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ATTUALITA'

Religione e politica/quali sono le teocrazie odierne?

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di Valentino Ferrari

– Il termine teocrazia deriva dal greco “θεός”, che vuol dire dio, e “κράτος”, che vuol dire potere. Quindi, letteralmente significherebbe “potere al dio” ma in pratica significa “potere alla religione”. Si distingue una teocrazia poiché le cariche politiche si intersecano con le cariche religiose. Ad oggi le teocrazie sono principalmente musulmane, però ne esistono anche cristiane, che conosciamo benissimo.

Città del Vaticano

La prima teocrazia di cui andremo a parlare è proprio la Città del Vaticano. Infatti, il papa, che risiede proprio lì, non è solo l’autorità massima della religione cattolica e successore di Pietro, ma è anche la massima autorità politica del Vaticano. Il Vaticano si può considerare come “una copia un po’ sbiadita dello Stato Pontificio”, poiché è stato creato nel 1929 dai Patti Lateranensi istituiti da Mussolini.

Regno Unito

Il Regno Unito? Ma com’è possibile? Eh no, invece il Regno Unito si può definire una “teocrazia misteriosa”. Ma perché? Perché la regina Elisabetta è anche la massima autorità della religione anglicana. Sicuramente molte persone non ci fanno caso, eppure bisognava metterlo nella lista.

Norvegia

In realtà, la Norvegia non è proprio una teocrazia, però in Norvegia esiste una religione di stato. Una religione di stato è una religione che, in uno stato, è imposta a tutti i cittadini. In questo senso, la Norvegia si può definire una teocrazia. Ma attenzione, perché oggi non lo è più. Proprio dal 1 gennaio 2017, dopo ben 500 anni, la chiesa cattolica di Norvegia non è più religione di stato.

Monte Athos

In molti non lo sanno, ma il Monte Athos è un territorio autonomo della Grecia, che, secondo l’articolo 105 della Costituzione, è dotato di un autogoverno. Questo autogoverno è proprio una teocrazia monastica ortodossa, ed è governato e popolato solo da monaci. In questo paese infatti, non è permesso l’ingresso alle donne.

Andorra

Anche ad Andorra c’è una teocrazia, poiché uno dei capi di stato del paese è il vescovo di Urgell.

Israele

Passiamo adesso all’Israele, che è ad oggi l’unico paese al mondo di maggioranza ebraica. Ed essa è proprio una teocrazia, poiché il capo del governo non è anche l’autorità religiosa, ma il Gran Rabbinato di Israele possiede comunque molti poteri, come il matrimonio, la sepoltura, il divorzio e l’eredità.

Iran

Ecco ora esempi di qualche teocrazia islamica. In Iran, nonostante il presidente della repubblica sia eletto a suffragio universale, è il consiglio religioso che approva le candidature.

Arabia Saudita

In Arabia Saudita, la costituzione è il Corano. Quindi, ci sono leggi che sono tutte islamiche. In più, l’Arabia Saudita è uno dei pochi paesi al mondo a non avere un parlamento.

Shari’a

Questo non è uno stato. La shari’a infatti è una legge islamica che sancisce la pena di morte per chi bestemmia, chi commette adulteri, chi uccide involontariamente una persona e chi è omosessuale. In più, secondo questa legge, tutte le donne devono portare il velo. Questa legge è oggi presente in Arabia Saudita, Kuwait, Yemen, Emirati Arabi Uniti, Iran, Egitto, Nigeria e Iraq.

Grazie per aver letto l’articolo! Ma ovviamente, non è tutto: vuoi sapere come la religione e lo sport si intersecano? Allora, clicca qui.

ATTUALITA'

I Gilet Gialli

Anna Gosio

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In questo articolo tratterò un fatto di cronaca risalente a pochi mesi fa, che riguarda la Francia da vicino: le manifestazioni dei Giubbotti Gialli.

Chi sono, e perché si chiamano così?

I Giubbotti Gialli, o Les gilets jaunes in lingua francese, sono un gruppo di manifestanti che già all’inizio dell’estate del 2018 avevano creato una mobilitazione in rete contro le tasse sul carburante. In seguito ad una raccolta firme, è nato un vero e proprio movimento composto da lavoratori che invade le piazze ed organizza blocchi stradali in tutta la Francia. L’obbiettivo: mettere pressione al Presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, per rievocare il Piano Antismog che sta creando scompiglio in tutta la nazione. Purtroppo queste manifestazioni hanno generato scontri diretti con la polizia, causando anche una vittima, più di duecento feriti ed circa trecento arresti.

Ogni grande rivolta o movimento di protesta ha avuto e continua ad avere tra i suoi simboli un capo d’abbigliamento distintivo: i vestiti bianchi delle suffragette, le scarpe rosse contro il femminicidio, gli abiti neri contro la violenza sulle donne o ancora i cappelli rosa contro il maschilismo di Trump.
Quello dei Giubbotti Gialli è, per l’appunto, un gilet giallo.
Questo abito è stato scelto come simbolo del movimento per diverse ragioni: spiccano nelle riprese delle telecamere, irrompono nel paesaggio e mirano a spezzare la continuità degli atti di un governo che non soddisfa richieste o non onora impegni.

Indossare quel capo di vestiario è oggi simbolo di uno status, di una condizione. L’elemento simbolico del gilet giallo arriva proprio dalla strada, un luogo ricco di situazioni di pericolo. Secondo il codice della strada, infatti, ogni conducente è obbligato ad avere un gilet giallo catarifrangente nella propria auto, da indossare in caso di incidente. Il messaggio che i manifestanti vogliono trasmettere indossando ora quei giubbotti gialli per le strade, è soprattutto di giustizia a livello sociale, economico, ma anche una richiesta di equità e tagli alle tasse. A tale proposito hanno anche redatto un elenco di istanze e priorità che dovrebbero essere applicate per riportare armonia e unità in una Francia percepita soprattutto come divisa in due: da una lato le metropoli ed i cittadini che fanno un uso ridotto dei mezzi di trasporto, dall’altro le periferie, vissute da persone che hanno maggiore necessità di usare mezzi di trasporto ogni giorno e di conseguenza risentono maggiormente dell’aumento di tasse su benzina, gas e gasolio imposto dal loro presidente.

Visto lo “smodato” utilizzo di automobili, camion, autobus e treni ad opera dei lavoratori francesi, pare sia stato messo in discussione il modo di vivere delle classi medie, con la conclusione che esse danneggino l’ambiente. In aggiunta, sono anche comparse delle nuove norme di “controllo tecnico” sulle automobili, che impediscono sempre di più alle persone di circolare per le strade con macchine di seconda mano.

L’avvento dei Gilet Gialli è stato sicuramente l’evento catalizzatore di tutti gli sconvolgimenti in Francia degli ultimi anni, e si parla di quarant’anni di liberalismo culturale ed adattamento economico forzato voluto dalle élites, al punto che il signor Rioufol, saggista conservatore autore di La Guerre civile qui vient, in un articolo del sito www.tempi.it paragona i Giubbotti Gialli ai Pellerossa: «come loro al tempo che fu si battono contro uno Stato rullo compressore per il quale l’antico popolo è un ostacolo alla “trasformazione” del paese. Ora, questi francesi indesiderabili non sono candidati al suicidio. I ribelli non hanno alcuna intenzione di restare nelle loro riserve indiane ad ammuffire: queste unità residenziali della Francia periferica, dove i parcheggi dei supermercati e le rotonde stradali servono oggi da punti di concentrazione dei manifestanti. L’insurrezione contro le tasse sul carburante unisce una gran parte della classe media».

Mentre in Italia le proteste dei Gilet Gialli sono interpretate come una semplice reazione degli utenti di auto, camion, autobus ecc, che non vogliono pagare la transizione all’economia decarbonizzata, e sostengono fermamente che non si possa tassare qualcosa in un contesto di mondializzazione dei trasporti, in Francia si pensa che questo possa essere l’inzio di una nuova grande rivolta popolare o, come scrive Alessandro Devecchio per Le Figaro «più che una semplice ribellione contadina è un nuovo sintomo della rivolta dei popoli contro la società mondializzata. Una rivolta che attraversa tutte le democrazie occidentali».

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Quarta rivoluzione industriale, un passo avanti o indietro?

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A partire dagli anni 50, in Italia, grazie all’innovazione tecnologica e alla nascita dei computer, dei robot, della prima navicella spaziale e dei satelliti nel mondo, vi è l’inizio di una nuova era, chiamatasi anche terza rivoluzione industriale.

I ragazzi, adulti e anziani che prima colmavano il loro tempo libero leggendo il con la nascita dei computer, telefoni, game boy, hanno iniziato a gestire il loro tempo diversamente. Il processo è lento e tutt’oggi ci troviamo  in una fase di cambiamenti, ma il tempo ha iniziato ad essere gestito in modo differente rispetto agli anni prima e durante le due guerre. Leggere non era più un piacere ma un obbligo, il tempo veniva liberato per guardare la televisione o giocare a dei video giochi, e se per caso vi erano cinque minuti liberi si apriva il libro, fissando le pagine e annoiati lo si richiudeva dopo poco.

Negli anni 2000, con la nascita dell’internet, del Wi-Fi in ogni bar e ristorante e di conseguenza dei social media, la società italiana ha subito un ulteriore rivoluzione del tempo, ovvero la rivoluzione della velocità o quarta rivoluzione industriale.

La velocità mediatica che ormai è introdotta sempre più a fondo tra i rapporti e la vita delle persone stesse, ha influito ancora di più sulla lettura, sopratutto tra i giovani.

Chi è che tra un buon film davanti alla televisione o “chattare” con il fidanzato fino a notte fonda preferirebbe aprire un libro nuovo e iniziare a leggere, sentendo gli occhi stanchi dopo solo pochi minuti? Le statistiche ISTAT 2017 rispondo con una netta diminuzione dei lettori nel nostro paese dagli anni 2010.

Nel periodo dell’innovazione in cui si trovano i giovani d’oggi, dove escono più IPhone in un anno rispetto ai libri comprati da un intera famiglia, leggere è diventato un passatempo troppo lento rispetto alla velocità con cui si apre un’applicazione.

Quando un ragazzo compra un libro, che possiamo definire corto, tra le 200 e le 300 pagine, sa che per finirlo in fretta dovrà impiegarci troppo tempo ogni giorno e sopratutto sarà obbligato a diminuire il tempo sugli schermi. Per questo motivo la maggior parte dei libri letti sono quelli assegnati dalla scuola, per i quali si riceve una nota se non si legge o una ricompensa, un voto se si espone la trama.

Le statistiche ISTAT, affermano che le persone di 6 anni e più che hanno letto almeno un libro per motivi non professionali sono il 41%, tra cui una maggioranza tra le ragazze con una percentuale complessiva del 47 superiore ai ragazzi con il 35%.

Sebbene prima la lettura fosse un fattore che permetteva di evadere alla realtà attraverso storie e pensieri, e quindi toccava sopratutto gli adolescenti che vivevano un periodo confuso, colmo di domande, spesso travagliato, oggi sono i bambini e gli anziani a leggere di più.

La quota più alta di lettori si riscontra tra i ragazzi di 11-14 anni. Il 12,7% è un lettore “forte”, ossia legge almeno un libro al mese. Tra i lettori «forti» anche le persone da 55 anni in su, che mostrano le percentuali maggiori: 16,5% tra i 55 e i 64 anni e 17,4% tra gli over65.

L’introduzione del mercato digitale ha portato all’introduzione del libro elettronico, ovvero il famoso e-book, che rimane ostile ad un gran numero di amanti dell’odore dei libri, dello sfogliare le pagine o semplicemente per legame affettivo che si crea verso quella copertina. Nonostante questo continua a crescere il mercato: circa 27 mila titoli (oltre il 38% dei libri pubblicati nel 2017) sono disponibili anche in formato e-book; la quota supera il 70% per i libri scolastici.

Possiamo concludere con una frase di Ernest Hemingway “non c’è nessun amico più leale di un libro”, i libri non si dovrebbero comprare ma trovare e imparare a conoscerli.

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Hong Kong: la città delle proteste

Cesarina Remiz

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Centinaia di migliaia sono i manifestanti che negli ultimi giorni hanno invaso le strade e le piazze della città di Hong Kong per protestare contro un progetto di legge del governo locale per autorizzare le estradizioni. La legge prevede che Hong Kong possa estradare, non solo in Cina ma in ogni paese con cui non ha precedenti accordi, chiunque abbia commesso reati nel paese che richiede l’estradizione, su richiesta della magistratura. Difatti, questo testo di legge viene considerato dai cittadini come una violazione al principio“un paese, due sistemi”. 

Bisogna ricordare, inoltre, che Hong Kong è stata a lungo una colonia britannica e che solo nel 1997 è ritornata sotto la sovranità cinese. L’impero britannico ottenne Hong Kong dopo la prima guerra dell’Oppio nel 1841, successivamente, nel 1984, è stata sottoscritta la dichiarazione congiunta fra Cina e Gran Bretagna, un accordo per il trasferimento della sovranità alla Repubblica Popolare Cinese, che stabiliva che Hong Kong sarebbe stato governata, a partire dal luglio 1997, come una regione amministrativa speciale, conservando le sue leggi e un alto livello di autonomia per almeno 50 anni.

Hong Kong viene definita come una città di “libertà senza democrazia”, infatti, la popolazione di Hong Kong non ha la possibilità di eleggere direttamente il governo ed il loro capo esecutivo, che attualmente è Carrie Lam, ma vi è un comitato elettorale che varia da 400 a 1200 membri.
Tuttavia, gli abitanti godono della libertà di espressione, della libertà di stampa e della libertà di riunione, esercitata in particolar modo. 

La metropoli ha una lunga storia di proteste politiche, tutte con un tema comune: salvaguardare l’identità che la contraddistingue. 

Tra le principali manifestazioni possiamo citare, ad esempio, quella che riguarda l’opposizione all’articolo 23 verificatasi nel 2003, anno in cui la città affrontò una grave crisi economica in cui la disoccupazione si alzò in particolar modo e la popolazione non era soddisfatta del capo esecutivo Tung Chee-Hwa.

L’articolo 23 sancisce come dovere costituzionale che “la Regione ad Amministrazione Speciale di Hong Kong dovrà per parte sua promulgare delle leggi per proibire ogni atto di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il Governo Centrale del Popolo, o il furto di segreti di Stato, per proibire che organizzazioni o enti politici esteri conducano attività politiche nella Regione, e per proibire che organizzazioni e enti politici della Regione stabiliscano legami con organizzazioni o enti politici esteri”. Questo breve paragrafo suscitò una crescente inquietudine nel territorio e milioni di cittadini scesero in strada per domandare le revoca dell’articolo 23, Tung decise, quindi, di fare un passo indietro, la protesta ebbe un grande successo. Questa rimane ancora oggi la maggior manifestazione politica tenutasi nella città.

Qualche anno dopo, nel 2011, un’altra importante manifestazione accadde, in cui vennero coinvolti, in primo luogo, gli studenti. Il governo, infatti, suggerì di inserire come corso obbligatorio nelle strutture scolastiche la cosiddetta “Educazione morale e nazionale” che destò un certo allarme, difatti, gli insegnanti, i genitori e gli stessi studenti considerarono questo progetto come una sorta di  “brainwashing” (lavaggio del cervello).
I residenti della città si riunirono nuovamente in piazza per domandare la revoca della proposta: il governo cedette.

Di certo, tra le manifestazioni più importanti da ricordare avvenute ad Hong Kong, vi è quella in cui nacque la famosa “Rivoluzione degli ombrelli”, una protesta pacifica iniziata da un gruppo di attivisti pro-democrazia nel settembre del 2014 e durata 79 giorni, questa è stata innescata dalla decisione della Cina di porre forti limiti alle prime elezioni a suffragio universale del capo del governo locale che si sono svolte nel 2017. Innanzitutto, Pechino decise di limitare a due o tre il numero dei candidati alla carica di “capo esecutivo”. Inoltre, il governo centrale stabilì che i candidati dovessero essere approvati da un’apposita commissione elettorale di 1.400 persone, i cui membri venissero nominati da Pechino. E’ soprattutto quest’ultima decisione che scatenò la protesta degli studenti. Per il movimento ‘Occupy Central’ questa, infatti, venne considerata come una marcia indietro rispetto alla promessa della Cina di instaurare una piena democrazia politica.
Gli ombrelli che i manifestanti alzarono per potersi proteggere dai gas lacrimogeni, dallo spray al peperoncino e dai cannoni ad acqua usati dalla polizia per disperdere la folla, diventarono il simbolo di questa protesta. Ma ciò nonostante, il governo non cedette.

Possiamo dunque dedurre che per gli abitanti della metropoli asiatica la parola chiave è “libertà”, e sarebbero disposti a tutto pur di conservarla.

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