VIOLENZA/Sangue a La Spezia
Venerdì 16 gennaio, circa alle ore undici, si è consumata una tragedia: all’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, un ragazzo di diciannove anni, di nome Youssef Abanoud, è stato accoltellato dal suo coetaneo Zouhair Atif.
Il ragazzo aveva già manifestato segni di instabilità mentale e inclinazione all’omicidio, ma questi segnali sono stati, a detta degli altri studenti, sottovalutati dal corpo docenti.
Le dinamiche dello scontro sono ancora poco chiare, attualmente si è abbastanza sicuri sul movente: alcune foto di infanzia inviate da Youssef alla ragazza frequentata da Atif.
La morte del ragazzo ha colpito nel profondo tutta la comunità del territorio, non solo per via del fatto che sia stata spezzata una vita così giovane, ma anche perché la vicenda si è verificata tra i banchi di scuola, in un luogo che, generalmente, viene ritenuto sicuro dai giovani e dalle loro famiglie. La scuola, dunque, secondo l’opinione pubblica, è diventata un luogo di violenza e pericolo.
In seguito all’episodio, ciò che ha colpito è stata la reazione dei compagni di Youssef, che hanno puntato il dito contro gli insegnanti definendoli “complici”.
Le cose sono andate davvero così?
Quando si verificano situazioni delicate e difficili riguardanti gli studenti, gli insegnanti agiscono, ma rimanendo nei limiti imposti, semplicemente non lo rendono noto per rispettare la privacy dei diretti interessati.
Di fronte a famiglie assenti, disagi personali e interpersonali, la scuola, in un modo o nell’altro, cerca sempre di agire dietro le quinte provando a salvare ragazzi che altrimenti sarebbero perduti, ma non sempre riesce a fare quello che andrebbe fatto: al personale vengono infatti imposti dei limiti rigidi, che gli impediscono di agire se ciò comporta l’esecuzione di indagini all’interno della vita privata dello studente.
Nonostante ciò, la scuola ha delle responsabilità da rispettare; ha il dovere giuridico e civile di vigilare sugli alunni durante l’orario scolastico, garantendo la loro sicurezza ed incolumità fisica e psicologica. Se un alunno danneggia in qualsiasi modo un altro alunno, la scuola deve condividere con i genitori l’onere dell’offesa e, poiché l’istituto ha l’obbligo della vigilanza, il corpo docenti viene ritenuto responsabile dell’accaduto in caso di mancata testimonianza di aver fatto tutto il possibile per impedire il misfatto.
Alla luce di ciò è possibile affermare che la scuola non può essere in alcun modo imputata del crimine commesso, a meno che non venga prima dimostrata la sua negligenza.
Eppure, secondo l’opinione pubblica, queste contromisure non sono sufficienti; è stato infatti dichiarato da alcuni esterni che il personale scolastico avrebbe dovuto informare le autorità della pericolosità del ragazzo, perquisire lo zaino di Atif, senza prima aver ottenuto il suo consenso, o addirittura diffondere le informazioni personali dello studente. Ognuna di queste prevenzioni avrebbe violato gravemente la privacy dell’alunno e avrebbe portato il personale scolastico ad essere soggetto a sanzioni disciplinari, penali o amministrative.
Al momento non si hanno abbastanza informazioni per determinare quali siano i colpevoli effettivi della vicenda, perciò è nostro dovere rispettare il lutto di amici e familiari di Youssef senza andare alla ricerca di responsabili o capi espiatori.
Riteniamo dunque che la scuola debba assumersi le responsabilità addossategli legalmente e che non debba essere accusata se accade un avvenimento che non poteva prevenire.
Di Mattia Cioffi e Nora Biancardi










