una spregiudicata ottica di dominio nei confronti della natura di cui il surriscaldamento globale non è che la punta dell’iceberg. Insomma, chi più ne ha più ne metta, ma il XX secolo ha decretato l’impossibilità delle “grandi narrazioni”. Non più il mito di un progresso continuo ed immanente alla storia, non più l’idea che il negativo fosse solo un momento in funzione del positivo affermarsi dell’Uomo. E, come ha detto Adorno, di fronte a Auschwitz tutta la filosofia precedente è spazzatura. Il post-moderno rifiuta i miti della modernità, la centralità attribuita alla coscienza umana e qualsiasi trattazione sistemica/finalistica della storia. I sistemi hanno prodotto le ideologie, e le ideologie hanno fatto 100 milioni di morti. La prossima ideologia potrebbe spazzare via l’umanità. Il pensiero è diventato, secondo la definizione di Vattimo, “debole”: niente più tentativi di racchiudere il molteplice in una totalità o unitarietà, ma piuttosto riconoscimento della pluralità dell’esistente e della inefficienza di ogni riduzione. Ovvie le conseguenze in politica. L’800 aveva concepito l’individuo in funzione dello stato, sminuendo il valore della singola esistenza. Le costituzioni democratiche del secondo ‘900 si sono invece fondate su un principio personalista-pluralista che rispettasse i singoli nelle loro diversità.

Un conflitto di posizioni mai estinto:

Salvini rappresenta e ripresenta una di quelle “grandi narrazioni” di cui da tempo non sentivamo parlare, ma alle quali siamo in fondo un po’ affezionati. Socialmente, il post-moderno si è accompagnato a una diffusa sensazione di vuoto-mancanza, quasi che nessuno avesse più qualcosa in cui credere, credere davvero s’intende, se non quegli slogan preconfezionati che in TV insegnano-inculcano l’importanza del rispetto reciproco. Ad un mutamento culturale, non è corrisposto un mutamento, bensì una assenza in campo sociale. Bel problema! Ora non sono pochi quanti credono errato il paradigma del post-moderno e auspicano un improbabile “ritorno alle origini”. Il motivo potrebbe essere rintracciato in una mancata educazione: il fallimento di un non-paradigma che non ha saputo imporsi attraverso il dialogo intergenerazionale. Ma c’è un elemento che stona: sono proprio i giovani, quelli che il post-moderno l’hanno vissuto, che storcono il naso di fronte alla possibilità di un cambiamento in questa direzione. Ora possiamo pensarla in un’ottica marxista, secondo cui le condizioni economiche sono tali da impedire a chi nel sistema nasce di pensare altrimenti. Oppure possiamo credere che nel post-moderno davvero ci sia qualcosa di salvabile e di altamente preferibile a tutto ciò che l’ha preceduto. E che invece qualcosa vada ripensato.

Rackette a difesa del post-moderno:

Sospendiamo momentaneamente il giudizio sulla possibilità concreta di un invasione di massa di popolazioni africane in Europa. Sospendiamo inoltre il tentativo di ricondurre ciò ad un qualche piano per indebolire l’Europa. Avremo il ritratto di una ragazza che tenta con ogni mezzo di salvare uomini, poiché la cultura che l’ha cresciuta ha questo come unico valore: la vita di una persona vale più di tutto l’apparato statale; il diverso va accolto e rispettato, riconosciuto come nostro pari.

Salvini baluardo del moderno:

Accorgiamoci però che le ondate migratorie sono un dato di fatto, che siano o meno volute e addirittura provocate dalle cosiddette élite. Ricordiamo anche che al di là di future ibridazioni culturali che questo comporta – ai nostalgici del romanticismo europeo faccio notare che la cultura non viene mai persa, ma evolve sin da quando è esistita – il problema economico rimane: è possibile continuare ad accogliere senza compromettere le condizioni economiche dei nostri lavoratori? è possibile oltre che accogliere integrare? O dalla prospettiva opposta: se è vero che accogliere è un bene per il singolo profugo, lo è anche per il suo paese? non stiamo privando l’Africa della sua forza-lavoro?

Il primato dell’individuo ci distoglie dal pensare in termini di totalità e di effetti a lungo termine, eppure questi effetti sono possibili se non addirittura probabili. E allora il dissidio non è più tra legge interiore e legge esteriore, ma è tra due leggi, una delle quali privilegia la singola vita, mentre l’altra ritiene ammissibile sacrificare una pedina per non perdere la partita. Ed è difficile dire quale sia giusta e quale no. Perché sacrificare una pedina non rende più probabile la vittoria, e sacrificarne tante – ammesso che possa definirsi una vittoria – può darsi che avvicini soltanto ad una situazione di stallo.

La soluzione:

La soluzione non c’è. Rimane soltanto l’analisi avalutativa. Prima di qualsiasi soluzione occorre riconoscere lo status quo. Il post-moderno ha il proprio limite nel pensiero non-processuale, il proprio punto di forza nel riconoscimento che il nostro potere si esercita soprattutto sul contingente e che ogni pretesa sistemica porta con sé il rischio del totalitarismo. Le “grandi narrazioni” sono causa di conflitti, soprattutto se consideriamo che ogni popolo ha le proprie. Il moderno ci ricorda che viviamo ancora nella storia, e le nostre decisioni hanno conseguenze anche non immediate. E tra il salvare vite e il sacrificare pedine, la scelta ci chiama solo ad una consapevolezza: non ci sono soluzioni facili o decisioni idiote se non agli occhi di chi non la pensa come noi.

E se davvero fosse possibile pensare altrimenti? Trovare una soluzione nel rispetto dei diritti umani rivolta non solo all’immediato presente? O siamo ormai troppo intrappolati, citando Spengler, nell’inevitabile “tramonto dell’Occidente“?

 

Il viaggio non richiede una spiegazione, solo passeggeri. E occhi vivi con cui guardarsi dentro, con cui guardarsi attorno. 16 - 09 - 2000 Liceo Classico

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#Sharethescienze/L’uomo bionico: l’uomo del futuro

Martina Grazioli

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La robotica è una scienza che potrebbe sembrare puramente tecnica e difficilmente applicabile nei diversi ambiti della nostra vita, ma se vi parlassi di biorobotica?

La biorobotica é una branca della robotica che si occupa dello sviluppo di macchine intelligenti ispirate alla natura, con lo scopo di replicare il meccanismo biologico di alcuni essere viventi. Questa scienza è la base su cui si fondano il settore medico-riabilitativo e quello ambientale e ha, un’importanza fondamentale per tutti coloro a cui, a seguito di un incidente o di una malattia, è stato amputato uno o più arti.

Le protesi robotiche, infatti, sono prodotti della biorobotica che negli ultimi anni ha raggiunto livelli altissimi per quanto riguarda la replicazione del funzionamento degli arti umani attraverso macchine e dispositivi intelligenti. Un esempio sono gli esoscheletri. Come suggerisce la parola, un “esoscheletro” è una struttura robotica che sostiene il corpo dall’esterno. Si tratta di una protesi indossabile che consente a chi ha perso l’uso delle gambe di rimettersi in piedi e tornare a camminare. Sono veri e propri robot usati nella riabilitazione robotica che sono in grado di restituire la mobilità a chi non può più camminare. Il loro meccanismo è semplice, ma i risultati sono strabilianti: gli esoscheletri hanno il compito di catturare gli impulsi nervosi inviati ai muscoli e di tradurli in movimenti, assicurando piena stabilità al paziente. Si tratta quindi di dispositivi rivoluzionari in grado di migliorare la qualità di vita di persone paraplegiche, con lesioni del midollo spinale o con deficit motori.

Esiste, inoltre, un tipo di esoscheletro chiamato “EKSO” usato in un ambito completamente diverso: quello militare. L’obiettivo di questo esoscheletro è quello di aumentare la forza e la resistenza dei soldati americani così da creare delle vere e proprie macchine da guerra.

Entrando più nello specifico nell’ambito dell’uomo bionico, inteso appunto come “uomo composto da parti robotiche”, esistono tipi di protesi robotiche permanenti che replicano il funzionamento di un arto vero. L’Istituto di Biorobotica di Pisa ha realizzato, infatti, una mano robotica in grado di rispondere ai comandi del cervello mediante quattro elettrodi impiantati sui nervi dei polsi e degli avambracci. Lo stesso principio è applicato per la gamba robotica, in grado di restituire mobilità a pazienti con deficit motori, che possono ritornare a camminare senza l’uso di esoscheletri. Queste protesi sostituiscono quasi in tutto e per tutto un arto umano, in grado di muoversi autonomamente e di rispondere ai comandi del cervello per compiere azioni quotidiane.

Ovviamente, non è finita qui: i progressi della biorobotica hanno permesso agli scienziati di arrivare a creare dei veri e propri organi robotici in grado di migliorare la vita dell’uomo resistendo alle malattie.

Un esempio riguarda proprio la vista. L’azienda canadese Ocumetrics è infatti riuscita a creare le Bionic Lenses, lenti impiantabili nell’occhio umano, capaci di restituire per sempre una vista praticamente perfetta, e potenziata, a chiunque, a tutte le distanze e per tutte le età. Insomma, si tratta di un’innovazione degna dei migliori film di fantascienza.

Per quanto riguarda il diabete, una delle malattie più diffuse in Italia, nasce dagli studi di alcuni scienziati di Boston in pancreas robotico. Si tratta di un dispositivo indossabile, efficace nel caso di diabete di tipo 1, capace di monitorare i livelli di glucosio nel sangue mantenendolo sempre entro i valori accettabili e svolgendo di fatto il lavoro che dovrebbe svolgere il pancreas ammalato. Il dispositivo è pratico e adatto a tutti in quanto dialoga via wireless con un’app installata nel telefono.

Gli studiosi di biorobotica sono perfino sono arrivati a creare un dispositivo cardiaco in sperimentazione. Questo dispositivo è formato da una membrana che riveste il cuore, monitorandolo grazie a una serie di sensori il cui obiettivo è inviare dati sulla salute dell’organo, e di intervenire in caso di attacchi cardiaci.

Si può dire, dunque, che il corpo umano non ha più segreti per la biorobotica, che continua ogni giorno a migliorarsi e a progredire in modo da rendere la vita di noi uomini sempre più facile. Sembra coronare il sogno di tutti quei bambini e adulti che hanno sempre sperato un giorno di svegliarsi per scoprire di essere diventati degli androidi, forti, potenti e invincibili. Ma non lasciamoci ingannare, la bellezza dell’essere umano risiede proprio nella sua imperfezione e precarietà. Proprio a questo riguardo, direi di chiudere con una citazione del famoso attore Christian Bale nel film Terminator Salvation: “Il comando vuol farci battere come macchine, prendere fredde e calcolate decisioni. Ma noi non siamo macchine, e se ci comportiamo come loro, qual è il valore della vittoria?!”.

 

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ATTUALITA'

Il Risveglio della coscienza ecologica

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Buongiorno, sconosciuto lettore. Se anche tu stai leggendo questo articolo, significa che vivi e sei cittadino del mondo che ci appartiene. Significa che ne respiri l’aria, che apprezzi i panorami che ti offre, che ti bagni nelle sue acque e scegli di piantare le tue radici in qualche punto della sua superficie. E non ti senti, dunque, minimamente in dovere di proteggerlo?
La nostra unica e grande casa, il nostro pianeta, sta soffocando, non gli restano che una manciata di respiri affaticati, viene strangolato ogni giorno da tonnellate di plastica, dai rifiuti che finiscono nel suo mare, da decisioni sbagliate. E i suoi assassini sono proprio i suoi più folli innamorati: gli esseri umani. Solo in Italia ogni anno compriamo 9 miliardi di bottiglie di plastica e nel Mar Mediterraneo -che costituisce appena l’1% delle acqua mondiali- si concentra ben il 7% della plastica globale.

Nello stesso mare dove trascorriamo le nostre vacanze estive, in quel bel mare davanti cui ci emozioniamo guardando un tramonto mano nella mano con la nostra o il nostro partner, in quel mare che immortaliamo nelle nostre foto artistiche fieramente pubblicate sui social network, finiscono ogni giorno più di 700 tonnellate di plastica.
Chiaramente, si presuppone che la conoscenza di questi scioccanti dati svegli repentinamente le masse e le spinga a lottare per la tutela della loro casa stessa. E tuttavia, la cosa più allarmante, è proprio che la responsabilità non venga sentita da tutti i cittadini allo stesso modo. Giovani, Anziani, ricchi, poveri, uomini e donne si fanno scivolare questo problema di dosso, lo scansano come se non fosse un dilemma che li coinvolga personalmente, lo evitano come se non riguardasse chiunque su questo pianeta.
Forse nemmeno tu, lettore, sai che il nostro è un mondo quasi interamente danneggiato. Che l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e dove ci immergiamo e i cibi che mangiamo (nella maggior parte dei casi) sono inquinati e anche i vestiti che indossiamo possiedono microplastiche. Come puoi, razza umana, allora, non interessarti al tuo stesso futuro? Come fa a non allarmare ogni persona che nasce, cresce, invecchia, vive e si muove in questo mondo?
Nei mari abitano pesci deformati, i cui corpi crescono e si sviluppano intorno a lacci per pacchi, reti e sacchetti di plastica. Le tartarughe inghiottono le buste di plastica scambiandole per meduse; dentro gli stomaci di molti uccelli vengono trovati residui di diossina.
Ma la disattenzione è l’egoismo umano si allargano anche alla vegetazione continentale, non solo alla zona oceanica. Basti pensare alla deforestazione, all’intervento ingrato dell’uomo sui paesaggi naturali, su zone rurali oramai trasformate in zone industriali attive.
Senza contare, in più, le indelebili polveri sottili dello “smog” che respiriamo ogni giorno semplicemente camminando per strada o rilassandosi su una panchina al parco.

Ma quanto è efficace la sensibilizzazione al giorno d’oggi e, sopratutto, esiste?
Abbiamo ormai tutti sentito parlare almeno una volta, approfonditamente o di sfuggita, del buco dell’ozono, dell’effetto serra, delle fitte cappe grigie e torbide che sovrastano gli spazi urbani, della plastica come materiale avvelenante per eccellenza, ma quanti hanno concretamente preso delle contromisure? Quanti si sono informati e documentati e hanno agito di conseguenza cambiando le proprie abitudini o tentando di raggiungere un pubblico più vasto?

Numerose iniziativa governative sicuramente conducono verso una giusta direzione: la raccolta differenziata, il blocco della circolazione nei centri urbani e le zone a traffico limitato, le domeniche ecologiche, il compostaggio, le energie rinnovabili (pale eoliche, pannelli elettrovoltaici)… È nel nostro piccolo, tuttavia, che possiamo fare la differenza. Giocano un ruolo fondamentale anche i miseri gesti quotidiani che, se prese in considerazione da tutti, possono cambiare le cose o che, perlomeno, possono tentare di arginare il gravoso problema: limitare l’acquisto e l’utilizzo delle bottigliette di plastica, per esempio (o ricorrere a bottiglie di vetro), evitare di buttare gli scheletri delle sigarette per terra, spegnere la luce quando si esce da una stanza o quando il suo consumo non è strettamente necessario, scegliere la bicicletta all’automobile quando possibile.
Ciò che più mi stupisce, è che in questa atmosfera di indifferenza e negazione, sia stata un’adolescente avente soltanto ereditato un pianeta già guastato dalla generazione precedente a elevarsi contro questa violenza ambientale.
Greta Thunberg, ragazza svedese di appena sedici anni, candidata al premio Nobel si è stancata di aspettare e di crogiolarsi in una chiaramente falsa illusione perfetta. Greta ha creato un suo slogan che ha fatto il giro del mondo: “Skolstrejk för klimatet” (sciopero della scuola per il clima). Il 15 marzo 2019, così, è stato programmato il primo sciopero scolastico mondiale per il clima nella storia dell’umanità.
Dall’agosto del 2018, Greta combatte una battaglia importante, quella che ha una sola vittoria possibile, forse un po’ utopica: rispettare le leggi morali, rispettare l’ambiente, rispettare i diritti dell’uomo.
Come disse il Capo indiano Seattle già nel 1852, “La Terra su cui viviamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”: solo con la prospettiva del futuro, si può garantire un presente a chi verrà dopo di noi.

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Do you think war is ever justified?

Cesarina Remiz

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The thinking comes later, when they give you the time”

says Phil Klay through a soldier’s words in his collection of short stories “Redeployment” and that sums up the situation of a soldier during a war. In this case, we’re talking about the Iraq and Afghanistan Wars. The soldier, throughout the battle, has no time to think about his actions, but when he had the time he tries to distract himself in order not to dwell on his terrible acts.

In fact, this work deals with some stories of Marine Corps veterans and it tells us about the unseen horrors of war and, of course, the condition of soldiers when they return home with serious disorders. The most common of which was the “Post Traumatic Stress Disorder”. The war destroyed them.

So we can ask ourselves if we can justify  war, as it led to some bad consequences, such as economic problems, the loss of lives or destruction of whole cities (we can think about the city of Dresden, in Germany, at the end of World War II, which was bombed).

In many situations, humanity has chosen to address difficult issues with war and, I believe that happens because violence and aggression are typical aspects of human nature.

My  point of view is that war should not be the first choice in solving a problem, indeed, alternatives may be found to violence, especially in today’s society, which has studied what happened in the past.

However, sometimes, it may be necessary, for instance, in cases in which we are up against ideology or religious isseus, then war is not reasonable, but it is only logical. We could think about World War II, Germany was trying to invade the whole European continent and Hitler was murdering millions of innocent people, only because of their different religion or different way of thinking.

In that case, a war was needed, since Hitler was not prepared to negotiate.

In my opinion, war is the worst kind of situation that can happen because it can ruin millions of innocent people and it can lead to an unnecessary loss of lives.

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