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L'EDITORIALE

Speciale Marte: lasciare la Terra per ricominciare da zero

Sara Avallato

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Qualche giorno fa discutevo con alcuni amici su come potrebbero cambiare le nostre vite nei prossimi anni. Per la prima volta avremo davvero davanti infinite possibilità. Teoricamente, nulla ci impedirebbe di trasferirci in un’altra città e, perché no, magari anche in un altro Paese. Lasciare la propria città natale, con tutti i luoghi che hanno fatto da cornice alla nostra vita, è una scelta difficile, che non molti si sentirebbero di fare. Oppure no?

A quanto pare, mentre noi discutiamo se Torino sia una città troppo diversa, nella quale non potremmo mai sentirci a casa, c’è qualcuno, in America, che progetta di trasferirsi su Marte, e non ha alcun dubbio a riguardo. 

Il servizio, offerto dalla compagnia aerospaziale SpaceX, fondata da Elon Musk, progetta di far stabilire almeno un milione di persone sul Pianeta Rosso già entro il 2027. 

Oltre le Colonne d’Ercole

Seppur possa sembrare incredibile, non si tratta di una fantasia irrealizzabile, ma anzi di un progetto con forti basi scientifiche e con una lunga lista di volontari interessati a lasciare la Terra.La giusta domanda da porsi, quindi, non è tanto se sia possibile raggiungere Marte, quanto se effettivamente sia giusto andarci. 

Chi ha studiato i classici sa che l’uomo, spesso, pecca di Hybris. E di questo spesso muore. Basti pensare a Ulisse, che osò superare le Colonne d’Ercole, e per questo si guadagnò un posto all’Inferno. 

Al di là della mitologia, la tracotanza umana è uno di quei difetti che sembra solo aumentare col tempo. E colonizzare Marte, ora che è davvero possibile, è il più grande atto di Hybris a cui si può pensare.

Il progetto di SpaceX, infatti, non si limita a programmare il raggiungimento di Marte, ma prevede anche un totale cambiamento delle condizioni del Pianeta. Per renderlo abitabile, infatti, si prevede addirittura di alterarne la temperatura (che raggiunge tranquillamente i -70 gradi centigradi, durante la notte). In pratica, si vuole fare la stessa cosa che abbiamo fatto sulla Terra, ma più in grande: non si tratta più di distruggere foreste e costruirci sopra palazzi, ma addirittura di cambiare la fisionomia stessa dell’intero pianeta. 

Prendiamoci cura della Terra

La scienziata Lucianne Walkowicz, ad esempio, è estremamente scettica riguardo a questo progetto. Certo, esplorare è nel nostro DNA, e le nuove scoperte non possono far altro che migliorare le nostre vite, in qualche modo. Ma perché osare tanto? Esiste un rischio: quello di dimenticare quanto valore abbia il nostro pianeta. Persino il luogo più aspro della superficie terreste, come un deserto, è comunque più adatto a noi rispetto ad un pianeta estraneo. Su Marte, anche con tutte le tecnologie più innovative, non saremo mai in grado di prendere una boccata d’aria a pieni polmoni.

Vogliamo davvero questo? Vale davvero la pena investire così tanti soldi e risorse per colonizzare un altro pianeta, quando potremmo prenderci cura del nostro?  L’astronoma infatti afferma: “Se pensiamo davvero di avere le capacità necessarie per rendere Marte abitabile, forse dovremmo prima impegnarci a salvaguardare la Terra, prima che sia troppo tardi”. 

Inseguendo la proposta di Musk, si corre infatti il rischio di pensare a Marte come ad una soluzione ai danni che noi stessi abbiamo inflitto al pianeta Terra, invece che ad un’opportunità per ampliare la nostra conoscenza dell’universo.

Non esiste solo il domani

C’è, ovviamente, chi non concorda con Walkowicz, come lo scrittore Stephen Petranek. Secondo i suoi studi la razza umana, se concentrata su un unico pianeta, sarebbe ad alto rischio di estinzione, prima o poi. Espandersi tra diversi pianeti, sarebbe la soluzione perfetta per conservare la nostra specie nei millenni, preservandoci da una fine certa. Certo, esistono tantissimi rischi, ma bisogna guardare il progresso in un’ottica più ampia: non si parla di risolvere problemi che si presenteranno nei prossimi decenni, ma di individuare strategie attuabili nei secoli. Perché l’aria su Marte sia respirabile, si prevede che saranno necessari più di mille anni. Ma che cosa sono mille anni in confronto al tempo trascorso dalla nascita dell’universo? 

Gli uomini sono nati per scoprire, migliorare, inventare. Raggiungere altri pianeti (e qui lo scrittore usa il plurale, perché nulla esclude che col tempo si possa mettere piede anche in altre galassie) permette di immaginare scenari degni del più fantasioso romanzo.

Quello su cui entrambi gli studiosi concordano, però, è che in questo inevitabile processo di scoperta non bisogna dimenticare quando il pianeta Terra sia prezioso. Forse, una volta raggiunto Marte, nella nostra tuta spaziale, circondati da quel rosso deserto ghiacciato, ci guarderemo indietro, osserveremo la nostra vecchia casa, e ci renderemo finalmente conto di quanto sia preziosa.

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Vacanze post pandemia: riscopriamo il piacere di viaggiare

Tea Sperandio

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Quante volte durante questo periodo di pandemia abbiamo sentito in noi il desiderio di uscire di casa per andare alla ricerca di nuove avventure?  L’estate è finalmente arrivata, ma partire per l’estero sembra ancora un’utopia: tanti sono i documenti da preparare e troppe le incertezze.

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Omicidio Chiara: non dobbiamo restare immobili

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Domenica 27 giugno Chiara Gualzetti esce di casa e saluta per l’ultima volta i genitori. Poche ore dopo verrà accoltellata, picchiata e abbandonata dalle mani di un sedicenne, suo amico. L’omicidio è compiuto nei pressi dell’Abbazia di Monteveglio, sui colli bolognesi. L’assassino, Davide (nome di fantasia), racconta di essere stato sollecitato da un demone interiore che da tempo si era impossessato del suo volere.  (altro…)

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Omicidio Chiara Gualzetti: quando la morte non ha un perché

Sara Avallato

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Sembra un racconto di fantasia la morte di Chiara Gualzetti, che a soli quindici anni è stata trovata senza vita nella campagna di Bologna. Non il solito omicidio commesso da qualche sconosciuto malintenzionato nel cuore della notte e neanche un delitto passionale da parte di qualche ex fidanzato che non sapeva accettare di poter essere lasciato. Di storie simili se ne sentono ogni giorno e quasi ci si fa l’abitudine, i nomi delle vittime si confondono gli uni con gli altri, come le circostanze che hanno portato alla loro morte. Si rimane amareggiati, certo, ma ormai sembra una sorta di routine, qualcosa di inevitabile. 

Allora si cerca di insegnare alle proprie figlie a non tornare tardi la sera, a tenere sempre il cellulare acceso, a diffidare dagli sconosciuti e a rifiutare i drink offerti in discoteca. Si fa di tutto per provare a proteggere chi si ama dalle minacce della vita vera, ma una volta che i figli crescono è inevitabile che facciano esperienza del mondo in autonomia; un mondo che offre tanto da scoprire ma anche tanto da temere. Lo sanno tutti i genitori che restano svegli fino a tardi ad aspettare di sentire la chiave girare nella serratura e di vedere i propri figli tornare a casa, di nuovo al sicuro. Uno scenario diverso, però, resta sempre il terrore più grande: e se la porta non si aprisse, se mia figlia non tornasse più?

Il caso Gualzetti

È quello che è successo alla madre di Chiara Gualzetti e a troppe altre madri che non potranno mai smettere di chiedersi se avrebbero potuto fare qualcosa di più per evitare la tragedia.

Chiara, poi, non stava tornando dalla discoteca all’alba quando si sono perse le sue tracce. Era uscita a fare una passeggiata in pieno giorno, dietro casa, insieme a un amico di famiglia. Chiara non aveva bevuto alcol, aveva il cellulare acceso e aveva detto a sua madre dove sarebbe andata. Le aveva anche detto “torno presto”, ma non poteva sapere che non sarebbe stato vero. Non poteva immaginare che il suo coetaneo, che aveva lavorato per un mese nell’azienda di suo padre, diceva di avere un demone dentro di sé che lo spingeva a farle del male, né poteva sapere che pochi giorni prima il ragazzo avesse confessato ad un amico di volerla uccidere perché “gli dava sui nervi”. 

Anzi, Chiara provava anche qualcosa per quel suo amico e non aveva alcuna ragione di dubitare di lui. A sedici anni, dopo tutto, non si può essere così malvagi. Si può fare qualche bravata, sì: stare fuori un po’ troppo, fumare qualche sigaretta, ma uccidere? Sembra incomprensibile, un terribile malinteso. I killer non sono i ragazzini di seconda liceo, gli stessi che ancora devono chiedere il permesso ai genitori per andare a dormire da un amico e che stanno studiando per prendere la patente del motorino. 

Un omicidio senza un perché

La verità però è un’altra. Il pericolo può nascondersi ovunque, anche nelle situazioni apparentemente più innocue. Ogni tanto lo si dimentica, si cerca di ignorarlo. Poi il telegiornale racconta di un evento come questo e non si può che pensare a quanto la vita sia imprevedibile, a come non ci sia modo di poter essere sempre, veramente al sicuro. 

Già in questi giorni si sta svolgendo la perizia psichiatrica del killer, che richiederà anche qualche mese perché si riesca a comprendere la natura del crimine. Da lì si determinerà la pena per l’omicidio di Chiara. Forse ricevere un verdetto porterà un minimo di serenità ai genitori della vittima, o almeno fornirà qualche risposta ai mille interrogativi che una tragedia come questa porta con sé. 

Qualunque sia l’esito delle indagini, però, nessuno rivedrà il sorriso di Chiara e i suoi genitori non potranno avere indietro l’affetto di una figlia che aveva ancora tutta una vita davanti a sé. Che sia schizofrenia o semplice furia omicida, resta il fatto che nessuno avrebbe potuto prevedere un evento simile; che nessun divieto e nessuna chiamata in più avrebbe potuto salvarla. Si può fare tutto il possibile per mettere al sicuro chi si ama, ma a volte la previdenza non basta. Non bastano le regole, i divieti ed i controlli. 

A volte il male può arrivare dalle persone di cui ci fidiamo: anche dal ragazzino che vive poche case più in là insieme alla madre che ha quel negozio dove andiamo a fare la spesa ogni tanto, la stessa che incontriamo quando andiamo a prendere i nostri figli a scuola.

E ora rimane solo il dolore

Posti davanti a vicende come queste non si può fare altro che accettare che a volte le cose brutte non hanno un perché, accadono e basta. Troppo spesso cerchiamo risposte semplici a problemi complessi: se non fosse uscita così tardi, se avesse denunciato prima, se non avesse bevuto… Quando invece la vittima è una ragazzina di quindici anni uscita a fare un giro dietro casa con un amico di famiglia non esiste nessun se, nessun ma. Si può solo accettare che il male non è attratto da chi “se la cerca”, non ha spiegazione né ragioni. Il male accade e basta, per mano di persone che non badano a nulla se non a quel moto di violenza che non ci è dato conoscere, ma che non possiamo far altro che temere.

Chiara è solo una delle tante ragazze che non potranno mai iscriversi all’università, trasferirsi, innamorarsi. I loro genitori non le vedranno crescere e farsi una famiglia, potranno solo rimanere con il lacerante dubbio di come una cosa del genere sia potuta accadere, e perché proprio alle persone che più amavano al mondo, che avevano giurato di proteggere e accudire. Forse l’unica cosa che potrà portare loro un minimo di sollievo sarà sapere che la colpa non è loro, che neanche la miglior madre e il miglior padre del mondo avrebbero potuto salvare il proprio figlio.

Allora, se il dolore per la scomparsa della piccola Chiara è condiviso da tutti, non si può dimenticare anche la sofferenza di chi l’ha messa al mondo e se l’è vista portare via una mattina di giugno come un’altra, dopo un saluto come un altro, un “a dopo!” uguale a quello di tanti altri ragazzi a cui non è toccata la stessa sorte.

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