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Specie a rischio di esinzione/ uccisi migliaia di oranghi in Indonesia

Victoria Pavani

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Uomo contro scimmia: i contadini in Indonesia difendono i loro campi con la violenza. La specie a rischio di estinzione degli Orango è considerata dannosa.

Quel lunedì mattina in cui al piccolo Kaluhara II restavano solo poche ore di vita, nessuno aveva ancora pensato a dargli un nome.

L’orango era seduto comodamente tra il fogliame di un albero al confine del parco nazionale di Kutai, in Indonesia, quando all’improvviso iniziò ad urlare, agitarsi e rompere rami fino a quando non cadde a terra. Facendo così, cercò di scampare ai cinque attacchi a lui rivolti da parte del contadino Nazir, suo figlio e il suo vicino di casa. Da come era sdraiato per terra non riuscirono a capire che si trattava semplicemente di un esemplare ancora giovane di orango, alto soltanto 120 cm e che si stava preparando a iniziare la sua vita lontano dai genitori. Kaluhara II aveva circa sette anni, l’età in cui di solito gli oranghi abbandonano la custodia della madre per cercare di sopravvivere in modo autonomo.

Il giovane orango riuscì a rialzarsi e fuggire, per andare a rifugiarsi su un albero in mezzo ad un piccolo lago abitato da coccodrilli lunghi 5 metri e pesanti più di 300 kg, nonostante non sappia nuotare per natura.  Cercò di aggrapparsi con tutta la forza che aveva in quel momento ad un ramo mentre continuava ad essere il bersaglio dei tre contadini armati. Continuarono a sparargli, colpendolo anche agli occhi, fino a quando non calò un silenzio improvviso: erano finite le munizioni.

 

Kaluhara II è uno delle migliaia di oranghi che vengono cacciati dall’uomo. Solamente negli ultimi 16 anni sono stati uccisi centomila esemplari di questa specie secondo uno studio dell’Istituto Max Planck di Leipzig, in Germania. La maggior parte sono morti a causa di incendi o per la deforestazione, mentre molti altri hanno perso la vita proprio perché vengono cacciati direttamente dall’uomo.

La ragione per cui accade tutto ciò è legata strettamente al profitto economico dei contadini, che come Nazir, difendono i loro campi utilizzando la violenza.

Per gli scienziati, l’orango è una specie a rischio di estinzione, per gli animalisti un esemplare da proteggere, mentre per i contadini non è atro che una minaccia da eliminare.

Le principali piantagioni presenti in Indonesia sono quelle di palme da olio, la cui corteccia viene in seguito venduta all’industria del profumo. Inoltre, l’olio di palma è il più importante prodotto di esportazione del paese con circa 17 milioni di persone che lavorano nel settore della sua lavorazione. D’altronde il frutto della palma da olio è presente nel nostro paese in ogni secondo articolo venduto al supermercato, come anche nel resto dei paesi dell’unione europea. Quest’ultima ha deciso che dal 2030, l’olio di palma non sarà più utilizzato per la produzione di biocarburanti, visto che le sue piantagioni sono una delle cause principali della scomparsa delle foreste pluviali. Il governo indonesiano ha minacciato l’UE di boicottaggio del commercio e di uscire dall’accordo di Parigi del 2015 che mira a ridurre l’emissione di gas serra a partire dall’anno 2020.

La “protezione” di queste piantagioni sono la principale causa della caccia agli oranghi in Indonesia. Questi animali si nutrono del frutto delle palme danneggiando l’economia dei contadini.“L’orango ha mangiato più di 5000 dei miei frutti” dichiara il contadino Nazir, che impiega di solito intorno ai quattro mesi per coltivare un tale numero di piante. Per questo motivo quando il suo vicino di casa gli ha chiesto di aiutarlo nella caccia all’animale non ci ha pensato due volte e ha subito accettato. Non essendo riusciti ad uccidere l’orango la prima volta, hanno deciso di lasciare stare l’animale pensando che sarebbe morto da lì a pochi giorni a causa delle sue gravi ferite agli occhi e su tutto il resto del corpo. Per questo motivo, quando kaluhara II si ripresentò qualche giorno dopo, i due contadini rimasero stupiti e decisero di finire una volta per tutte il lavoro che avevano iniziato uccidendo l’animale e abbandonandolo in riva ad un piccolo laghetto. Quando il giorno seguente la cugina di Nazir Comarina, mentre stava andando a pescare vide il corpo senza vita dell’orango, decise di scattargli delle foto e fare dei video con il cellulare per rendere pubblica l’atrocità e la violenza commessa da suo cugino e il vicino di casa. Dei volontari dell’organizzazione Center for Orangutan Protection (COP) vennero in aiuto diffondendo i video e le immagini sulla rete, in modo da sensibilizzare un maggior numero di persone. Sono proprio questi volontari ad aver dato il nome al piccolo orango chiamandolo Kaluhara II.

“Questo genere di caso è molto più difficile da risolvere che un omicidio umano” dichiara il commissario Yuliansyah Tita, 32, che è ora a capo delle ricerche ai colpevoli delle numerose morti di oranghi. “Non ci sono mai dei veri e propri testimoni. Le scimmie non sanno parlare e i contadini spesso mentono quando si parla della morte di un orango”. Riuscirono però a dichiarare Nazir colpevole. In sua difesa disse che non era consapevole del fatto che gli oranghi fossero una specie protetta, ma questo non lo aiutò a impedire di essere condannato a passare nove mesi in prigione. Anche in Indonesia è vietato catturare o uccidere esemplari di una specie protetta, in quanto è stato uno dei pesi a aderire agli accordi di Washington del 1973, riconoscendo che la fauna e la flora selvatiche costituiscono un elemento insostituibile dei sistemi naturali e che deve essere protetto dalle generazioni presenti e future.

Il governo indonesiano festeggiò la cattura e la condanna di Nazir come una vittoria contro la violenza subita dagli oranghi, anche se secondo alcuni scienziati muoiono quattro oranghi al giorno a causa di attacchi come quello effettuato dal contadino. Dal 2007 al 2017 ci furono meno di dieci condanne per l’uccisione di una specie protetta.

L’uomo dovrebbe imparare a smettere di combattere una specie animale con la quale condivide il 97% del suo DNA.

 

 

 

 

 

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USA/Carolina del Sud: ritorna la fucilazione come metodo di condanna a morte

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La vicenda

Lo scorso 17 maggio il governatore del Sud Carolina Henry McMaster ha annunciato, tramite Twitter, la rettifica della legge che permetterà l’attuazione della condanna a morte tramite plotoni di esecuzione, scelto come metodo alternativo vista la scarsa reperibilità dei farmaci per l’iniezione letale, ad oggi considerato, l’unico metodo “più umano” per le esecuzioni.

Il contenuto del Tweet

«Questo fine settimana ho ratificato una legge che consentirà allo Stato di applicare la pena di morte. Le famiglie e i parenti delle vittime hanno il diritto di piangere e ottenere giustizia grazie alla legge. Ora possiamo farlo»

Per McMaster questa legge consentirà allo Stato di poter fare giustizia soprattutto in nome delle famiglie delle vittime. Ma è veramente così?

La pena di morte come detterente e solida giustizia

Acceso e moderno risulta il dibattito tra abolizionisti e pro-pena capitale, per questi ultimi le argomentazioni che pongono a favore della pena di morte risiedono in un controverso senso di giustizia, di fatto risulta una sorta di vendetta masochista e soddisfacente, attuata da uno Stato che contradittoriamente si eleva a garante di equità per tutti, severo punitori di tutti i reati, per poi elevarsi e autoleggitimarsi a uccidere lui stesso, protetto dall’imparziale sentimento delle vittime e delle masse assetate dello spettacolo della morte, attuando un omicidio che non potrà essere a sua volta processato da nessuno. Inoltre ampiamente dibattuto è il carattere di deterrenza della pena capitale. Non esistono studi che confermano la correlazioni tra esecuzioni e diminuzione degli omicidi, quanto invece il contrario, per non parlare delle numerose esecuzioni documentate di persone poi comprovate innocenti oppure condannate per discriminazioni razziali, contro omosessuali o infermi mentali.

I metodi di esecuzioni

Rimaniamo attaccati alla convinzione che le esecuzioni capitali vengano eseguite senza nessuna forma di tortura del detenuto, ma la realtà dei fatti risulta ben diversa.
Analizziamo quindi il metodo considerato “più umano”, l’iniezione letale. Consiste in un mix letale di tre sostanze: la prima è il Pentobarbital, un barbiturico che induce uno stato di sonnolenza e contrazione muscolare, spesso usato per l’eutanasia animale. La seconda sostanza è un miorilassante estremamente potente che paralizza il diaframma, infine seguito dal cloruro di potassio che provoca l’arresto cardiaco. Il tutto eseguito da personale non medico ed è chiaro che il condannato prima di spirare soffrirà le pene dell’inferno. Come può non essere considerata una tortura? Insieme ad altre pratiche spesso utilizzate come: la sedia elettrica, l’impiccagione, la lapidazione, l’uccisione tramite gas e ora il plotone di esecuzione.

Altre info qui

Alcuni dati e la lotta dell’UE contro la pena di morte

Secondo i dati del 2019 sono 142 i paesi nel mondo che hanno abolito la pena di morte per legge o nella pratica, lasciando a 56 il numero dei paesi che ancora praticano esecuzioni capitali. Sono state almeno 657 le esecuzioni registrate in 20 paesi (escludendo la Cina, dove si crede che siano migliaia le sentenze eseguite), mentre sono oltre 25mila le persone nel braccio della morte. Il numero di esecuzioni nel 2019 è stato il più basso dell’ultimo decennio. Nel 2018 le esecuzioni erano state 690, mentre nel 2017 ne erano state eseguite 993.

Circa l’86% di tutte le esecuzioni registrate nel 2019 ha avuto luogo in quattro paesi – Iran, Arabia Saudita, Iraq e Egitto. Tali stime sono ignote per la Cina, che protegge questi dati con il segreto di stato. (Fonte: Amnesty International)

Organo di fondamentale importanza per la difesa dei diritti umani, è proprio l’Unione europea, che con grande impegno, è il più grande donatore nella lotta contro la pena di morte nel mondo. Tutti i paesi europei hanno abolito la pena di morte in linea con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’Unione europea, come osservatore permanente dell’ONU, agisce e sostiene convintamente tutte le azioni che pongono fine alla pena di morte dove è ancora praticata.

Il Parlamento europeo adotta le risoluzioni e ospita i dibattiti che condannano le azioni dei paesi che ancora utilizzano la pena capitale. Un esempio è la risoluzione del 2015 sulla pena di morte, che condannava il suo uso per sopprimere l’opposizione, oppure per ragioni di credo religioso, omosessualità e adulterio.

Il valore della morte

Da un lato la pena di morte viene vissuta come la peggiore delle pene, giusta punizione e l’unica vera condanna che può portare sollievo per chi ha sofferto una perdita. Se invece, diamo uno sguardo ai classici spesso ritroviamo una visione della morte come liberatrice e anzi preferibile rispetto alla vita, considerata vera pena micidiale, in uno Stato ingiusto, corrotto e non egualitario.
Chiaro esempio risulta Socrate, descritto nell’ ”Apologia di Socrate” dal discepolo Platone, accusato ingiustamente di empietà e corruzione dei giovani, accettò causticamente la condanna vivendola con estrema liberazione, andando a biasimare gli accusatori rei di tali accuse infime. Stessa sorte ebbe Seneca, che si suicidò sotto il regime dittatoriale neroniano, e anche Lucano, nipote di Seneca. Molto interessante risulta la posizione di Nietzsche sostenitore sì della pena capitale,ma per la sua particolare considerazione di pena non come deterrente per il senso di colpa né di rieduca del criminale, ma soltanto come punizione in chiave extramorale, infatti in Umano, troppo umano (1879), il filosofo tedesco contestò l’utilizzo della giustizia, e anche della stessa pena capitale, in chiave moralista e colpevolista, sottolineando un punto di fondamentale importanza che viene considerato parzialmente nella valutazione del criminale:

«Come è che ogni esecuzione ci offende più di un omicidio? È la freddezza dei giudici, sono i meticolosi preparativi, è il sapere che qui un uomo viene usato come mezzo per spaventarne altri. Giacché la colpa non viene punita, se anche ce ne fosse una: questa è negli educatori, nei genitori, nell’ambiente, in noi, non nell’omicida, – intendo le circostanze determinanti»

Conclusione

Condanne ingiuste e processi lunghissimi non hanno fatto altro che acuire i sentimenti vendicativi e la repulsione di alcune persone verso i canonici metodi di giustizia, come Seneca stesso parla nel suo trattato “De Clementia” :

“Nello Stato in cui gli uomini vengono puniti raramente, si instaura una sorta di cospirazione a favore della moralità, della quale ci si prende cura come per un bene pubblico. I cittadini si considerino privi di colpe e lo saranno”;

Seneca parla di moralità e bene pubblico come concetti chiave legati alla Giustizia, di fatto non si può pulire il sangue con altro sangue, e far prevalere i sentimenti di vendetta per giudicare in sede processuale l’amoralità altrui.

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