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VIVERE NELLA LEGALITA’/A tu per tu con Padre Fiorino

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Giovedì 11 febbraio si è tenuto il secondo incontro dei quattro previsti dal progetto “Vivere nella legalità: incontro con i testimoni del nostro tempo”. Questa volta l’incontro è stato svolto in presenza, come tanto desiderato dal protagonista della nostra intervista, ovvero Padre Francesco Fiorino.
Insieme a lui era anche presente Chiara Morali, che si occupa di coordinare gli ordini provenienti dalla zona del levante per l’acquisto dei prodotti di “Sicilia giusta e saporita”.
Attraverso immagini e parole abbiamo toccato ed affrontato diversi temi che riguardano la quotidianità di un uomo sempre impegnato a combattere la mafia.

Buongiorno Padre Fiorino, grazie per averci dedicato il suo tempo ed essere qui con noi.
“Francesco Fiorino è un uomo sempre aperto al dialogo e al confronto” sono parole di Francesco Cozzi, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Genova.

Chi è Padre Francesco Fiorino?

Prima di tutto ringrazio tutti voi perché è un piacere essere qui .
Io sono un siciliano doc, sono onorato di essere nato in Sicilia, a Marsala, una città di mare, la quale mi ha sempre ispirato apertura, voglia di viaggiare, di conoscere, di intraprendere nuove avventure.
Marsala è sempre stato un luogo di incontro tra culture diverse, basti pensare ai fenici, ai greci, ai romani, agli arabi.
Mi definisco anche un “C.N.”, cioè un cristiano normale.
Nell’adolescenza è stata una scoperta bellissima quella di aver iniziato un cammino di fede e non lo dico perché sono un prete adesso. Prima infatti mi sono diplomato come perito agrario e solo successivamente, all’università, ho iniziato il cammino per diventare prete. Per me la fede è sempre stato un motore di vita, di apertura e di conoscenza.

“…Uno che sta per diventare prete non è un “superuomo, è una persona che ha pregato, che ha ricercato, che si è lasciata interpellare dai bisogni, dalle richieste di tanti uomini e donne. È una persona che non si è cullata nelle scuse e negli alibi”.
Padre Fiorino, molto spesso non riusciamo a cambiare le situazioni che non ci piacciono o che troviamo profondamente ingiuste, perché pensiamo che non serva o che lo debba fare qualcun altro.
Nel suo libro, invece, è molto chiaro come ognuno possa e debba fare la differenza, giusto?

Non occorre essere superuomini o superdonne per iniziare certi cammini, non avere paura è una cosa importante, non avere paura del numero. Oggi pensiamo che per riuscire a fare qualcosa bisogna essere in tanti. Non è vero: si può anche essere meno delle dita delle nostre mani, ma se si è convinti e veramente si vuole cambiare qualcosa, si può fare, in molti modi diversi.
Si può anche interpellare chi gestisce gli affari pubblici.
Io nella mia vita ho scritto a persone come il presidente Mattarella, ottenendo risposte concrete, come anche ai sindaci, che sono il livello più quotidiano della nostra vita politica.
Le cose che non vanno bene bisogna dirle, ma non solo, dobbiamo anche dare il nostro contributo, seppur piccolo, per cambiarle e migliorarle; la scuola serve anche a questo, a insegnare a non rassegnarsi e a non lasciare che le nostre città siano in mano a chi non vuole il bene dei cittadini.
Se non si tace e si avanzano proposte con soluzioni concrete, le cose cambiano e migliorano, anche se magari non subito. Nella mia vita l’ho visto molto bene, per esempio con i beni confiscati alla mafia.
Quando io ero a scuola non c’erano tutti gli organismi di partecipazione che ci sono adesso.
Una cosa che mi stupisce è quanta poca partecipazione e confronto ci siano in occasione delle assemblee d’istituto dei licei della mia città; ci sarebbero tante cose di cui parlare e su cui confrontarsi, ci dovrebbe essere la voglia di dare il proprio contributo.

“I Giusti di Sicilia- Un traguardo del Centro é di arrivare a presentare e a raccontare l’impegno culturale e solidale di ben 100 Giusti di Sicilia”.
Nel suo percorso di vita ha fondato diverse associazioni, qual era lo scopo? Cominciamo dai Giusti di Sicilia.
Quando ci affacciamo al mondo della politica, tendiamo a guardare soltanto gli esempi negativi e ci dimentichiamo di tutte quelle figure che hanno dato o danno un grande apporto a tutta Italia, non solo alla Sicilia. L’idea dei Giusti di Sicilia é nata per far conoscere persone esemplari, proprio come Piersanti Mattarella, Rosario Livatino, conosciuto come il “giudice ragazzino” o Padre Pino Puglisi, che rendeva grandi anche le semplici azioni, allontanando i giovani dallo spaccio e dalla mafia svolgendo un lavoro educativo e promuovendo la scuola. Poi abbiamo anche grandi nomi come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone.
Chi ha combattuto la mafia più dei siciliani? Noi siamo stati vittime della mafia in primis, ma oggi siamo molto più liberi.
Oggi vi è una coscienza civile del fenomeno anche grazie alla testimonianza di queste persone.
I Giusti di Sicilia offrono esempi positivi, nei quali le persone possano intravedere speranza oltre a trovarsi la strada più spianata, poiché già altri hanno intrapreso lo stesso cammino di solidarietà, di impegno, di libertà, di lotta per la giustizia e disuguaglianze sociali.
Ognuno deve fare la propria parte e camminare: per questo ho cambiato il detto “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” in “tra il dire e il fare c’è di mezzo il cominciare”.
Ecco perché è importante il centro “I Giusti di Sicilia”.

Quanto è importante la scuola per essere liberi?

Oggi ripenso ancora a insegnanti e compagni di scuola con cui condividevo valori importanti.
La scuola è anche un luogo di conoscenza della realtà, dato che, se non si conosce la realtà non si distinguono veramente le informazioni dalle “fake news”.
Ho iniziato il percorso agrario a Piacenza e ho appreso il metodo scientifico e il principio della realtà che si sono rivelati fondamentali per andare avanti nella vita e ciò mi ha aiutato anche nel cammino della Fede.
Non sciupate gli anni della scuola!

“La scuola di politica è una scuola di formazione all’impegno sociale e politico, quindi si impara a interessarsi agli altri e al bene degli altri”
Padre Fiorino, nel suo libro ha scritto che chi fa politica deve volere il bene dei cittadini. Purtroppo per noi giovani la politica è un mondo ancora lontano, così come argomenti quali la corruzione del voto.

Che cos’è la scuola di politica e com’è nata?

Bisogna riprendere in mano la politica, se la lasciamo ai corrotti e a chi fa politica per dominare gli altri siamo rovinati, è il nostro presente e il nostro futuro.
Se io non fossi stato prete, sarei stato un uomo politico, perché credo che la politica sia la ricerca di soluzioni ai problemi, nel senso più vero, è amore sociale per la città, si aiutano le persone che stanno più indietro.
Come non fare politica? Siamo tutti cittadini immersi nelle vite della nostra città, da qui è nata la scuola di politica, a cui siamo collegati in un circuito che non comprende solo Marsala.
La scuola di politica comprende fino ad otto incontri l’anno aperti a tutti a partire dai sedici anni d’età. Se non ci si forma e non si acquisiscono conoscenze si diventa come una foglia sbattuta dal vento, si raccolgono informazioni in modo sparso senza formare una propria idea di chi vogliamo essere e cosa vogliamo fare della nostra vita.
Purtroppo negli ultimi quarant’anni si sono visti esempi negativi e si è notato solo il peggio: non si è mai fatto caso a coloro che vivono la politica come un servizio e come un’opera fondamentale per il bene di tutti. Persone come Aldo Moro, Pio La Torre e Piersanti Mattarella hanno contrastato la mafia e hanno dato la loro vita uccisi per questo scopo.
La politica vera richiede sacrificio, studio e impegno!
Io mi occupo di aiutare persone in difficoltà ogni giorno, Marsala è una delle città più grandi della Sicilia e molte persone vivono nelle case popolari. Molto spesso la difficoltà di queste persone le porta a vendere il proprio voto in cambio di cifre spesso bassissime: è diventata la normalità; da giovane, a sedici anni, capivo che non poteva essere normale, non mi andava bene, ma tanti ragazzi cedono, eppure a sedici anni dovresti avere una coscienza tale da comprendere che non debba essere in alcun modo la normalità, altrimenti sarai una persona che lo farà per tutta la vita.
Una cosa che dovrebbe fare la politica è abbattere le disuguaglianze sociali, economiche e di opportunità. Molti giovani sono costretti a lasciare la Sicilia, in cerca di opportunità migliori per la loro vita, lontani dalla corruzione e dalla raccomandazione.
La mafia ormai si è evoluta, rimane ancora la mafia del pizzo e dello spaccio, ma ormai la vera mafia è comandata dai figli dei mafiosi, che hanno studiato economia o che sono avvocati. A partire dal 2001, anno in cui ho cominciato ad occuparmi dei beni confiscati alla mafia, mi è stato affibbiato l’appellativo di “prete carabiniere”.

Lo scorso anno i nostri compagni hanno fatto una visita a due beni confiscati alla mafia in Sicilia.
Ma che cosa sono i beni confiscati e cosa significa gestirli?

Questa è una delle attività che mi ha più impegnato e che mi ha messo più “a rischio”.
Ho avuto qualche minaccia telefonica, messaggi arrivati attraverso altre persone, addirittura qualche attentato ai beni che abbiamo ripreso e utilizzato a fini sociali o per lo sviluppo.
I beni confiscati sono i beni che sono stati prima sequestrati e poi confiscati a soggetti mafiosi o accusati di associazione mafiosa, di corruzione, di estorsione, ecc.
Per me occuparmi di questi beni è stata un’occasione di riscatto della nostra terra e del male che hanno compiuto queste persone contro la dignità e la libertà di tante altre.
Nel 2001 iniziai questo percorso a Salemi, una cittadina in provincia di Trapani, partendo da un rudere che è diventato un ristorante, ma anche un luogo per fare degli incontri sui temi della giustizia, della legalità, dello sviluppo sostenibile.
Da lì nacque l’appellativo “Prete carabiniere”, nel senso che tanti si chiedevano cosa c’entrasse la Chiesa con i beni confiscati e con la giustizia. Questo perché mi occupavo di utilizzare socialmente beni confiscati alla mafia. Dopo Salemi, mi occupai di molti beni anche a Castelvetrano, a Marsala, a Mazzara del Vallo. Ultimamente a Marsala stiamo recuperando un bene che era stato completamente abbandonato e che presto diventerà una casa fraterna per l’accoglienza di mamme e bambini con difficoltà economiche oppure familiari.
I beni confiscati sono una forma di ricchezza, di riscatto e utilizzarli bene è un segno di riconoscenza per quelle che sono state le vittime innocenti della mafia, perché non serve a nulla riconoscere i meriti di coloro che hanno combattuto questo cancro del nostro Paese e sono morti per quello se alla fine non seguire il loro esempio.

Molti non si azzardano a prendere in gestione un bene sequestrato perché hanno paura, oppure perché gestendo il bene e investendo dei soldi su di esso, può capitare che venga di nuovo tolto a colui che lo ha preso in gestione e dato ad altri, solo per ricavare dei soldi svendendolo.

Per esempio, un bene che lei ha trasformato in un centro d’accoglienza, che precedentemente era un luogo di prostituzione, era stato sequestrato al mafioso: successivamente l’imputato è stato assolto, dato che chi doveva testimoniare non si è presentato, il bene è stato riconsegnato e voi avete perso anche i soldi investiti per renderlo utilizzabile.

Sì, purtroppo questo mafioso è stato assolto, dato che i testimoni non si sono presentati, quindi il bene che era stato solo sequestrato e non confiscato, è ritornato a lui.
Noi tra l’altro avevamo anche speso molti soldi per la riqualificazione del bene stesso; infatti quando il soggetto si è presentato per la riconsegna del bene, è rimasto meravigliato, dato che era stato ripulito e sistemato, in quanto veniva utilizzato da noi come luogo di aggregazione dove facevamo lezioni di italiano per persone immigrate, presentazioni di libri e tante altre attività.
Tutto questo è sicuramente un rischio, ma d’altra parte nella vita bisogna anche sapere rischiare. Sapendo che ciò che stai facendo è un’opera buona, è giusta e può servire, è fondamentale provarci.
A volte può succedere che i beni confiscati ormai di proprietà dello Stato, vengano venduti e in questo procedimento ci può essere il rischio che sotto ad altri nomi ci siano mafiosi, che si riapproprino del bene stesso.
I beni confiscati nel nostro Paese sono una ricchezza enorme, che purtroppo spesso non viene valorizzata come dovrebbe, perché alla base di tutto è la paura che domina in molti casi.

Un capitolo del suo libro “Tra Sorrisi e Lotte” é dedicato alle sei A, ossia ascoltare, accogliere,
aiutare, accompagnare, animare e agitare.
Un ricordo importante legato a ciascuno di essi?

Ho voluto riassumere le sei A perché a mio parere servono per una vita completa e vera.
Mettersi in ascolto delle persone significa aprire un mondo e le grandi potenzialità del cuore umano; bisogna accoglierle e non basta sentire o far finta di ascoltare la sua vita e i suoi desideri. Per questo parliamo anche di case di accoglienza e mense, per esempio.
Ascolto, accoglienza e aiuto portano a condivisione e solidarietà, quindi anche ad aiuti concreti.
Vi consiglio di viaggiare e visitare il mondo; sono stato in Africa centrale, in Brasile, in Tunisia, in Polonia e in Canada, dove ho scoperto tante associazioni che riescono a trasformare il proprio stile di vita in uno più sobrio, slegato dai beni materiali. In Africa Centrale la gente vive con meno di 1 dollaro al giorno, tra cui i pigmei che tutt’ora vivono nelle foreste con pochissimo; al contrario noi abbiamo di tutto e di più e alcuni cadono anche in malattie come depressione ed esaurimento nervoso: questo mi ha portato a riflettere.
Nei prossimi decenni avremo molte più persone ammalate di salute mentale perché al giorno d’oggi si vive al di fuori delle relazioni e non si sanno più affrontare dolori, fatiche e morte.
Per questo è importante accompagnare le persone e aiutarle a rinascere e intraprendere un cammino nuovo. Per quanto riguarda animare e agitare sto portando un esempio oggi davanti a voi.
In certi casi è fondamentale anche agitare, perché è necessario intervenire in maniera forte e ritengo che certi stili di vita siano contro la dignità umana e contro le persone più indifese.
Non è possibile rimanere zitti perché anche il silenzio è mafia ed è importante schierarsi e capire da che parte stare. La gente vive ancora nell’indifferenza più assoluta e ripropone il detto fascista “Me ne frego”. Al contrario il detto dei giovani studenti americani è “I care”, ossia “Me ne importa”: questo detto lo insegnava Don Lorenzo Milani, grande educatore e formatore. La povertà è aumentata notevolmente a causa del covid e la mafia si insedia nel malcontento delle persone. Ne hanno parlato pure i telegiornali nazionali del fatto che la mafia abbia distribuito i pacchi alimentari e aiuti nei quartieri popolari di Palermo. Questo perché la mafia vuole sostituire lo Stato e dimostrare ai cittadini che é presente a livello sociale, ma ciò è solo per avere un ritorno di manovalanza e gente che si piega a questi individui. Per me lo Stato è comunità, non solo le figure istituzionali, perché anche io sono Stato. Io sono il comune dove vivo e bisogna essere più partecipi e più responsabili, senza accettare e subire ciò che non è giusto.

“Ho capito da tempo, che bisogna scegliere da che parte stare”.
Padre Fiorino, la cooperativa “Sicilia giusta e saporita” propone prodotti mafia-free ed è una bellissima testimonianza di persone che hanno scelto, in maniera plateale, da che parte stare, siamo come produttori che come consumatori.

Perché è importante sostenere chi ha detto no alla mafia, anche solo comprando un prodotto?

La mafia non va contrastata soltanto in maniera repressiva, bisogna anche stare dalla parte di chi propone un rispetto delle persone nel consumo: dobbiamo sapere se il prodotto che consumiamo deriva da una filiera che rispetta i diritti dei lavoratori e che rispetta l’ambiente, vedere le conseguenze sociali, economiche ed ambientali di un prodotto.
L’aggettivo “giusta” nel nome della cooperativa deriva dalla qualità dei prodotti e il rispetto delle regole, ognuno di noi deve cercare di appoggiare quelle aziende e quei produttori che non accettano le estorsioni della mafia e che non collaborano con persone che rovinano l’ambiente e la vita delle persone.

Chiara, qual è la tua esperienza con questa cooperativa e dove possiamo trovare questi prodotti?

Nel 2015 è iniziata la mia collaborazione con “Sicilia giusta e saporita”, che è una cooperativa in cui credo tantissimo. Ho conosciuto questa bella realtà quando il comune di Recco mi aveva coinvolta in una commissione in cui venivano presentati enti, associazioni o singole persone che, per il merito e le azioni quotidiane, avrebbero ricevuto 5.000 euro dal comune di Recco .
Una signora ci ha presentato la figura di Don Francesco Fiorino e da quel momento ho iniziato ad interessarmi alla cooperativa, conoscendo anche altre persone tra le quali Nicola Clemenza; l’argomento mafia mi ha sempre affascinato ed attivato. Da quel momento è iniziata la mia collaborazione con “Sicilia giusta e saporita”, cooperativa creata da Padre Fiorino formata da sole donne con il duplice scopo: dare loro un lavoro e per noi acquistare prodotti giusti e saporiti.
Ciò che ho capito in questi anni è che bisogna stare attenti al prezzo di quello che compriamo: se è troppo basso sicuramente non è di alta qualità, per esempio l’olio deve superare un prezzo minimo di 8 euro per essere buono e vero. Con un gruppo di famiglie, ogni due mesi circa, mandiamo un grande ordine di prodotti alla cooperativa.
Le persone tramite il sito “siciliagiustasaporita” scelgono i prodotti e me li comunicano: a questo punto effettuiamo un ordine unico per comodità.

“Ho capito le modalità di penetrazione mafiosa nell’economia parlando con i suoi amici o conoscenti, giovani e meno giovani imprenditori, più che con lo studio di indagini di procedimenti giudiziari di mafia… Ho apprezzato e ammirato l’apertura di giovani studenti e insegnanti per la conoscenza dell’attività e del mondo della sua Sicilia” sono parole di Francesco Cozzi, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Genova.
Sulla base della sua esperienza, quale consiglio si sente di dare a noi che stiamo per percorrere il cammino della vita e stiamo concludendo il percorso liceale, per essere delle persone consapevoli di quello che accade intorno a noi?

Continuare a studiare è la prima cosa che dovete fare, non tanto per farlo, ma per conoscere.
Le nozioni sono sicuramente importanti, ma conoscere valori, persone, istituzioni, realtà che si impegnano per cercare di migliorare la realtà sociale ed economica in cui noi viviamo, lo è sicuramente di più.
Una cosa che ho imparato è che non bisogna isolarsi nella vita: avere una realtà associativa, un gruppo che stimoli ed animi all’impegno sociale e solidale è molto importante.
Inoltre abbiamo bisogno di persone preparate, competenti, che studino nei vari settori della vita sociale del Paese, che abbiano coscienza e responsabilità di essere partecipi del bene comune, non solo per sé.
Partecipare a delle iniziative di solidarietà, di vicinanza agli altri, ma anche viaggiare per conoscere e scambiare, per comprendere l’aspetto sociale, sentire le voci delle persone che lottano ogni giorno per una vita dignitosa.
Tutto ciò a me ha insegnato moltissimo.
Per concludere formare la nostra vita interiore, la nostra coscienza è fondamentale, perché il rischio di diventare soggetti “altalena”, che non si decidono mai, è molto elevato.
Una delle attività che stiamo facendo è il centro di ascolto per le dipendenze patologiche e stiamo vedendo come ci siano molti giovani che si stanno rovinando la vita senza nemmeno accorgersene.
È importante avere una coscienza del valore della propria vita e di se stessi, una formazione sociale e politica, per evitare che il vuoto interiore, ovvero il non essere animati da nessun valore e nessun desiderio forte, porti l’individuo ad abbandonarsi a qualsiasi cosa, come per cercare una via di fuga.
Molte volte queste persone tendono a chiudersi in sé e a perdere la cognizione della realtà.
Non dimenticatevi di stare insieme a persone che vi aiutano a migliorare e formare la vostra coscienza interiore.

“Testimonianza, raccontare e raccontarsi. Ricordare piccoli momenti di vita vissuta, frammenti di emozione, visi conosciuti, attimi di gioia, crepe di sconforto…La vita di un uomo…”.
Tra le molteplici attività che compie, è riuscito a trovare il tempo per scrivere un libro sul percorso fatto.
Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro, che non è soltanto un racconto di vita, ma è ricco di
riflessioni profonde derivate dalle esperienze personali?

Innanzitutto l’ho scritto per gratitudine e riconoscenza. Devo ringraziare coloro che fin da bambino mi hanno aiutato ad avere uno spirito aperto e sorridente, da cui viene il nome del libro “Tra sorrisi e lotte”. Anche l’ambiente universitario mi ha aiutato molto: avevo 18 anni quando per la prima volta sono venuto a studiare a Piacenza; al giorno d’oggi, invece, vedo alcuni giovani che si trasferiscono per lo studio, ma non sono abbastanza indipendenti e non sanno affrontare le prime fatiche della vita.
Inoltre, l’ho scritto per raccontare le mie avventure di persona e di cristiano normale; nella vita non si smette mai di imparare e i propri desideri possono rifiorire perché qualcuno ti aiuterà sempre a rialzarti: nel mio caso é stato Gesù Cristo.
In una società di cinema spagnolo, ho recitato in “Coraggio” insieme a Luigi Ciotti e altri magistrati. Il termine coraggio deriva dal latino “agire con il cuore” e lasciandosi guidare da una coscienza sincera e pulita per vincere le proprie paure e minacce.
Se nella vita si vive con trasparenza e facendo del bene, si supereranno tutti gli ostacoli invece, succederà il contrario se si accettano i vari compromessi.

“La cosa più preziosa che puoi ricevere da chi ami è il suo tempo”.
Non sono le parole, non sono i fiori, i regali.
È il tempo. Perché quello non torna indietro e quello che ha dato a te è solo tuo, non importa se è stata solo un’ora o una vita” [David Grossman].
La ringraziamo Padre Fiorino di averci dedicato il suo tempo, abbiamo avuto la grande opportunità di ascoltare le parole di una persona come lei che, in modo chiaro e trasparente, ha trattato argomenti che spesso ignoriamo o che non trattiamo a fondo.

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CULTURA/Manet artista della perversione?

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E’ una fredda giornata di fine gennaio del 1832. A Parigi, tra le colorate vie del centro, nasce un artista destinato a stravolgere il panorama artistico di tutti i tempi. E’ Edouard Manet, cresciuto nell’agio di una famiglia facoltosa che lo indirizza alla carriera giuridica. Fin da bambino, tuttavia, viene attratto da quel linguaggio universale, le cui parole sono fatte di colori, che con le sue linee può essere più incisiva delle grida: l’arte. Il giovane s’imbarca come marinaio per evitare gli studi di legge, ma l’impiego non durerà molto, quanto basta affinchè la famiglia gli permetta di inseguire la sua grande passione. I suoi viaggi per l’Europa arricchiscono i suoi studi, egli è ispirato da grandi maestri, Giorgione e Tiziano in particolare.

Nel 1863 espone la sua tela “Colazione sull’erba”,  tanto amata quanto discussa, che viene respinta della critica del Salon. Cos’è che la pittura accademica proprio non riesce ad accettare di questo quadro? Inorridisce, senza dubbio, la tecnica pittorica, destinata invece a entusiasmare un gruppo di giovani artisti-ribelli, passati alla storia come impressionisti: da vicino, infatti, appaiono molte macchie che lo spettatore solo allontanandosi riesce a congiungere, ritrovando l’unità della tela. Inoltre viene rimproverato all’artista di non aver saputo utilizzare la prospettiva geometrica e il chiaroscuro, assolutamente necessari per poter produrre un’opera di successo, come classicismo comanda. Ma ciò che disturba maggiormente è la figura femminile nuda che conversa amabilmente con due giovanotti borghesi, rendendo volgare le chiacchere di una colazione come tante agli occhi di una, a quanto pare, pudica giuria.

Il tema della nudità femminile viene ripreso in un’altra celebre opera: “Olympia”. Manet rimprovera alla cultura del suo tempo un’estrema rigidità delle posture, prediligendo pose quotidiane per rendere maggior realismo. La pittura accademica accettava il nudo femminile solo se con qualche rimando mitologico; Olympia, seppur raffigurata con lo stilema della Venere sdraiata, non ha nulla di divino, è una prostituta. La giovane donna è invece uno degli scarti della società, raffigurata con la mano sinistra che copre l’oggetto del suo lavoro, quasi per sottolinearlo. I suoi occhi fissi e fieri sullo spettatore rivelano uno sguardo calcolatore. Emblematico poi è il gatto nero, che si credeva fosse il tramite fra le streghe e il diavolo.

Manet infrange uno dei tabù più forti del suo tempo. La prostituzione era un fenomeno estremamente diffuso, ma taciuto, ritenuto indegno, come la stessa sessualità. Il quadro dunque non riscuote particolare successo. L’artista attira l’amicizia di molti artisti, soprattutto Baudelaire. Effettivamente si può ritrovare una forte analogia tra i due: entrambi rifiutano il ruolo educatore dell’artista, preferendo immergersi e denunciare una cruda realtà, quella vera, alla società borghese, fatta di perbenismo esteriore che nasconde un attaccamento viscerale e morboso ai propri interessi. Ecco che “l’artista maledetto”, alla bohemien, non ha solo il merito di aver sperimentato nuove tecniche pittoriche, essenziali per la nascita dell’impressionismo, ma ha anche descritto, con uno sguardo disincantato, una società nascosta, soffocata, che nell’ ottocento comincerà finalmente a reclamare i suoi diritti. Forse anche oggi servirebbe qualcuno che, con maestria e senza retorica, denunci gli interessi capitalistici della società contemporanea, che come al tempo di Manet, nasconde sotto un perbenismo irritante i propri interessi.

Questo è il potere universale e senza tempo di Manet.

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CULTURA/L’immagine di Babbo Natale

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LA TRADIZIONE DI BABBO NATALE

 

Tutti noi conosciamo la figura di Babbo Natale che da sempre la notte del 24 dicembre passa nelle case di tutti e lascia i regali sotto l’albero, ma da dove nasce questa magica figura adorata da grandi e piccini? 

 

BABBO NATALE NELLA LEGGENDA

 

Molti riconducono Babbo Natale alla figura di San Nicola, ma in realtà esistono diverse  tradizioni seppur incerte che ricordano questo fantastico personaggio.

Nell’Antica Grecia si può ricondurre ad Apollo, dio del sole, con il suo carro del sole; poiché durante il periodo natalizio i Greci assistevano ad un allungarsi delle giornate. 

Per le popolazioni Nordiche invece Babbo Natale era Odino, che una notte all’anno passava a donare regali sopra una slitta trainata da un cavallo volante.

 

IL PERSONAGGIO CHE DIEDE ORIGINE A BABBO NATALE

 

Dopo aver esplorato la figura più remota che potrebbe essere riconducibile a Babbo Natale passiamo alle tradizioni più “recenti”. 

Diamo uno sguardo alla figura di San Nicola: durante il quarto secolo San Nicola era il vescovo di Myra, nell’odierna Turchia, ed era considerato il protettore delle donne e dei bambini. La leggenda narra che un giorno il santo aiutò 3 donne giovani ma povere a sposarsi poiché per 3 notti donò a ciascuna un sacco pieno di monete. La festa del santo si diffuse presto in tutta Europa e successivamente in America.

 

COM’È NATA L’IMMAGINE DI BABBO NATALE

 

Quando la storia di San Nicola raggiunse il Nord Europa si mescolò con le tradizioni dei paesi e delle popolazioni che ci vivevano. Cominciarono a rappresentare San Nicola non più come un santo ma come una figura magica: un elfo, un folletto o (per le tradizioni anglosassoni) un grande omone simile ad uno spirito. In Olanda era chiamato Sinterklaas e quando gli europei cominciarono a colonizzare l’America, gli olandesi trasportarono questa figura magica fin oltre oceano. L’America accolse a braccia aperte le tradizioni Olandesi ma cambiandole: il nome Sinterklaas si trasformò in Santa Claus e nel 1822 fu scritta una poesia in cui comparvero i simboli della slitta e dei regali che vengono calati dal caminetto. Verso la fine del 1800 Haddon Sundblom (un disegnatore Americano) si ispira alla poesia per disegnare il simpatico vecchietto barbuto che farà da protagonista alla pubblicità della Coca-Cola Company.

 

MA È DAVVERO SOLO QUESTO?

 

È davvero solo una pubblicità? È possibile che la figura di Babbo Natale sia soltanto quella della Coca-Cola? Come abbiamo visto, in tutta la storia ci sono testimonianze di una figura che durante una notte invernale, che coincide con il prolungarsi delle ore di luce, vola su una slitta o un carro trainato da cavalli o renne. Che venga chiamato Apollo, Odino o Santa Claus non fa molta differenza, una magica figura ricorrente abita le tradizioni di 5000 anni di storia umana.

 

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ARCHEOLOGIA/Un bagno insieme ai bronzi di San Casciano

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Dopo cinquanta anni dalla scoperta dei bronzi di Riace, avvenuta nel 1972, in Italia è stato riportato alla luce uno dei più grandi ritrovamenti di reperti di epoca etrusca e romana.

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