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MONDI

LIBRI/Tempi difficili per i sognatori

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“Era un notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo simile potessero vivere uomini irascibili ed irosi.”

Una cosa che contraddistingue tutti gli uomini è l’illusione, un’ innata capacità di sperare fino all’ultimo. Le notti bianche è un romanzo breve di Fëdor Dostoevskij, pubblicato per la prima volta nel 1848, si tratta di un romanzo giovanile e sentimentale di appena ottanta pagine, ma che ho trovato di una potenza e di una bellezza disarmante.

Racconta la storia di uno scrittore emarginato escluso e completamente estraniato dal mondo, che per quattro notti della sua vita incontra una giovane donna di diciassette anni, Nastenka che con il suo profondo amore per la vita, riesce a destare il sognatore e a fargli assaporare la vita reale.

“Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l’anno. Senz’altro domani ritornerò qui, proprio qui, in questo luogo, e proprio a quest’ora, e sarò felice ricordando l’accaduto. Già questo luogo mi è caro.”

Un continuo scontro tra realtà e sogno, il sognatore non può fare a meno di seguire la sua natura, imperterrito continua ad immaginare castelli di carta in cui rinchiudersi, finché l’incontro con Nastenka non cambia drasticamente le carte in tavola. La ragazza è la metafora perfetta dell’attaccamento viscerale alla realtà. Essa infatti ama un uomo vero, ne attende il ritorno, crede alla promesse che lui ha realmente pronunciato e vive la vita così com’è. Con il suo attaccamento alla vita che riesce a squarciare il “velo di Maya” che il sognatore non ha mai avuto il coraggio di strappare, forse per paura di ritrovarsi travolto da quel mare di solitudine e dolore che percepiva dopo il risveglio da uno dei suoi sogni.

“Le Notti Bianche” è l’espressione più chiara e potente dell’esistenza dei sognatori, che vorrebbero un amore romantico, travolgente e invece, proprio come il protagonista, nel momento in cui ci siamo illusi di aver realizzato entrambi, in una notte bianca: lui si dichiara, trovando il coraggio di uscire fuori dai suoi schemi, felice di aver finalmente deciso di vivere, invece di sognare di vivere, ma la sua gioia svanisce nel momento in cui lei gli confessa di amare un altro uomo e di essere in attesa del suo ritorno da un anno esatto.

“Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! E’ forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?…”

Quindi Le notti bianche racconta non tanto l’incontro del sognatore con Nasten’ka, che infatti non porta da nessuna parte, ma la sua relazione intima con se stesso. Lo stesso Dostoevskij si definiva un sognatore, sembra, infatti, che quello del “sognatore romantico” fosse un tema che gli stava molto a cuore, perché lo aveva vissuto sulla propria pelle.

In questo libro viene descritta l’esistenza dell’uomo comune: ordinaria, sterile, arida, vuota, priva di quel briciolo di follia che in ogni momento ci permetterebbe di vivere davvero, quindi spesso mi chiedo: cosa c’è di male nell’ essere un sognatore? È forse sbagliato sognare e immaginare qualcosa di diverso rispetto a quello che già si vive? Da sognatrice, ed eterna insoddisfatta, queste domande non hanno una risposta. Non siamo più tra le vie di una San Pietroburgo notturna ma senza dubbio sono ancora tempi difficili per i sognatori, ed in ciò trovo lampante l’attualità del classico di Dostoevskij, l’alienazione e la fuga dalla realtà sono due temi molto più frequenti nella nostra contemporaneità che all’epoca dell’autore russo, ci è familiare l’incapacità di aprirci genuinamente alle persone che ci circondano, issiamo muri sempre più alti, abbiamo i mezzi per spaziare ma ultimamente ci siamo chiusi in noi stessi.

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