VIOLENZA/Una nuova forma di dialogo
Questo articolo fa parte di una serie di elaborati che hanno lo scopo di riflettere sul fenomeno della violenza nei vari ambiti della società, soffermandosi su fatti realmente accaduti cercando di indagare il ruolo delle istituzioni nei confronti di questa problematica sempre più in aumento.
Alcuni studi condotti dall’Istat nell’ultimo anno hanno evidenziato come negli ultimi dieci anni oltre il 60% dei giovani italiani abbia subito forme di violenza (fisica, psicologica o cyber). Viste le statistiche, occorre domandarsi il motivo per cui sempre più giovani sono autori di violenze in strada, oppure perché organizzino risse dandosi appuntamento in piazza. Sicuramente il contesto familiare e gli ambienti frequentati incidono sui comportamenti adottati: la famiglia si configura come un fattore significativo del processo evolutivo di ogni bambino, la quale si pone come promotore di stili di vita e abitudini. Secondo un servizio condotto dalla trasmissione “Far West” in onda su Rai 3, gran parte dei ragazzi che abitano nelle grandi città, ad esempio Milano o Napoli, portano con se un’arma quando escono di casa; essi giustificano quest’azione come un atto legittima difesa, visto che non si può mai essere sicuri delle intenzioni di chi si incontra per strada. Il numero di “baby gang”, così chiamate per sottolineare la minore età dei componenti di gruppi che compiono azioni criminali, accresce a dismisura in tutta Italia.
Infatti, secondo lo studio effettuato nel 2022 da Transcrime, il centro di ricerca dell’università Cattolica di Milano, tra il 2019 e il 2021 sono cresciuti del 73,8% i giovani presi in carico dagli Ussm (uffici di servizio sociale per i minorenni) come appartenenti a gang giovanili. Come già accennato, l’aumento della violenza giovanile non è attribuibile a una sola causa, ma a un mix di fattori, come ad esempio l’impartizione di una cultura di genere basata su stereotipi e idee tradizionali suo ruoli maschili e femminili, che influisce sulle dinamiche relazionali e sulla percezione di certe azioni come normali o accettabili. Da tenere in conto è l’uso distorto di social network, il quale può amplificare comportamenti aggressivi o banalizzare la violenza tra pari dei social. I dati e gli studi citati mostrano chiaramente come una parte consistente delle nuove generazioni viva o agisca violentemente nella quotidianità, sia negli spazi fisici sia in quelli digitali. Vista la gravità della situazione, il contrasto alla violenza giovanile non può limitarsi a solo interventi repressivi, ma deve puntare soprattutto sulla prevenzione, sull’educazione al rispetto e alla gestione dei conflitti, al rafforzamento delle reti di supporto scolastiche, familiari e sociali. Solo attraverso un’azione condivisa e consapevole sarà possibile offrire ai ragazzi alternative concrete alla violenza e promuovere una cultura fondata sul dialogo, sulla responsabilità e sulla convivenza civile.
Articolo di Stolfo Martina, Crastuccio Diego e Ferretti Giulia










